Roberto Roversi e Zic


Riproponiamo alcuni articoli che Roberto Roversi scrisse durante la sua collaborazione con Zero in condotta quindicinale, più una poesia dedicata a Carlo Giuliani pubblicata per la prima volta su Zic.it nel luglio 2011.

17 settembre 2012 - 09:58

1977, LA CELEBRAZIONE E LE CELEBRAZIONI

Ormai da anni, e specie sui giornali d’ogni risma e scadenza, siamo esclusivamente intenti a individuare e poi centrare con una scarica di parole, scadenze di avvenimenti passati, centenari di nascite o di morte di illustri personaggi che ritroviamo ormai coperti di polvere, oggetti e mode che danno piccoli brividi di gelo ma consentono di parlare, parlare e di scrivere, scrivere.
Marzo in cui siamo, propone a noi bolognesi la tappa d’obbligo del ‘77; e già le concioni sono avviate. Vedremo e concluderemo alla fine; ed è scadenza, questa volta, buona; una buona scadenza; che potrebbe darci la sorpresa di qualche utile e ancora interessata discussione. Ripeto: vedremo poi.
Intanto, potrei annotarmi d’avere appena letto in questi giorni, proprio in questi giorni, manifesti affissi con l’avviso di chiamata alla leva per i giovani nati nel 1980; e d’essermi accorto, con riferimento stretto alle date, che i giovani nati nel 1977 oggi hanno vent’anni, e quindi i giovani d’allora, i partecipanti attivi a quelle giornate, a quegli eventi drammatici, oggi hanno quarant’anni, sono professionisti, padri di famiglia, padri dei giovani chiamati alla leva in questi giorni.
C’é allora il pericolo (reale) che, parlando scrivendo contrastando discutendo si faccia, alla fine, solo del memorialismo garibaldino, da reduci irritati, frastornati o solo stanchi? Ripeto ancora per la terza volta: vedremo alla fine. Motivi non per resuscitare gli eventi ma per riprenderli e per riaccendere nuovi utili fuochi al fine di illuminare un poco questa fetta di tempo intrisa in un grigiore senza fondo, sono ben convinto ce ne siano; e che, pertanto, l’occasione “celebrativa” potrebbe servire da necessario stimolo e contributo alla ricostruzione di un canale riflessivo tutto ancora da riempire di buona acqua nuova.
La ripresa della quotidiana “tensione” politica, ad esempio; come bisogno di trasferirsi dentro ai problemi “comuni”, della “vita”, insieme agli altri; ricostituendo il cumulo degli obblighi (dei doveri) e dei diritti insieme agli altri e riconsegnandoli poi alla società come forza di contrasto attivo verso le istituzioni. Sempre tremende, inesorabili, sostanzialmente indifferenti e solo parolaie.
Ecco perché, per me, il marzo ‘77 a Bologna, sono solo e soltanto Radio Alice. In quelle stanzette imbucate si è consumato, con un crescendo shakespeariano, uno scontro politico-culturale di prepotente attualità, allora e -se non dispiace- anche oggi. Il piccolo grillo che parla, e poi parla a tutti, e nonostante le parziali aggressioni continua a parlare; fino a quando il potere col suo piede di ferro lo schiaccia nella polvere; ma non potendo impedire che ogni suo passo, ogni suo grido, ogni sua minaccia e l’imprecazione siano fatti ascoltare a tutta la città e restino poi incisi a testimoniare dell’avvenuta violenza. La morte violenta di Radio Alice, la morte violenta di Lorusso studente, sono i due testimoni che stringiamo in mano da consegnare, nella nostra corsa affannosa contro un tempo senza molta speranza, ai giovani uomini di oggi. Ai giovani di leva nati negli anni Ottanta?

