L'eredità della cinque giorni alla caserme rosse

Festival antifa: autorganizzarsi è possibile, efficace e coinvolgente

"Non era certo una scommessa da poco allestire una cinque giorni di incontri, dibattiti, presentazioni di libri, workshop, tavole rotonde, rassegne di fumetti, mostre fotografiche, concerti, video, poesia, spettacoli teatrali per ricollocare l'antifascismo al centro del nostro presente sempre più inquietante e autoritario".
6 giugno 2009

> da Umanità Nova del 7 giugno '09

Non vi è dubbio che il festival sociale delle culture antifasciste in
corso a Bologna fino al 2 giugno sia la dimostrazione che
autorganizzarsi è possibile, efficace e coinvolgente.

Non era certo una scommessa da poco allestire una cinque giorni di
incontri, dibattiti, presentazioni di libri, workshop, tavole rotonde,
rassegne di fumetti, mostre fotografiche, concerti, video, poesia,
spettacoli teatrali per ricollocare l'antifascismo al centro del nostro
presente sempre più inquietante e autoritario. Senza contare poi il bar,
la libreria, il media center, il ristorante, il campeggio. Già verso le
11 di sabato sera, nelle cucine era sensibile l'entusiasmo per aver
fronteggiato 7-800 persone mettendole tutte a tavola con un menù ottimo,
vario e a buon mercato.

Ciò è stato reso possibile dalla collaborazione e dalla solidarietà di
tutte le realtà sociali bolognesi, senza sigle, senza sciocche
autorappresentazioni, persone tra persone: "una rete informale di uomini
e donne, singoli, gruppi, associazioni e movimenti che si riconoscono
nei valori dell'antifascismo". E il principio dell'autorganizzazione ha
portato anche a sperimentare pratiche nuove come il "servizio di
tranquillità", non solo per autodifesa di fronte a eventuali
provocazioni, ma soprattutto per rendere evidente la natura antisessista
e non omo/lesbo/transfobica del festival attraverso un lavoro
comunicativo fatto di striscioni, volantini, cartelli, messaggi ironici
e stranianti appesi ovunque: uno spazio pubblico diverso e opposto
rispetto a quello sessista e omofobo della pedagogia televisiva e
pubblicitaria.

Tra pioggia e sole, dentro questi spazi si è andata dispiegando una
complessa trama di saperi, esperienze, testimonianze e prospettive di
lotta, per legare il passato al presente, la memoria storica del
totalitarismo fascista e la lotta contro l'attuale democrazia
autoritaria, razzista, sessista. Non è davvero facile riassumere la
molteplicità dei dibattiti e delle analisi, anche per il metodo
organizzativo decentrato e aperto che ha coinvolto quanti si riconoscono
nella cultura e nei valori dell'antifascismo, entro un calendario
ricchissimo di eventi e iniziative. Quel che risulta certo è che oggi
l'antifascismo non costituisce affatto un residuo logoro del passato, ma
un campo vivo di pratiche e di resistenze diverse ai processi di
disciplinamento sociale, nella scuola, sul lavoro, nel privato, nella
famiglia, nella società. Si tratta di sperimentare l'antifascismo del
XXI secolo.

In vari dibattiti tendevano ad emergere due ipotesi differenti di
pratica antifascista: un antifascismo democratico -- articolato sul
rigore storiografico, sulla controinformazione, sulla denuncia delle
collusioni attuali tra neofascisti e destra istituzionale, sui valori
costituzionali -- e un antifascismo sociale -- che mette in primo piano
invece il vissuto, lo sfruttamento, le lotte di resistenza alle diverse
forme di autoritarismo, la contrapposizione concreta, corporea
all'avanzare di un regime sempre più oppressivo. Oggi il festival delle
culture antifasciste ha dimostrato che questi due orientamenti possono
dialogare e arricchirsi l'un l'altro, estendendo la rete delle
solidarietà, diffondendo l'urgenza di mobilitarci dinanzi ai progetti
reazionari e "nostalgici" del capitale e del patriarcato, coinvolgendo
chi è discriminato, oppresso e sfruttato in un nuovo sogno di liberazione.