“Non può essere colpa dei poveri”


I comunicati di Tpo, Piazza Grande e Usb dopo la morte del piccolo Devid Berghi.

12 gennaio 2011 - 15:45

Provate pure a credervi assolti, siete lo stesso coinvolti

La morte del piccolo Devid, un neonato di soli 20 giorni è un fatto ignobile. Vergognoso. E’ una morte di cui vanno accertate le responsabilità. E’ una morte annunciata. Altre ne verranno se non ci sarà un cambio di rotta. Nella gestione politica della città. Nella gestione dei servizi sociali e nella riprogettazione del welfare. E’ una morte avvenuta nel cuore della città. Tra il Municipio e la Basilica.

Non ci ha mai convinto la retorica sulla grassa, rossa e solidale Bologna che si è girata dall’altra parte di fronte al dramma della vulnerabilità. Perché non è così che stanno le cose e da un pezzo. Da un pezzo questa è una città dove sono sempre i ricchi, sono sempre di meno ma sempre più ricchi, e i poveri son sempre più e sempre più poveri. Altro che città della solidarietà: Bologna oggi incolpa i poveri di essere tali. Questo è quello che accade alla mamma di Devid. Colpevole di essere povera. Colpevole di non aver accettato l’aiuto dei servizi sociali. In una catena di de-responsabilizzazione che dall’assistente sociale arriva fino al commissario comunale, che si affretta a dire che la colpa non è sua e torna ad occuparsi dei graffiti sui muri e delle ordinanze anti-bivacco. In una catena che passa per il silenzio complice degli attori politici, PD in testa, che hanno permesso lo smantellamento dei servizi sociali della città. La colpevole è la mamma. I colpevoli sono i poveri. Poveri, esclusi e colpevoli.

E’ una balla troppo grande per nascondere i tagli lineari a tutti i servizi sociali, soprattutto quelli che portano meno voti: i centri di prima accoglienza per i migranti, i dormitori per i senza fissa dimora, i servizi di prevenzione, i servizi rivolti al disagio sociale, i progetti per il reinserimento di chi ha sperimentato le tante forme della marginalizzazione sociale. Non si finanziano i servizi indispensabili e allo stesso tempo non si investe nell’innovazione degli interventi, che oggi più che mai di fronte alla crisi dovrebbero essere riformulati e potenziati, cercando di sperimentare nuove formule per una fragilità sociale che riguarda sempre più cittadini.

Spesso le istituzioni usano la tecnica politica di allentare l’attenzione sul disagio, piuttosto che puntare alla sua risoluzione. Se le persona non cerca l’istituzione, allora si dice che non ne bisogno. In realtà la prima funzione di un buon servizio sociale sarebbe quella di monitorare il territorio e farsi carico delle sue problematicità prendendosi cura del disagio in modo rispettoso. Che ognuno si occupi solo di se stesso, è più remunerativo. A chi non ce la fa da solo spettano abbandono e indifferenza. Abbiamo assistito in questi anni ad un progressivo smantellamento del welfare, attuato tramite il taglio alla spesa sociale, il decentramento incompiuto, il passaggio della competenza del settore sociale ad agenzie esterne come sono le ASP, la loro lontananza dai decisori politici, la precarizzazione degli operatori del sociale.

Noi ci chiediamo quanta ipocrisia bisogna saper sostenere per far ricadere tutta la colpa sui poveri. Prevenire la povertà, non fargli la guerra. Soprattutto in un momento in cui la povertà, le povertà aumentano. Non può essere colpa dei poveri.

Cs Tpo

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Bologna si è svegliata in un incubo in questi primi giorni del 2011. Un bambino di pochi giorni è morto di freddo e stenti e non è successo in una baracca in periferia, come per Florin, il bambino romeno morto nel 2007 in un incendio, ma in piazza Maggiore, nel cuore della città. La vicenda è stata ricostruita e raccontata da giornali e televisioni, ma restano ancora dei punti interrogativi sulle reali condizioni di vita della madre e dei suoi figli.

Oggi siamo in grado di aggiungere un tassello: la notte precedente al giorno del decesso madre e figli l´hanno trascorsa in una roulotte, un riparo di fortuna che condividevano con un’altra persona senza dimora. Passare le ore del giorno all´aperto, al freddo è stato fatale per il neonato che aveva trascorso i suoi primi giorni di vita in incubatrice.

Si sta provando a capire come la macchina burocratica dei servizi sociale comunali abbia potuto partorire questa tragedia. Piazza Grande dentro quella macchina, in qualche modo, c´è, tanto che anche i nostri operatori avevano incontrato la madre del bambino in passato e l´ultima volta il 31 dicembre.