Roberto Roversi
(scritto nel marzo 1997)

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ESTATE ITALIANA, OLIMPIADI, VECCHIO ROCK, RADUNI GASTRONOMICI E FESTE DI PIAZZA

E’ un fatto; ma a stabilire la complessità dinamica di questo momento, accade spesso che, non solo riflettendo ma anche scrivendo, si parta da un argomento o da un problema ben specifico e in apparenza delimitato e ci si accorga, procedendo, di coinvolgersi e poi di involversi in altri problemi che potevano sembrare distaccati o laterali, almeno per l’occasione.
Il riferimento, solo puntuale anche se generico, è a questa estate: interessante disastrosa esorbitante coloratissima e tetra allo stesso tempo; gonfia di continue proliferanti e offensive contraddizioni che non riescono a consumare alcuna rabbia vitale. Le Olimpiadi, intanto; poi, in questa Italia sempre in mutande e cialtrona, il proliferare dei concerti, tanto da farla ormai ritenere il cimitero (il e non un) degli elefanti: dato che la maggior parte dei disillusi o smorzati o spenti o inguaiati personaggi del vecchio rock – singoli o band radunatesi in tutta fretta – vengono a raggranellare paghe per il lesso in serate (per lo più) che solo la poca oculatezza musicale del pubblico consente si concludano senza pomodori. Cattivi suoni, voci stanche, pochi desideri, teste altrove (sul palco) confermano spesso la quasi assoluta mancanza di vigore e di rigore di queste serate. Ed essendosi ormai compiuto un collegamento stretto, all’interno di questa spietata società dello spettacolo mondializzato, anche i supporti giornalistici, in ogni occasione, non sono più critici attenti, ma solo promozionali (a parte pochi casi personalizzati e disarmonici alle stesse strutture). Insomma, ciò che resta libero è molto poco; ciò che resta buono è molto poco (e il buono autentico bisogna andare ancora una volta a pescarlo nelle cantine, dove si annida per breve tempo, perché anche lì sotto viene in fretta individuato, afferrato manomesso).
Olimpiade, dicevo; poi i concerti in piazza; poi le mostre onnivore di qualsivoglia gestore di pennelli; poi i raduni delle squadre di calcio (aggiungerei, con poca malizia, le serate di lettura di poesia, in successione irrefrenabile). No, dimenticavo: le feste dell’Unità, e il quadro è davvero completo. Le feste dell’Unità, diventate il grande festival gastronomico dell’estate italiana, in cui fra pappardelle al sugo di lepre e Sangiovese dell’annata ‘91, si consuma l’epicedio definitivo di una speranza che fu grande (forse troppo grande in quel momento) e che adesso ansimante come un buon cane dopo la corsa si annida disarmata fra le braccia astute di Prodi.
Per le Olimpiadi, diventate in modo definitivo mercificazione sportiva, da cui sono bandite curiosità vera, speranza vera, partecipazione disinteressata: per valutarne a spicchi il grado di “civiltà dei sentimenti”, di attenzione critica e corretta da parte dei sistemi d’informazione (quelli che chiamano subito sposini, per intenerire il pubblico a parole, i giovani precipitati con l’aereo americano pochi giorni fa); basterebbe il trattamento riservato nella cronaca di prima pagina, da parte del secondo maggior giornale italiano, a Cassius Clay, che ha acceso la fiaccola dei giuochi. “Tremava come un budino. Con tutto il braccio sinistro morsicato dalla malattia, come se fosse attaccato a un martello pneumatico invisibile. Un robot gonfio, goffo, malato, che a malapena riusciva a tener in mano la fiaccola”. Sembra di sentire, a voce alta, il resoconto delle disgrazie terribili dettate dalla televisione, come le cronache visive e parlate da Sarajevo, degli ultimi anni, insegnano e confermano. Sottrarsi a questa logica perversa, che afferra brutalizza e omogeneizza, annegandoci dentro le immagini e le parole, sembra a me l’urgenza più drammatica dei nostri anni. Defilarsi; per ascoltare (altrimenti non si ascolta più niente di vero; si ascolta solo il rombo prepotente di un potere vincolante e lontano). Defilarsi; per vedere, scegliendo non di vedere tutto, ma ciò che conta e serve, e sarà l’impegno più complesso, più difficile, poiché lo scaricamento perverso della realtà non più controllata si rovescia sopra di noi, ad ogni alba e ad ogni tramonto, come un carico di immondizia. Vediamo tutto e ci sembra di non amare più niente. I giovani, così, si dondolano su qualsiasi nota, si scuotono sopra qualsiasi urlo, richiamati da un flauto, potrebbero senza fare un moto essere condotti direttamente all’inferno. A conferma, oltre alla bassa qualità dei suoni uniformati da una tecnologia ormai troppo uniforme e gelida per non togliere qualsiasi emozione, sta la greve uniformità della scrittura giornalistica, e il degrado precipitoso della comunicazione televisiva. tanto da rendere questa estate italiana – che compensa il calo del turismo tedesco con la massiccia invasione del turismo est europeo (composto, come ci hanno chiarito le cronache, dai più diversi esemplari) – una tra le più caotiche degli ultimi anni.
Si sono qui annotate situazioni certo risapute, radunandole però in un mazzetto e poi rimesse sul tavolo non per gusto carogna, ma perché siano doverosamente tenute presenti, al fine di non continuare a farci scuotere spalle fianchi e testa al suono di musichette guidate (teleguidate), che sono una dannazione vera.

