Opinioni / Londra, i riots e la sfida ai movimenti


Le sommosse dei giorni scorsi in Inghilterra sono il sintomo di una situazione politica che mina direttamente le classi subalterne, e l’espressione della profonda crisi del capitalismo. Quali le conseguenze per i movimenti?

12 agosto 2011 - 19:40

Dal nostro corrispondente a Londra

Un pò di storia. Giovedì quattro agosto a Tottenham Hale, Londra, Mark Duggan viene colpito da una pallottola della polizia e perde la vita. Sabato sei agosto viene convocata una manifestazione che sfocia in una serie di scontri con la polizia. Gli scontri evolvono e gruppi di giovani locali prendono d’assalto negozi, portando via la merce. Un edificio di più piani che ospita un negozio di tappeti viene dato alle fiamme e ridotto in cenere. Sabato sette agosto gli scontri si estendono ad altre zone della citta. Per tutto il weekend, fino a lunedì otto, incendi e scontri con le forze dell’ordine prendono luogo a Lewisham, Peckham, Enfield, Hackney, Clapham Junction, Brixton ed in altre zone della capitale britannica. Diversi feriti tra agenti e manifestanti, negozi completamente dati alle fiamme, gruppi di giovani costruiscono barricate e mettono la città a ferro e fuoco per lunghe ore. Le acque si calmano nella capitale, ma i riots continuano a Manchester, Birmingham, Nottingham ed in altre città inglesi. I media e l’opinione pubblica parlano di ‘mindless violence’. Non avrebbe forse più senso parlare di ‘mindless capitalism’?

Tottenham Hale, dove Mark Duggan ha perso la vita, è il quartiere di Londra con uno dei redditi medi più bassi della città. Broadwater Farm, il complesso di case popolari intorno al quale prima l’omicidio e poi le sommosse prendono luogo, è popolato soprattutto da persone di colore, immigrati di origine afro-caraibica ma anche turchi e kurdi. Venticinque anni fa, nello stesso council estate, Cynthia Jarrett moriva durante una perquisizione domestica e altri riots scoppiavano a Tottenham e a Londra. Erano i tempi di Maggie Tatcher, dell’attacco del nascente consenso neo-liberista ai sindacati nazionali ed ai diritti dei lavoratori. Due elementi comuni, quindi: un contesto politico conservatore e al servizio del capitale che attacca direttamente i diritti e le vite dei lavoratori e una morte per mano della brutalità poliziesca. Ma c’è dell’altro.

Darcus Howe, attivista di Brixton durante i movimenti degli anni ottanta, interviene sullo show televisivo americano Democracy Now! sottolineando che le cause dei riots sono da attribuire anche ai costanti ‘fermi e perquisizioni di giovani neri, senza alcun motivo’. Prima di intervenire su Democracy Now! Howe era intervenuto su Bbc News, imbarazzando la conduttrice del programma televisivo che rispondeva alle sue affermazioni dandogli implicitamente del criminale. I media negano la matrice politica di questi riots, attribuendoli all’educazione, alle responsabilità dei genitori ed a qualche innata attitudine criminale. Il quotidiano ‘The Sun’ titolava ieri ‘Name and Shame’ riportando pubblicamente i connotati di alcuni dei presunti ‘responsabili’ delle violenze. La stessa retorica è condivisa in maniera trasversale in Parlamento. Il primo ministro David Cameron, intervenuto ieri alla Camera dei Comuni ha sottolineato la natura criminale delle sommosse, l’analisi del Labour Party si è concentrata sui tagli alla polizia e sulla richieste di più fondi per le forze dell’ordine.

Militarizzazione, repressione e criminalizzazione è tutto ciò che la politica istituzionale risponde ai fatti dei giorni passati. Il primo ministro ha assicurato che qualunque tattica la polizia ritenga necessaria avrà pieno supporto legale e che il governo non sarà preda di ‘ipocrite questioni di diritti umani’ nell’identificazione e arresto delle persone coinvolte. Come se non bastasse, i conservatori minacciano di intervenire sui social media, limitando la libertà di comunicazione che avevano elogiato nelle rivolte arabe. Secondo Cameron, i riots sono attribuili ad una ‘completa mancanza di responsabilità […] Persone autorizzate a credere che il mondo debba loro qualcosa’. Che il governo, in particolare, non debba niente ai giovani e soprattutto alle classi subordinate appare chiaro dalle politiche che lo stesso mette in campo.

