Luoghi di confinamento e mobilità dei migranti [audio]


Report e audio della presentazione al Tpo del libro di Alessandra Sciurba.

18 novembre 2009 - 17:53

Il libro di Alessandra Sciurba è il frutto della sua ricerca svolta durante il dottorato in Diritti Umani all’Università di Palermo che l’ha portata a girare dentro e fuori dall’Europa in tutti i centri dove vengono raccolti i migranti e dove è potuta entrare più a fondo nelle storie delle persone con cui entrava in contatto.

La prima parte del libro illustra come lo strumento del confinamento sia stato usato fin dalla nascita delle moderne nazioni europee, ovvero fin dalla Rivoluzione francese che ha prodotto la “Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino”. La rivendicazione dei diritti si traduce subito in una configurazione ristretta, non diritti universali ma diritti particolari, legati a queste categorie di cittadinanza e territorio su cui si basano gli Stati e che producono politiche di confinamento dei soggetti non inquadrabili in queste terminologie. La mobilità delle persone, le migrazioni mettono in crisi queste classificazioni rendendo necessaria agli occhi dei governanti l’adozione di norme coercitive in risposta a questo problema. L’autrice analizza così come il quadro si sia trasformato con l’istituzione dell’Unione Europea, il cui statuto si configura come somma dei concetti di cittadinanza e territorio presenti nei singoli paesi, spostando così i confini all’esterno. In seguito all’adozione di una politica migratoria comune degli stati europei, gli accordi di Schengen del 1995 hanno così prodotto i Centri di Permanenza Temporanea (CPT) ora denominati Centri di identificazione ed espulsione (CIE), per ospitare gli stranieri “sottoposti a provvedimenti di espulsione e o di respingimento con accompagnamento coattivo alla frontiera” nel caso in cui il provvedimento non sia immediatamenti eseguibile.  In parallelo viene di fatto ostacolato, a fronte di una grande abbondanza di documenti legislativi che dovrebbero tutelarlo, anche l’ingresso dei richiedenti asilo, che dopo essere stati raccolti nei CARA (Centri di Accoglienza Richiedenti Asilo) vengono spesso respinti con motivazioni che mirano a ridurre la gravità delle vicende politiche dei paesi da cui provengono ( come recentemente ha fatto il governo inglese nei confronti di migranti afgani).

A questa prima parte “teorica” di illustrazione delle politiche di controllo delle migrazioni e dei diversi luoghi di confinamento che producono, assimilabili a luoghi di detenzione, segue una parte “empirica”, frutto dei viaggi compiuti da Alessandra Sciurba in questi posti. Qui se da un lato opera una verifica dei concetti studiati, dall’altro si trova di fronte all’apertura di nuove problematiche che modificano la situazione così dipinta. In particolare viene destrutturata la teoria della forma “Campo” con cui tradizionalmente si indicano questi luoghi e che mentre in passato si connotava per un carattere di immobilità viceversa oggi non riesce a bloccare il movimento delle persone e per questo motivo deve continuamente rinnovarsi per continuare l’opera di confinamento. Questo avviene perchè le persone non accettano di essere ridotti alla “nuda vita” ma escono dai percorsi delimitati e lottano per affermare la propria libertà di poter scegliere dove andare e dove risiedere. Il prodotto finale di questa lotta tra politiche che cercano di bloccare e persone che non accettano quest’immobilità è qualcosa di nuovo, non codificato dalle leggi come i centri di detenzione amministrativa, ma definibile come “zona di confinamento”, priva di reali strutture che racchiudano le persone. E’ il caso emblematico dei “Giardinetti” del 10° arrondissement di di Parigi, pieni di giovanissimi migranti curdi e afgani. Qui infatti si sono riversati i migranti dopo la chiusura, a causa delle ripetute proteste, del CPT di Sangatte vicino a Calais ed è un luogo privo di ostacoli fisici che trattengano chi si trova lì, privo anche di poliziotti che li sorveglino. E’ un tacito compromesso con il governo: viene tollerato che le persone restino lì in attesa di andare a Calais, raggiungibile dalla contigua Gare du Nord, da cui potranno andare in Inghilterra a patto che stiano lì e solo lì, limitandosi a pochi percorsi autorizzati.

L’idea quindi dei centri in cui vengono trattenuti i migranti deve essere notevolmente modificata, non si tratta solo di strutture che immobilizzano, come Lampedusa, ma la realtà è più complessa e diversificata, formata anche da questi luoghi di detenzione informale transitoria che non ostacola la mobilità delle persone. La mobilità si pone così come un tema centrale, che modifica limando i confini geografici dell’Europa e che diventa una radice dell’identità stessa dei migranti, che talvolta anche una volta arrivati in un paese europeo in cui potrebbero chiedere asilo scelgono invece di continuare a muoversi. L’autrice così provocatoriamente propone che il tanto acclamato diritto alla mobilità si associ al diritto di queste persone a restare, a restare nel paese che scelgono e non nel primo paese in cui sbarcano come impone La Convenzione di Dublino.

Il fenomeno migratorio insomma a uno sguardo approfondito si presenta sempre più complesso di come lo vogliono semplificare le politiche xenofobe che si stanno facendo strada in Europa .

Ascolta l’introduzione al libro di Neva del Tpo

Ascolta l’intervento di Sandro Mezzadra

Ascolta l’intervento dell’autrice Alessandra Sciurba

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