Roberto Roversi
(scritto nel luglio 1996)

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IL PIÙ PERICOLOSO DEI BENI, IL LINGUAGGIO

Essendo per fortuna uno del branco itinerante, pellegrini verso una qualche Gerusalemme lontana, salvifica occasione, mi è possibile con cautela annotare una sola riflessione generale, molto semplice, che variamente espressa mi è compagna da tempo; buona compagna, appunto, del viaggio. Teoricamente c’è libertà grande per la comunicazione in poesia, oggi, da noi; libertà che consente molto movimento; un orizzonte aperto. Senza vincoli, essa può agire cercando. Non ci sono più maestri, in questo secolo che sta per finire, per aiutarci in questa inquietudine tumultuosa che non riesce ad aquietarsi neanche per un momento. Senza l’ombra di maestri viventi, quanti liberi viaggi avventurosi e di ricerca concede la scrittura poetica, attestandosi ancora una volta al centro di una comunicazione privilegiata, in quanto aperta a tutti; propensa a concedere voce e sorriso o grido di rabbia a ognuno di noi – senza metterci in riga. Mentre, di contro, si sentono passare intorno a questi paraggi solo mugugni e annoiati presagi; i quali intendono ammonire in ogni occasione chi si propone di comunicare, rendendosi recidivo. Ammonisco appunto: in tanti, in troppi scrivete: siamo frastornati, stanchi noi che per privilegio dovremmo ascoltare e giudicare; perché non lasciare il passo agli artisti veri assestati in più rigorose dimore? Tacete almeno un poco e ascoltate. Con costanza ascoltate gli avvertimenti critici, per aiuto a recedere da una scrittura che scivola via come acqua di roggia. Questo ripetono, uscendo dal proprio tabernacolo, con l’umore tollerante o intollerante di chi mal si adatta ad ascoltare anche da lontano il fiatare del popolo che preme; cioè del popolo di scrittori in versi, aggrovigliato mescolato direi grandioso nelle sue speranze sempre riaccese, mai sprecate; e invece di continuo escluso deluso recluso. E costretto, nella pratica, a procedere incerto, quasi si trovasse a un trivio – senza indicazioni – che conduce a tre o a sette città diverse. Infatti la scuola la cultura ufficiale, i centri militanti di potere anche esiguo, sono da sempre abituati – e l’abito non è stato mai dismesso – a giudicare, a sanzionare, a classificare, a disporre; mai a voler solo capir bene con la necessaria lentezza e pazienza; entrando dentro al testo come in una caverna nuova oscura. Ed è questo viaggio di Alice dentro ad ogni riga, ogni parola, anche la più giovane e ignota; dentro ad ogni testo comunque addobbato e proteso, a rendere vertiginoso il rapporto con ogni scrittura poetica: polverosa per la strada percorsa, straziata dalle ferite o dalla fatica, violentemente sonora, o raggelata dall’incertezza del silenzio. Anche questo libro dà credito alla buona lettura, non essendo un’opera da poco; e la successione dei testi, variamente distribuiti o assemblati dal curatore, aiuta a procedere legando filo a filo e ascoltando le vibrazioni delle parole. Suggerendo inoltre questa prima immediata annotazione: non sussiste neanche l’ombra di una qualche identità testuale come ombra o orma di una emilianità o bolognesità persistente, tanto da potere offrire chiave o elementi per una identificazione o classificazione critica ravvicinata, e di comodo. Al contrario: ciascuno ha un suo modo, un suo mondo, spesso anche lontano e divergente, e non ha pietre riscaldate da un focolare che consenta comuni memorie da trasferire in segno linguaggio parola. Potrebbe essere vero che una ragione per questo vuoto di comuni spiriti vitali, sia nell’isolamento o nella solitudine quasi coatti a cui siamo consegnati; offesi dall’ingratitudine aspra della società, dalla sua volgarità senza pace; infastiditi da una violenza rumorosa e micidiale. Perché questa cattiva realtà è come rimossa nei suoi dettagli; mentre il testo poetico cerca invece, spesso con durezza ma spesso anche con un’ansiosa richiesta di attenzione (un orecchio che ascolti e non si stanchi mai di ascoltare), di disporre un qualche muro di parole fra sé e il mondo cane per inviare segnali fitti e coinvolgenti, che non si ricevono senza restarne contaminati. Come entrare in una foresta in tempesta. Dunque, anche se non c’è un rap corrispondente, nella poesia che qua si legge, è vero che la lettura aiuta a riflettere, a rileggere; e obbliga a far di conto, ascoltando le voci. Tutte le voci: «Il più pericoloso dei beni, il linguaggio» (Hoelderlin)

