Manca il tavolo? Lo porta Bartleby


Questa mattina azione comunicativa a Palazzo d’Accursio. Su un tavolo vero e proprio portato nel cortile gli attivisti hanno messo anche la delibera con cui il comune di Napoli ha dato in assegnazione l’ex asilo Filangieri.

19 luglio 2012 - 14:25

Essendosi sempre ispirati a uno scrivano che copiava e ricopiava testi, i ragazzi e le ragazze di Bartleby hanno fatto della “precisione” una loro prerogativa.

Portandosi, fin dall’inizio, in soma questa dote, hanno cercato sempre di usarla con intelligenza e fantasia. E così, questa mattina, sorretti dallo slogan “precisi ma non pignoli” hanno cercato, a loro modo, di sbloccare una trattativa (tra Comune, Università e collettivo) che si è arenata da molto tempo.

Non si riesce a trovare una nuova sede al posto dell’attuale di via San Petronio Vecchio, perché non si è trovato il modo di mettere i tre soggetti intorno a un tavolo? Bene, questa mattina, i “bartlebessy” il tavolo se lo sono partati da casa e l’hanno collocato in mezzo al cortile di Palazzo d’Accursio.

Un tavolo? Sì, parliamo proprio di quel piccolo mobile costituito da un piano orizzontale di materiale rigido e sostenuto da tre, quattro o più gambe, attorno al quale ci si siede per mangiare, prendere un caffè, chiacchierare o assumere anche delle decisioni più o meno storiche.

E su quel tavolo ci hanno messo molto materiale: i tanti attestati di solidarietà che hanno ricevuto in questi giorni dalle realtà più variegate, che chiedono all’unisono che Bartleby abbia un luogo per poter svolgere le proprie attività e portare avanti nuovi progetti. Un luogo dove si possano incontrare studenti e precari, artisti e migranti, scrittori e musicisti, poeti e lavoratori dell’immateriale. Un “atelier”, come loro lo chiamano, dove tenere aperto perennemente un cantiere di ricerca, di riflessione e di connessione sulla produzione culturale e artistica con tutti quei soggetti che hanno attraversato i movimenti cittadini e che, quasi sempre, Bologna non riconosce come parte viva.

Sul piccolo pianale hanno messo anche “105 firme a favore” contro l’unica di quella vicina, sostenuta dalla più grigia consigliera comunale del PD, che trova sempre ampi spazi sui giornali cittadini.

Poi, essendo anche dei mezzi teatranti, hanno proposto ai giornalisti presenti un piccolo “coupe de théâtre”, esibendo una delibera della Giunta Comunale di Napoli in cui si parla delle linee di indirizzo “per la destinazione del complesso di San Gregorio Armeno, denominato ex Asilo Filangieri”.

Si tratta del percorso inaugurato, nel marzo scorso, dal collettivo “La Balena”, composto da lavoratori dell’immateriale napoletani e da tanti altri che in questi mesi hanno partecipato alla vita dell’ex Asilo Filangieri.

La delibera del Comune di Napoli non può essere considerata un regolamento di assegnazione di uno spazio ad un soggetto determinato. Si tratta, invece, di un protocollo di corresponsabilità per garantire, nel modo più includente possibile, l’accesso e l’utilizzo del luogo, assicurando l’eguaglianza attraverso un processo partecipato.

Si tratta di un atto che ha raccolto l’idea di promuovere una prassi di “uso civico” del bene pubblico, “in coerenza con una lettura costituzionalmente orientata dell’art. 43 della Costituzione”. Il Comune non gestirà più “privatisticamente” San Gregorio Armeno, ponendosi come concedente verso uno o più soggetti privati (associazioni, fondazioni, singoli, ecc.) all’interno di un rapporto burocratico verticale ed escludente verso le realtà estranee alla concessione, ma si farà garante di un’organizzazione orizzontale, inclusiva e democratica dell’ex Asilo Filangieri, portata avanti dalle persone che lo fanno vivere, in corrispendonenza con l’antico istituto degli usi civici. La comunità dei lavoratori dell’immateriale condivideranno la programmazione dei progetti e la gestione degli spazi e degli strumenti di produzione con una pratica assembleare. L’Asilo come bene pubblico, liberato da una “occupazione sterile e costosa” della fondazione Forum delle Culture, viene così restituito alla collettività con una specifca funzione culturale. Il suo obiettivo sarà garantire la produzione e l’espressione di forme artistiche e culturali. La sua modalità di gestione sarà aperta, permeabile agli stimoli di una comunità in continuo ricambio e movimento.

Come si dice in questi casi, si tratta di una bella suggestione. Se si è ancora un po’ “novecenteschi” si può parlare di un buon suggerimento.

Ma qui il “sogno” dei ragazzi e delle ragazze di Bartleby si infrange contro la dura realtà. Far uscire l’Università e il Comune dal loro miope autismo è come lottare contro i mulini a vento. Ripensare Bologna a partire da chi la abita, chi la vive, chi la rende socialmente ricca ogni giorno, con gli attuali interlocutori comunali e universitari, è più facile organizzare la rivoluzione in tre puntate.



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