Stadi, “laboratori di repressione”


Report sull’iniziativa svolta a Bologna con gli ultras del capoluogo emiliano, di Parma e di Brescia. Tra loro Paolo: “La sua storia simile a quella di Aldro e Stefano Cucchi”.

04 marzo 2010 - 00:01

striscione_ultras_liberiSi è svolto oggi a Bologna, alla facoltà di Scienze della formazione, l’incontro “Dalle curve a tutta la società”, organizzato dal collettivo Aula C. Particolarmente numerosa la partecipazione tra studenti e membri dei gruppi ultras presenti all’iniziativa. Al tavolo dei relatori c’era Paolo, tifoso del Brescia vittima di una brutale carica della polizia durante una trasferta a Verona, rimasto due mesi in coma e complessivamente nove mesi in ospedale. Presenti, inoltre, rappresentanti delle curve del Bologna, del Brescia, del Parma e gli ultras della Fortitudo pallacanestro. In sala anche i tifosi della Cavese, giunti a Bologna da Cava de Tirreni.  per un incontro che rappresenta “la prima iniziativa di questo genere all’interno delle aule universitarie”, sottolineano gli organizzatori bolognesi.

Il primo a prendere la parola è Paolo, che ripercorre la drammatica vicenda di cui è stato protagonista. Dopo di lui Diego, della curva nord del Brescia, inizia il suo intervento premettendo che “non è assolutamente facile soprattutto per Paolo e per tutti noi tornare su questa vicenda, e se lo facciamo è perché crediamo nella necessità di fare giustizia e che venga fuori tutta la verità su quello che successe cinque anni fa”. Poi insiste sulla premeditazione e su come le cariche alla stazione di Verona fossero “totalmente ingiustificate e programmate, quel giorno all’interno dello stadio non successe nulla, nonostante le porte divisorie tra i diversi settori fossero ‘stranamente’ aperte”. Evidentemente “ciò che non è successo nello stadio hanno voluto che accadesse dopo in stazione, una stazione altrettanto ‘stranamente’ deserta, così come curioso sia il fatto che le telecamere di sorveglianza della stazione presentino diversi ‘buchi’, e poi c’è l’autoambulanza chiamata con un codice basso, un codice giallo”. Le parole dell’ultrà bresciano si spostano poi su come bisogna “insistere sul far uscire tutta la verità, per evitare che tutto venga insabbiato, auspicando che questa gente, abituata a comportamenti brutali- perchè utilizzare il manganello in quel modo significa voler uccidere- e assicurata da un’atmosfera di totale impunità, venga fermata”. A questo proposito Diego ricorda come questa vicenda possa essere accostata a quella di Aldro e a quella di Stefano Cucchi, “vicende diverse ma che presentano le stesse dinamiche di repressione e volontà di insabbiare la verità”. Proprio per il 31 marzo è prevista la prima udienza del processo, dopo cinque anni e tre richieste di archiviazione, “ma la sensazione è che tutto finisca in prescrizione”. Poi continua: “Non gli andava per niente bene che tifoserie come quella del Brescia stessero iniziando a uscire fuori dalle curve, mettendoci la faccia, e squarciando il velo di disinformazione sul mondo degli ultras”. Infine Diego fa riferimento agli stadi come perfetti “laboratori della repressione”, ricordando ad esempio che l’uso dei lacrimogeni avvenne prima negli stadi e poi in altre situazioni, “le intenzioni sono generalizzate e a lungo termine, una volta estirpati gli ultras toccherà a voi studenti, agli operai che portano avanti le proprie battaglie”.

La parola passa a Giusi del gruppo Forever Ultras di Bologna. Parla di repressione attuata con strumenti come le ultime “cinque leggi speciali che sostengono l’esistenza di reati di stadio, la diffida e l’introduzione di misure come la famosa tessera del tifoso. “La diffida può essere subita per aver sbagliato posto a sedere, per aver sventolato una bandiera qualche centimetro più grande del previsto, o per aver esposto uno striscione non autorizzato dalle forze dell’ordine, e viene attuata a totale discrezione del questore”. Rispetto alla tessera del tifoso Giusi dice: “Gli obiettivi sarebbero quelli di creare dei tifosi ufficiali, previo nullaosta della questura, e permettere alle famiglie di poter andare allo stadio, ma in realtà null’altro è che una trappola economica, una vera e propria carta di credito frutto di contratti tra società calcistiche e banche, il vero obiettivo è lasciare a casa le persone davanti alla pay-tv”. Giusi conclude poi con quelle che sono le rivendicazioni dei gruppi ultras: “Noi saremo sempre dalla parte della difesa della nostra cultura e dei nostri valori, quali la solidarietà, l’aiuto reciproco e perché no il confronto, contro le dinamiche di guadagno delle società, delle banche, dei privati e delle televisioni”.

Maccio dei Boys di Parma torna a parlare della repressione: “Oltre le leggi speciali e i comportamenti della polizia, bisogna ricordare come osservatori e comitati siano composti da forze dell’ordine e appartenenti a spa”. Rispetto alla legislazione nell’ambito calcistico cita la flagranza differita: “E’ una legge completamente bipartisan che fu fatta dal centro-destra e criticata all’epoca del centro-sinistra, ma poi fu lo stesso centro-sinistra a passarla da 36 a 48 ore, più una legge è vergognosa e più sono d’accordo nel portarla avanti”. Poi Maccio sottolinea un altro aspetto del calcio moderno e spiega come proprio il calcio sia un ambito in cui trovano ampio spazio speculazione e malaffare, “la volontà di privatizzare gli stadi italiani risponde a particolari interessi, ci troveremo di fronte a stadi dotati di servi commerciali e addirittura complessi condominiali”. Maccio fa riferimento poi alla candidatura dell’Italia ad Euro 2016, “non è altro che una scusa per accelerare i procedimenti di approvazione dei di segni di leggi sugli stadi”. Concludendo, “lo stadio deve essere un luogo aperto, uno spazio per l’aggregazione e non è ammissibile che si voglia dedicarli ad un èlitè prima di ogni altra cosa economica”. Ma “noi non ci stiamo e contrasteremo sempre i poteri poteri forti, i corpi sociali- gli ultras come anche gli studenti- non sono da prendere a manganellate, ma arricchiscono la società”. Frollo, della Fossa dei leoni fortitudina, parla delle differenze esistenti tra il mondo del calcio e quello del basket. Sottolinea come “alcuni risultati sono da noi stati ottenuti, ad esempio sul lato dei costi dei biglietti e delle trasferte, ma è preoccupante invece la situazione rispetto alla repressione, le forze dell’ordine cominciano a farsi vedere anche nei palazzetti”. Ricorda poi in modo particolare la vicenda di Aldro, quando sin da subito si creò una forte mobilitazione prima con i gruppi di Ferrara e poi con tutte le altre città italiane con volantinaggi e l’esposizione nei palazzetti di tutta Italia dello striscione “Verità e giustizia per Aldro”.

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