Roberto Roversi

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IL FUTURO DELL’AUTOMOBILE (1996)

Vent’anni fa, con “Automobili”, si interruppe la collaborazione fra Roberto Roversi e Lucio Dalla. Il disco, comunque bellissimo, risultò molto diverso rispetto al progetto iniziale, riduttivo rispetto allo spettacolo che Dalla aveva inscenato (e di cui, prima o poi, salterà fuori qualche incisione-pirata). Una parte delle canzoni venne scartata, alcuni testi furono abbreviati. Nelle note di copertina, i testi risultano di Norisso; i musicisti che collaborarono con Lucio Dalla erano: Carlo Capelli, Marco Nanni, Giovanni Pezzoli, Luciano Ciccaglioni, Ruggero Cini, Rodolfo Bianchi, Tony Esposito, Rosalino Cellamare. Ma a risentirle, quelle canzoni, e a rileggerli, quei testi sull’automobile e sull’uomo al volante, emergono immagini e categorie modernissime. E persino profezie di Crash.
(1976) – “Il futuro dell’automobile” è lo spettacolo cantato di un’idea: oppure, diciamolo con semplicità, sarà magari solo il progetto di questo spettacolo cantato. E la nostra idea è questa: ciascuno a suo modo e nel suo campo d’interesse e di lavoro, ma tutti insieme, dobbiamo affrettarci a ridisegnare la mappa dell’uomo, questo uomo del ‘76, che ogni giorno sembra bruciare sotto la carta di cento giornali.
Dobbiamo cercare di ridargli una faccia (la nostra faccia), un cuore (il nostro cuore), dei sentimenti (i nostri sentimenti), un amore (il nostro amore), anche un’ombra (ecco la nostra ombra). Dobbiamo accompagnarlo, parlargli, discutere, ascoltarlo: ascoltarlo soprattutto nei momenti in cui credendosi solo parla o cerca di parlare ad alta voce. Dobbiamo con un dito cercare di seguire perfino la leggera polvere del suo fiato. Noi vediamo qua coi piedi in terra, con una nuova esperienza, con una rabbia diversa, con i suoi problemi che sono terribili ma anche con la sua volontà di capire e di vivere il futuro. Dunque col bisogno di mescolarsi e unirsi agli altri per cercare …
(1996) – Oggi è forse diverso da allora? Più complicato e impossibile? Molti di questi testi, nella sostanza, dicono cose ripetibili anche oggi, credo. Direi, tali e quali. A parte “I muri del Ventuno”, canzone epica, come sulla guerra di Troia; ma che ancora mi fa gelare la pelle. Cosa importa?
L’episodio, le parole de “L’ingorgo” sono prese da un giornale del ‘76 o di oggi? E “L’intervista” con Gianni Agnelli, a parte le rughe? Poi c’è Nuvolari, che allora in tanti avevano dimenticato (ma oggi ho il rammarico vero di non aver ottenuto la canzone su Achille Varzi, l’avversario lucido e spietato; personaggio da modernissima leggenda; per me il più grande pilota del secolo, fra tanti campioni).
Così le “Mille Miglia” una e due; films su strade ancora libere e alberate, solo in parte catramate, impolverate, poco illuminate. Potrebbero essere corse oggi, fuori dagli autodromi? Di notte, a letto, molti sentivano lontano i motori ruggenti. No, non si potrebbe; solo memoria, ricordo, scancellazione del presente, per chi in qualche modo le ha viste. Il mondo di oggi è altrettanto epico ma in modo atroce; ma i campioni sono troppo vicini e presenti, sempre, per dare i brividi.

