Una fenice risorge dalle ceneri


Venerdì 13 novembre decine di attivisti del Mezza Canaja e delle Comunità resistenti delle Marche hanno occupato un nuovo spazio a Senigallia. Pubblichiamo il comunicato degli occupanti.

14 novembre 2009 - 22:38

Nel primo pomeriggio di venerdì 13 novembre decine di persone sono entrati nello stabile della “SO. DE. CO. REAL ESTATE S.R.L.”, società di proprietà dell’ “Unione Fiduciaria s.p.a.” a Sernigallia, lungo la strada della Marina n.266, dando nuovamente vita al “Mezza Canaja”. Già in cantiere molte iniziative per il nuovo spazio. Ancora nessun contatto tra occupanti e la proprietà. Di seguito il comunicato del Csoa Mezza Canaja.

Nè pubblico, nè privato: comune

“Voi raccapricciate all’idea che noi vogliamo abolire la proprietà privata. Ma nella società vostra attuale la proprietà fu già abolita per nove decimi dei membri suoi: e la proprietà esiste solo in quanto non esiste per quei nove su dieci. Voi dunque ci rimproverate che noi vogliamo abolire una forma di proprietà, la quale suppone come sua indispensabile condizione di tener privi di ogni proprietà il più gran numero dei membri della società

(Karl Marx)

La città non è più la stessa. Dieci anni di Giunta Angeloni ne hanno cambiato il volto, sapendo traghettare uno sviluppo urbano fondato su turismo e agricoltura ad uno centrato sul terziario avanzato. A livello urbanistico è stato varato il Piano Cervellati che cambierà completamente il volto del centro storico. Cantieri sono stati aperti un po’ ovunque, così come demolizioni e ri/costruzioni hanno accompagnato la quotidianità di tutti noi.

La scommessa sul terziario avanzato ha saputo fronteggiare la crisi: in un periodo avaro di consumi, la politica degli eventi ha popolato il lungomare, ripopolato il centro storico e lanciato Senigallia sullo scenario nazionale; il tutto mentre le altre città delle Marche arrancavano.

Tutte basi poste per la più grande sfida del futuro, ovvero quella di allungare la stagione estiva ben oltre la sua naturale durata. Senigallia prova ad immaginarsi come “città globale”.

Applausi allora? No, perché tutto questo è avvenuto con la messa all’asta del territorio. Oggi, la “belle epoque” è finita. Non c’è più nulla da progettare, c’è solo da amministrare: mansione più consona al futuro Sindaco.

Gli enti pubblici senza più soldi sono diventati ostaggi dei grandi capitali o addirittura pignorati, gli spazi pubblici sono stati svenduti a ditte “amiche”, e a colpi di varianti e piani particolareggiati l’urbanistica è stata completamente deregolamentata. Guardando la “striscia di Gaza” al Cesano, capiamo immediatamente come sono lontani i tempi in cui la progettualità si concretizzava in quartieri come le Saline o il Vivere Verde. Quest’ultimi, un’articolazione di spazi verdi, asili, scuole, esercizi commerciali, spazi sociali, case popolari e residenziali, il primo, invece, un quartiere dormitorio usa e getta.

L’arte di governo della Giunta, basata sull’attrazione di investimenti privati attraverso l’agevolazione di quest’ultimi, avrebbe dovuto creare un mercato concorrenziale, aperto e pieno di opportunità per tutti. Al contrario si sono gettate le basi per la costituzione di un oligopolio di costruttori e immobiliaristi, e per la svendita dello spazio pubblico ai grandi capitali finanziari e non, rendendo, di fatto, l’azione politica pubblica completamente in ostaggio di interessi e lucri privati. Ex-sacelit, ex-Enel, il porto, ex-liceo scientifico e Palazzo Gherardi stanno lì a dimostrarlo. Oltre ai poli di lusso, c’è addirittura chi – senza imbarazzo – propone la costruzione di un Casinò all’Hotel Marche.

In poche parole il patrimonio pubblico – sia in termini di immobili che di terreni – si è sostanzialmente esaurito, perché o ristrutturato e destinato a nuove e dubbie mansioni, o direttamente venduto al miglior offerente, meglio se di famiglia. Senigallia non è più uno spazio pubblico, ma uno spazio aperto al pubblico.

Peccheremmo di superficialità se sottovalutassimo le conseguenze sociali ed economiche – presenti e future – che queste trasformazioni in sordina hanno prodotto e producono nella nostra quotidianità.

Ci chiediamo, ad esempio, come sia possibile trovare una casa a Senigallia senza dover sacrificare trequarti di uno stipendio, senza fare ore di straordinari o più lavori, magari in nero. Non a caso molti giovani stanno andando a vivere nelle frazioni.

Ci chiediamo come sia possibile concepire un efficace sistema di garanzie sociali, stabile, duraturo e inclusivo, quando vi è una tale sproporzione tra le capacità contrattuali del privato e quelle del pubblico.

Per costituirsi in una dimensione associativa – formale o informale che sia – si è obbligati per necessità di reperire spazi e finanziamenti, ad accettare un sistema clientelare, in quanto, la volontarietà, l’assenza di lucro, il lavoro di base e la dimensione popolare, escludono a priori ogni possibilità di affittare e mantenere immobili a prezzo di mercato. Per farlo dovremmo abbandonare ogni dimensione sociale e partecipativa ed entrare nelle logiche del business del divertimento e dell‘intrattenimento. In poche parole, non esiste più la possibilità di organizzare spazi sociali, politici e culturali senza la mediazione di favoritismi politici o delle regole escludenti del mercato.

Tra le due opzioni che la miseria del presente ci offre, preferiamo – come già detto – la strada tortuosa della libertà e dell’indipendenza. Essere autonomi dal pubblico e dal privato.

L’occupazione di oggi non significa semplicemente il riappropriarci di una sede, ma allude a ristabilire i rapporti di forza e le capacità contrattuali di tutti coloro che producono la ricchezza di questa città, e che vogliono però essere autonomi dai rapporti di servitù, instabilità e ricatto che il mercato e la politica impongono. Pensiamo, infatti, che sia insostenibile che la cooperazione che le persone in questa città mettono a valore sia frustrata da una continua dimensione di insicurezza e precarietà.

Sia chiaro, non ci interessa fossilizzarci sull’ideologia da centro sociale e sull’estetica dell’occupazione. La nostra speranza e il nostro desiderio sono di mettere radici, di darci stabilità e quindi progettualità.

A due mesi dalla demolizione delle ex-colonie Enel e in una città priva ormai di ogni spazio pubblico, ripartiamo riappropriandoci di una fabbrica abbandonata, di un’industria fallita, di un pezzo di territorio lasciato a marcire.

Abbiamo occupato uno stabile della società “SO. DE. CO. REAL ESTATE S.R.L.”, di proprietà della “Unione Fiduciaria s.p.a.”, quindi non il frutto del sudore di un piccolo risparmiatore o di una piccola impresa, ma uno stabile in mano alla grande rendita immobiliare. Ricominciamo da qua, aprendo uno spazio della grande proprietà privata alla condivisione e alla cooperazione comune.

CSOA Mezza Canaja

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