Si è già detto della volontà della donna di nascondere il disagio in cui viveva, temendo, probabilmente che le venissero tolti anche i due gemelli neonati come le era già capitato con due figli nati qualche anno fa, e da qui il rifiuto  dell´assistenza offerta in diverse occasioni dai servizi sociali.

È già questo un punto su cui riflettere: se una madre deve scegliere tra il rischio di perdere l´affidamento dei figli e quello di mettere a rischio la loro vita, è evidente che qualcosa non funziona. Per quanto ne sappiamo un caso come questo è ancora raro, ma il diffondersi del disagio socio-economico tra gli abitanti di Bologna, non può non farci pensare che le madri in difficoltà, in futuro, possano aumentare.

Altra questione, quella intorno alla quale secondo noi ruota la vicenda, è la mancanza di un riferimento centrale per i diversi settori che compongono i servizi. Il decentramento dei servizi, lo diciamo da due anni, ha creato disfunzioni ancora irrisolte. Gli utenti, le persone in difficoltà passano da uno sportello all´altro, da un quartiere all´altro; gli operatori fanno fatica a  comporre il quadro dei bisogni degli utenti. Manca il luogo dello sguardo totale sul problema e la possibilità di dare soluzioni articolate.

Forse anche per questo una madre non riesce ad avere tutte le risposte che cerca e a fidarsi delle istituzioni che potrebbero anche avere i mezzi per aiutarla.

Infine, ci auguriamo che lo shock e la vergogna che questa tragedia sta causando a ogni bolognese servano almeno a capire quali sono le vere emergenze della città. Il welfare non è solo il fiore all´occhiello di una bella città, ma è un mezzo per renderla viva e per qualcuno purtroppo è un mezzo necessario alla sopravvivenza.

Associazione Amici di Piazza Grande

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Una tragedia che non si deve ripetere

Un bambino di 20 giorni è morto in Piazza Maggiore per il freddo lo scorso 5 gennaio.

Esprimiamo tutta la nostra solidarietà alla famiglia che oltre all’indicibile dolore per la perdita di un figlio, deve sopportare anche l’accusa di essere responsabile dell’accaduto che la Cancellieri le ha scaricato addosso per non  aver accettato l’aiuto offerto dai servizi sociali.

Di fronte a questi avvenimenti dell’immagine edulcorata del commissario prefettizio non ce ne frega un bel nulla e questa modalità di auto assoluzione ci sembra disumana e, scusate, ci fa un po’ schifo.

E’ necessario affrontare la questione senza ipocrisie se si vuole evitare il ripetersi di drammi immensi come questo e di quelli più “piccoli” che non riempiono le cronache dei quotidiani ma che hanno una cadenza giornaliera anche nella nostra città.

Perché una mamma rifiuta un aiuto, mettendo a repentaglio la vita dei suoi bambini? La risposta sta nella paura che le tolgano i figli.

In effetti nell’intervento sociale si tende a tutelare il bambino, con un meccanismo di sottrazione ai genitori e non a tutelare il nucleo familiare come invece prevede la legge regionale.

In questa disgrazia le responsabilità vanno cercate altrove.

Ad esempio nello scempio che si è fatto dei servizi sociali in questi ultimi anni; in particolare con il decentramento ai quartieri che ha visto uno svuotamento di risorse economiche e di organici.

Gli attuali sportelli sociali territoriali rappresentano solo lo specchietto per le allodole incapace di dare una risposta di accoglimento per un’utenza sempre più bisognosa e più numerosa a causa della crisi economica.

Rappresentano un’aspettativa molte volte delusa dopo una lunga attesa. Manca un coordinamento reale tra i quartieri per cui non c’è omogeneità di intervento e di offerta.

I tagli di bilancio, l’improvvisata e burocratica risposta che la Cancellieri da’ con il documento sul bilancio 2011 che prevede di delegare la gestione dei servizi sociali al volontariato sarebbe il punto di non ritorno.

Se e’ inaccettabile un welfare dei miserabili come quello del regolamento dei servizi sociali approvato dall’amministrazione il 28 dicembre scorso, è contro il passaggio al volontariato che bisognerebbe ribellarsi pena la morte del welfare cittadino. Serve un ritorno alla centralizzazione dei servizi ed il ripristino di quelli cancellati dal decentramento come ad esempio il servizio pronto intervento minori che copriva tutto il territorio. Ora viene fatta la segnalazione del caso e poi in base alla ipotetica residenza viene attribuito al Q.re di competenza, viene preso in carico, valutata l’urgenza e solo dopo viene attivato un pronto intervento.

Serve un ripristino delle risorse economiche sottratte in questi anni e il potenziamento degli organici, altrimenti dovremo tornare tutti ad esprimere dolore e magari indignazione per una nuova tragedia annunciata.

Usb

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