I MURI DEL VENTUNO

Sono le otto di sera
quando appare la prima bandiera rossa
sui muri della Fiat.
C’è questo nuovo settembre dentro al vecchio settembre
e va a picco con tutta la vita il vecchio dolore che dura.
A Genova a Milano a Torino questa chiave apre il destino.
Sono le nove di sera
quando appare un’altra bandiera rossa
sui muri della Fiat.
La gente è sulla strada, la gente non vuole aspettare.
La gente ha le dita di brace, la gente non vuole più parlare.
Una rabbia dura spacca la giornata e diventa terribile, ordinata.
Sono le dieci di sera
ecco una quarta bandiera rossa
sui muri della Fiat.
Si chiudono i cancelli e i tetti sono abitati.
Gli operai hanno gli elmetti, in giro c’è un grande silenzio.
Tutti sono soldati, tutti lavorano e trattengono il respiro.
Intanto cento bandiere
si aprono nel vento
saltano e ridono sulle ciminiere.
Quando il sole del giorno precipita nella sera
la fabbrica è illuminata, gli operai lavorano al tornio;
oppure sopra i cuscini dormono come bambini.
Parodi alla Fiat-Centro parla agli amici che ha intorno:
“la vigilanza sia armata, continuare sempre il lavoro,
i turni si svolgano esatti, disciplina anche di notte”.
A un giorno succede un altro giorno
e la gente sta dentro alla lotta;
a una lotta tremenda, che scotta.
Questa è la situazione dovunque si guardi o si vada:
dalla Diotto a Garavini, da Moncenisio ai Cantieri,
Subalpina o Dubox, Ansaldo Westinghouse o San Giorgio.
Poi sopra rotaie piegate
i giorni diventano anni;
di questi si ricorderà la memoria.
Oggi non c’è ancora la vittoria, ma badate: sempre unità, compattezza.
Si riaprono i cancelli, tornano cauti i padroni.
Si ammainano le bandiere da tutti i tetti, dai muri e dalle ciminiere.
Ma queste giornate di ferro
queste giornate di gloria
si sono fatte leggenda,
sono già nella storia.

