Siria / Assad sotto pressione, Damasco sospesa dalla Lega Araba


Il regime contesta la decisione presa dalla Lega, sulla quale hanno premuto molto le petromonarchie del Golfo. Nel weekend intanto circa trenta vittime civili negli scontri con le forze di sicurezza

14 novembre 2011 - 12:44

Roma, 12 novembre 2011, Nena News – Cresce la pressione internazionale sul presidente siriano Bashar al-Assad, accusato di non aver rispettato l’accordo raggiunto il 2 novembre con la Lega Araba per mettere fine allo spargimento di sangue nel paese. Oggi la Lega araba ha confermato la decisione che era nell’aria da giorni della sospensione della Siria e ha rivolto un appello ai paesi membri a ritirare i propri ambasciatori da Damasco e ad imporre sanzioni economiche e politiche. Nella dichiarazione finale la Lega Araba invita l’opposizione siriana a riunirsi nella sede della Lega nei prossimi tre giorni per trovare una posizione comune per la «transizione» e alla luce di questa riunione la Lega valuterà la possibilità di riconoscere dell’opposizione siriana. Duro il commento a queste decisioni da parte del rappresentante permanente siriano presso la Lega Araba, Yousef Ahmad. «La decisione della Lega Araba dimostra che è un’organizzazione che dipende dalle agende degli Stati Uniti e dei Paesi occidentali», ha affermato il rappresentante siriano.

Ad accellerare la decisione imposta di fatto dall’Arabia saudita, nemica giurata di Damasco e alleata di ferro di Washington, sono state le ultime violenze con molte vittime. Un numero imprecisato di morti – da nove a 18, secondo fonti diverse – hanno segnato le manifestazioni di ieri, che si sono concentrate di nuovo nei centri abitati roccaforte della militanza sunnita, come Hama e Homs. E la violenta repressione delle forze di sicurezza, è al centro della dura denuncia di Human rights watch (Hrw), che ieri ha accusato il regime siriano di aver commesso «crimini contro l’umanità» a Homs, una delle città dove si concentra la protesta popolare. Si annunciano perciò nuove sanzioni internazionali contro la Siria e già oggi alcuni paesi della Lega Araba – quelli «moderati» alleati di Washington – potrebbero richiede la sospensione dell’adesione di Damasco all’organizzazione.
A premere per il pugno di ferro è anche Jeffrey Feltman, assistente per il Medio Oriente del Segretario di stato Usa, secondo il quale alcuni Stati arabi sarebbero pronti ad offrire «asilo» a Bashar Assad. Ma il presidente siriano non pare avere alcuna intenzione di lasciare il paese, forte del sostegno di una porzione consistente della sua popolazione. Dal Libano inoltre il suo alleato Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, ieri ha messo in chiaro che azioni di forza contro Damasco e Tehran faranno precipitare la regione in un conflitto aperto e devastante.
Il rapporto di Hrw dal titolo «We Live as in War: Crackdown on Protesters in the Governorate of Homs», si basa su oltre cento racconti fatti da feriti e testimoni della zona di Homs e di altre località, come Tal Kalakh e Talbiseh. Secondo l’organizzazione, dal 2 novembre, cioè da quando Damasco ha acettato il piano di pace arabo, a Homs sarebbero state uccise 104 persone. Il rapporto accusa le forze di sicurezza di aver usato anche «armi pesanti, compresi sistemi di contraerea», nonchè di aver interrotto le comunicazioni. «Come nel resto della Siria – sottolinea l’organizzazione – nel governatorato di Homs le forze di sicurezza hanno sottoposto migliaia di persone ad arresti arbitrari e sono ricorse in modo sistematico alla tortura in carcere». L’organizzazione ha inoltre documentato la morte in carcere a Homs di almeno 17 persone, 12 delle quali «vittime di torture».
Il regime si difende dalle accuse e afferma che gruppi di oppositori armati, continuando gli attacchi alle forze di sicurezza, hanno silurato l’attuazione dell’accordo del 2 novembre e impedito il ritorno nel paese di un clima più sereno nel quale avviare il dialogo nazionale. Le opposizioni respingono questa versione e accusano Assad e il partito Baath al potere di non aver mai voluto realmente ritirare le forze armate dai centri abitati in rivolta, come vuole il piano della Lega Araba.
Tuttavia anche alcuni esperti internazionali mettono in guardia sul flusso di armi da fuoco che da Libano e dalla Turchia raggiunge la Siria. «Gli abituali movimenti clandestini lungo la frontiera tra Siria e Libano si sono trasformati in un fiorente traffico di armi in questi ultimi tempi», rivela Peter Harling dell’International Crisis Group. Traffico che alimenta gli oppositori più radicali del regime ma anche le minoranze, in particolare quella alawita (di orgine sciita e alla quale appartiene Assad) che temono l’esplodere della guerra civile. Rimane peraltro ambiguo nella crisi siriana il comportamento dell’ex premier libanese Saad Hariri, un leader sunnita molto seguito anche in Siria e che vanta relazioni strettissime con l’Arabia Saudita, storica avversaria di Damasco e di Tehran.
Un appello a risolvere con un «compromesso pacifico» la crisi è giunto dal leader druso libanese Walid Jumblat. «Spero che noi (drusi), Saad Hariri e chiunque altro potremo aiutare la Siria a uscire da questa crisi. Si dovrebbe arrivare a un compromesso – ha detto Jumblat in un’intervista alla tv satellitare al-Arabiya e rilanciata dal quotidiano libanese The Daily Star – in nome dell’unità e della stabilità in Siria». Di recente lo stesso Jumblat, che in agosto ha incontrato il presidente siriano Bashar al-Assad a Damasco, ha esortato la Siria a intraprendere «con urgenza» la strada delle «riforme».

Tweet about this on TwitterShare on FacebookShare on LinkedInShare on Google+Share on Tumblr


Articoli correlati