Non si possono scollegare, infatti, questi riots dalle politiche di austerità messe in campo dal governo liberal-conservatore: tagli ingenti alla spesa pubblica, incremento esponenziale delle tasse universitarie, drastica riduzione dei servizi sociali quali i sussidi di disoccupazione, servizi per i disabili e per gli anziani. Mentre le statistiche dimostrano che le classi più abbienti si arricchiscono sempre di più, i poveri diventano sempre più poveri. E’ l’idea della ‘Big Society’ cameroniana, l’ultima frontiera del capitale. Lo stato non deve niente ai propri cittadini, e dietro la retorica della responsabilità si cela una logica di accumulazione per cui niente può sfuggire alle dinamiche della mercificazione e del mercato e per cui, ad esempio, lo stato non finanzia più le discipline umanistiche perché considerate meno importanti e in cui attraverso una strana formula magica i servizi pubblici diventano più efficienti e accessibili se riorganizzati secondo la logica del profitto. Una sorta di anarco-capitalismo che è una presa in giro: la totale libertà del capitale di consumare ogni aspetto della vita umana e di gettare i mezzi di riproduzione nella giungla del libero mercato in cui le disparità sono enormi ma si finge di essere tutti sullo stesso piano.

Non è cosa nuova. Il Labour aveva diligentemente spianato la strada, abbracciando il piano neo-liberista negli ultimi dieci anni. Se dietro i riots di questi giorni non è emersa una chiara piattaforma politica è perché le persone che hanno preso parte alle azioni hanno visto esacerbare una situazione già disperata. L’accesso all’università, per esempio, era già molto difficile prima e diventa impensabile adesso. È in questa luce che i riots assumono un movente politico. Uno dei negozi più colpiti dai saccheggi è stato JD, una nota catena di articoli sportivi. Le immagini di ragazzini che portavano a casa scarpe da ginnastica trendy sono state trasmesse dai media, ed hanno alimentato la retorica dell’egoismo dietro le sommesse. Ma da cosa scaturisce quest’egoismo? Non è esso forse il frutto dell’estrema individualizzazione consumistica di questo sistema produttivo? La dimensione materiale delle rivolte non solo esprime il disagio, tutto materiale, degli strati più bassi della popolazione (e di una classe media che si va assottigliando) ma è anche il sintomo di una società capitalista giunta ad un punto di mercificazione totale, in cui o possiedi o non sei. Ed è a questo punto che il concetto di proprietà viene rinegoziato dal basso, e la riappropriazione diventa il primo terreno della rivolta. Più che di periferie impazzite, si tratta di un sistema impazzito in cui la presa di responsabilità è chiara ed immediata: vogliamo tutto e lo vogliamo subito. L’articolazione di discorso politico è assente perché questo non è il fenomeno middle-class delle rivolte studentesche, in cui l’elaborazione di una piattaforma emerge da anni di studio in università già costose. Se Marx avesse commentato gli scontri li avrebbe probabilmente condannati, attribuendo i partecipanti a quella underclass, al lumpenproletariat che non ha nessun ruolo da giocare nella rivoluzione proletaria. Parassiti.

È forse vero che questo lumpenproletariat inglese una coscienza di classe non ce l’ha, ma questa condizione ricopre un numero crescente di persone parallelamente all’estensione globale del dominio del capitale. La violenza di questi giorni, tuttavia, aiuta a chiarire un punto fondamentale. Certe analisi di stampo marxista di organizzazioni come il Socialist Worker’s Party o Counterfire, ribadendo la necessità di forme di resistenza tradizionali incentrate sullo ‘unionism’ ‘, rischiano di compromettere fondamentali alleanze di base tra le fasce dei dispossessed e i movimenti sociali che da questi potrebbero trarre nuova linfa, nuove piattaforme e tattiche rinvigorite per attaccare la fortezza capitalista che nella crisi del sistema finanziario mostra crepe pericolose. Negli ultimi anni, infatti, i movimenti in Inghilterra ed in Europa in generale sembrano essersi rivolti più all’impoverita classe media che alle già povere masse delle periferie.

Il secondo è che la liquidità della dimensione di classe sembra aumentare dalla parte dell’antagonismo e diminuire da quella delle élites dominanti, in cui la natura di classe dello stato diventa sempre più accentuata: un fronte capitalista determinato a non fare nessuna concessione. La redistribuzione diventa un sogno di metà novecento, e la necessità di un cambiamento radicale dei sistemi produttivi e democratici diventa sempre più urgente. La dittatura dei sistemi finanziari ha ucciso l’illusione dello stato nazione, dimostrando che la sovranità ultima risiede nelle banche piuttosto che nei parlamenti e che il ruolo dello stato è quello di spiegare violenza a protezione del capitale.

La sfida che la rivolta inglese, e che quelle a venire, pongono e porranno ai movimenti è nella costruzione di una coalizione sociale che riesca a rispondere all’attacco di classe, con una composizione difficilmente identificabile con la moltitudine di Negri, ma che non può essere, per il momento storico, la compatta classe operaia del secolo scorso. Una coalizione che riesca contemporaneamente a costruire alternativa ed a difendere le condizioni materiali delle classi subalterne senza cadere vittima della trappola riformista.

GC

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