 MILLE MIGLIA, PRIMA

… Il sole si spaccava
contro il sole dei gasometri
e dall’alto lasciava
una riga rossa di sangue
sulla strada per chilometri …

NUVOLARI

… Quando corre Nuvolari, quando passa Nuvolari
la gente arriva in mucchio e si stende sui prati
Quando corre Nuvolari, quando passa Nuvolari
la gente aspetta il suo arrivo per ore e ore
e finalmente quando sente il rumore
salta in piedi e lo saluta con la mano,
gli grida parole d’amore
e lo guarda scomparire
come guarda un soldato a cavallo
a cavallo nel cielo d’aprile …

MILLE MIGLIA DEL ‘47

… Nuvola Nuvolari
sei una nuvola nera,
dentro a un cielo sereno
sfascio di primavera
A cielo aperto
quando sbatti il martello della sorte
se cerchi la morte
la morte non verrà …

RODEO

L’asfalto si snoda in turniché,
in curve defilate.
Le città piccole o grandi si spengono come candele.
Esce un odore lungo di caffè
dalle finestre spalancate.
L’ultimo raggio di sole dorme sul tuo ginocchio.
Poi la strada si riempie di gente
agli incroci o nei viali fanno un blocco
fanno blocchi stradali,
c’è fumo nell’aria e intorno non si vede più niente.
Ruote di gomma, cataste, altoparlanti che gridano,
donne e ragazzi allineati
allungano un foglio attraverso i vetri abbassati,
parlano di fabbriche
dicono di cinque fabbriche occupate.
Il paesaggio qua è ormai cambiato.
I camion sono fermi contro i muri.
E’ scomparso il mare, il vento sembra un vento infernale
batte e ribatte contro le serrande chiuse.
Un giuoco
il giuoco sembra arrivato al rush finale.
Questi uomini e le donne
dicono dieci parole,
sono parole dure come un sasso,
non è carbone acceso da spegnere sotto il tacco.
Dentro quest’anno
per la prima volta
avremo una recessione globale;
dicono che tutto cambia
e gli uomini lo sanno
nel mondo industriale.
Dicono che non sarà sempre così.
Anche se questi tempi sono duri
indietro
indietro
indietro non ci lasciamo buttare.
Dicono dieci parole
o di parole ne raccontano cento
mentre riprendiamo questo viaggio.
La macchina corre via sopra un viadotto.
Corriamo come un aliante
che striscia leggero le grandi ali sul prato
e vediamo là sotto
bianco nudo e solo un uomo
che agita un violino rotto
e con un’ombra si sta battendo a duello.
Il silenzio intorno
è un silenzio strano
un silenzio duro
un silenzio bello.

ASSEMBLAGGIO

… La mia incertezza non è più assoluta.
Lo so anch’io che questi sono anni
tutti da ricordare;
lo so che non c’è un giorno
un solo giorno che si può buttare.

LA SIGNORA DI BOLOGNA

Mi accarezza la mano,
legge adagio il futuro.
E’ seduta sul vuoto.
Con il pollice striscia
il solco della mia vita.
Brucia il mio passato.
Ha lunghe dita magre
e ha trecento mattini
da riempire di favole.
Poi cammina leggera
dentro a una nebbia gialla
che cade nella pianura.
Ma che città è mai questa?
improvvisamente so
che il ricordo non basta.
Siamo ormai nel duemila,
la notte è un deserto ordinato.
Alberi e alberi in fila.
E’ il sogno di un’avventura
o un’avventura sognata
nel buio di questa sera?
Mi fermo a fantasticare
fumo come un dannato
mi lecco le ferite;
lei mi può cancellare
o mi può richiamare
con due sole parole.
Cosa potrei lasciarle
se lei mi lascerà?
Restano antiche paure.
E’ ferma nella piazza
vola con i piccioni
è ferita dal sole.
Sono verdissimi gli occhi
che s’aprono in un sorriso,
li corregge con la matita.
Poi un giorno è partita,
ha rubato il marito
alla sua migliore amica.
Dopo mesi è tornata
il marito è distrutto
l’amica è disperata.
Come in una storia antica
mi ha cercato e chiamato,
non ho voluto tornare.
Il verde che strisciava
sul solco della mia vita
non è quello di prima.
L’età dell’automobile
gettona tutti i miti
nei chioschi di benzina.

