Sorridendo, non senza durezza: considerazioni attorno alla libertà di Adama


Migranda: “Ora s’impone una presa di parola, affinché la sua storia e la nostra voce non restino singolari e non si spengano nel clamore improvviso di un caso eccezionale”.

10 dicembre 2011 - 16:10

Adama adesso è libera, e riprende in mano una libertà comunque difficile, perché porta ancora i segni delle ferite lasciate da un uomo e da tre mesi di lunga, vuota detenzione in un Centro di identificazione ed espulsione. Ora giunge il tempo di fare alcune considerazioni che vanno al di là della gioia e del nostro lungo sorriso per aver contribuito alla libertà di Adama. Ora s’impone una presa di parola, affinché la sua storia e la nostra voce non restino singolari e non si spengano nel clamore improvviso di un caso eccezionale.

Il lancio di un appello non è consueto per noi, che siamo impegnate nella costruzione quotidiana di rapporti tra donne migranti e non, e di luoghi nei quali le donne possano parlare in prima persona, conquistando voce e forza autonome per lottare contro la violenza istituzionale e patriarcale che si esprime nella legge Bossi-Fini e nei CIE. Grazie ad Adama e al coraggio di diversi altri migranti, uomini e donne, è stato possibile produrre uno spazio pubblico e politico di parola. Il nostro appello è stato un amplificatore che ha permesso per una volta di abbattere quelle mura che normalmente riducono al silenzio e all’invisibilità. A quell’appello hanno risposto in migliaia, donne, uomini, associazioni differenti, che si sono uniti nell’unico coro che reclamava la sua liberazione.

Delle differenze, però, è bene avere il coraggio di parlare. I vertici della Questura di Bologna hanno rivendicato di essersi immediatamente mobilitati una volta venuti a conoscenza di questa situazione. Alcuni hanno sostenuto che Adama è una privilegiata perché oggi può beneficiare di un permesso di soggiorno e della libertà ancora negata a centinaia di migranti nei CIE. C’è stata anche chi, dall’alto di una carica istituzionale, ha affermato che la liberazione di Adama è merito della rete di forze dell’ordine, istituzioni e associazioni che aiuta ogni giorno le persone vittime di violenza. A loro noi rispondiamo che il caso di Adama è solo uno dei casi normalmente eccezionali prodotti – nonostante l’impegno di alcune associazioni – dalla legge Bossi-Fini, applicata con dedizione da quella stessa rete di forze dell’ordine e istituzioni i cui meriti oggi si vorrebbero lodare. La storia di Adama non è accidentalmente sfuggita al sistema di garanzie offerto alle migranti e ai migranti costretti alla detenzione. I CIE sono brutalmente democratici, indifferenti alle storie singolari o collettive di chi li occupa: conta solo la grave colpa di non avere un permesso di soggiorno. Anche se, dopo l’accaduto, Adama sarà “legale” dal punto di vista della legge Bossi-Fini, prima o poi avrà il privilegio di subire il ricatto che investe tutti i migranti, molti dei quali finiscono in un CIE dopo anni di permanenza regolare in Italia per il solo fatto di aver perso il lavoro e di non poter rinnovare il loro permesso. Anche se liberata, Adama non può dirsi libera che a scadenza. E, come lei, tutti i migranti a cui in questo paese è data solo una libertà a tempo determinato, minacciata dalla precarietà del lavoro, dall’espulsione, dalla detenzione, che per le donne può iniziare anche prima di quella amministrativa, nelle mani di un uomo violento.

Per questo, sostenere Adama dentro e fuori dal CIE significa opporsi con tutte le forze a quella struttura e alle leggi che l’hanno generata e mantenuta. Non lo facciamo come professioniste dell’opposizione, impegnate sempre a guardare oltre a tutte le Adama realmente esistenti, ignorando cioè ogni storia reale come l’hanno ignorata i tutori dell’ordine il 26 agosto. Noi lo facciamo a partire da lei e con lei, e unendoci alle voci di tutti quegli uomini e quelle donne, prima di tutto migranti, che in questi anni sono stati protagonisti delle lotte per l’abrogazione della Bossi-Fini e dell’odioso legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, che istituzionalizza il razzismo e la violenza, che produce clandestinità.

Questa è la coerenza che ci aspettiamo da coloro che hanno sottoscritto l’appello per Adama. Una coerenza manifestata da molte donne che hanno fatto della storia di Adama, e della denuncia delle leggi che l’hanno determinata, una parte della loro azione politica e professionale. Altre, dopo aver taciuto per anni, assumendosi il rischio della violenza di queste leggi, hanno sostenuto l’appello ma osato dei distinguo, dichiarando per esempio che 18 mesi di detenzione amministrativa sono troppi. Per noi, un singolo giorno è troppo, è troppo persino l’idea di poter essere rinchiuse in un CIE. Lo dimostra il fatto che moltissime donne senza documenti sono costrette ad accettare la violenza maschile pur di non essere espulse, così come tutti i migranti sono costretti ad accettare lo sfruttamento imposto dal contratto di soggiorno per lavoro pur di non ricadere nella condizione di clandestinità. La storia di Adama non accetta compromessi e indica l’abrogazione della legge Bossi-Fini e della chiusura di ogni luogo di detenzione dentro e fuori l’Europa come la posta in gioco della nostra lotta. Noi ci assumiamo un altro rischio, quello della libertà delle e dei migranti.

L’appello che abbiamo lanciato, e l’incredibile e composita rivolta che ha scatenato, apre un grande spazio di possibilità in questa direzione. Ci interessa poco la distinzione tra un appello e il conflitto, sottolineata con la penna rossa da chi ignora quanti conflitti quotidiani siano necessari per costruire e tessere i legami tra donne che stanno alle spalle di quell’appello. Legami e conflitti che sono emersi nella partecipatissima assemblea di Migranda dello scorso 27 novembre e che ora vanno tradotti in pratiche condivise fra le donne, migranti e non, capaci di accumulare forza contro il patriarcalismo e la violenza istituzionalizzati dalla legge Bossi-Fini e dai Centri di identificazione ed espulsione. La nostra strada è lunga come quella che Adama dovrà percorrere per ricostruire la propria vita. Ma è la nostra strada, ed è necessaria affinché la storia di Adama non si spenga nel clamore improvviso di un caso normalmente eccezionale.

Migranda

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