STATALE ADRIATICA, CHILOMETRO 220

Al chilometro 220 ci aspettano ombre e mille sentimenti,
l’asfalto della strada è una sabbia di conchiglie rare
ma non c’è al mondo posto più bello per fare l’amore
di quella trattoria dove allevano le quaglie vicino al mare.
Al chilometro 220 la tabella di marcia è mantenuta,
c’è il tempo per la barba ma lo specchio si rompe in cento pezzi,
nel silenzio le orecchie fischiano dentro a un tempo sereno,
molti uomini con pazienza aspettano il passaggio di un treno.
Al chilometro 220 si incrociano le strade del mondo
stesa sull’erba c’è una ragazza bionda che conosco
dieci giovani merli le calano sul ventre di foglie
manderà scintille come la paglia in un giorno d’agosto.
Al chilometro 220 finalmente qualcuno è vicino.
Io ho moglie e figli (dice), non posso mai riposare
non riposo nemmeno la domenica di natale
anche a pasqua e al principio d’estate devo sempre andare.
Al chilometro 220 ci avviciniamo al nostro appuntamento.
Fermo la cisterna, con un fischio chiamo l’amico
dicono che l’amico l’altra notte è partito
non scendo, metto in moto e non mi volto indietro.
Al chilometro 220 l’impatto è terribile come un colpo di vento.
E’ uno scarabeo la macchina rovesciata nel fosso
brucia e sembra un tronco, un tronco arroventato,
corre corre la gente a guardare, il cielo rosso.
Poi la vita torna a sorridere, la vita non può aspettare;
altri uomini arrivano e si guardano intorno.
Un TIR con quintali di “bionde” dentro al rimorchio
suona, chiede strada, dentro una galleria scompare.

DUE RAGAZZI

… Dall’alto piove una neve verde
portata dall’ombra della sera,
scoppiano tre stelle all’improvviso
enormi come un grande riflettore
sopra all’auto scalcinata
al margine di un campo
dentro a un’auto in demolizione
dove due ragazzi senza tempo
fanno l’amore

L’INGORGO

… Al quarto giorno avanzano un chilometro,
molti hanno lasciato l’automobile
e girano per i prati e le foreste
cercano il pane e l’acqua come bestie
Dividono sul bordo della strada
l’ultimo creck, l’ultima bottiglia;
la cocacola è razionata a gocce:
due gocce solo per le labbra rotte …

INTERVISTA CON L’AVVOCATO

… Da tutti è ormai confermato
che l’auto è in una crisi profonda,
che l’auto non ha futuro
come uno stecco di legno su un’onda
e che dopo l’assestamento
le auto saranno più rare
e finiranno per scomparire
come lampare sul mare …

IL MOTORE DEL DUEMILA

Il motore del duemila
sarà bello e lucente,
sarà veloce e silenzioso,
sarà un motore delicato
di metallo prezioso,
avrà lo scarico calibrato
e un odore che non inquina;
lo potrà respirare un bambino o una bambina…

Roberto Roversi

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Alla memoria di Carlo Giuliani

I giovani non devono morire
e la piazza piange e la città è in un silenzio turbato
non un’ombra è perita nel sangue
ma un giovane uomo che ha ancora la vita vera da vivere
lì, morto
il silenzio, le grida, violenza e ancora violenza
poi morte, solo morte
la città si consuma nel delirio delle mille voci
la vita di un giovanissimo si consuma
sull’asfalto, sul marmo, sui mattoni
e spegne il sangue, spegne la luce
un giorno, un giorno ancora di orrori
dove il barballio del cielo è reso nebbioso e consunto
dai colpi feroci, dagli spari feroci
tu corri e ti inseguo, tu spari e sei mio
il giorno, il giorno non tace
e gli anni, gli anni feroci sono arrivati
essi, essi non sono mai partiti
lì stanno, lì permangono, incalzano
e noi provvedere dobbiamo
per rendere il mondo, il mondo sempre più umano

Roberto Roversi

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