Libia / Navi e aerei contro la piazza, centinaia i morti. Italia silente


Raid aerei sulle manifestazioni, Gheddafi ha perso il controllo della Cirenaica, a Tripoli caos e saccheggi. Voci di un golpe imminente. Il governo italiano continua a difendere il regime, tace sui massacri e allerta l’aerounatica militare.

22 febbraio 2011 - 10:22

(dal sito di Radio Onda d’Urto)

Spari, razzi sulla folla, addirittura raid aerei e bombardamenti navali sui dimostranti: siamo ormai alla resa dei conti definitiva in Libia. Con mezzo paese in subbuglio, la Cirenaica di fatto fuori controllo e anche la capitale Tripoli in fiamme, Gheddafi non pare avere intenzione di cedere alla forte pressione della piazza. L’attuale sodale delle potenze occidentali, dopo un lungo passato da reietto per le sue posizioni di rottura con gli interessi europei, non sarebbe in Venezuela come inizialmente annunciato ma ancora a Tripoli. Appoggiato da circa 35mila mercenari, il rais al potere da 42 anni nel paese usa ormai tutte le sue armi a disposizione per reprimere la protesta di popolo: all’interno, black out informativo e repressione violentissima sulla folla. All’estero, Gheddafi sfrutta invece fino in fondo il ruolo di cane da guardia dell’immigrazione riducendo al silenzio le timidissime proteste occidentali, già boicottate dal governo italiano assolutamente allineato alle posizioni di Tripoli.Partiamo però con la cronaca dalla Libia, dove siamo di fatto alla guerra civile. Il regime, nonostante la violenza, perde pezzi. La tv satellitare Al Jazeera ha reso noto che all’interno dell’esercito vi sarebbero grandi tensioni, al punto da poter prevedere che il capo di stato maggiore aggiunto, El Mahdi El Arabi, possa dirigere un colpo di stato militare contro il colonnello Gheddafi. Quattro importanti tribù dell’interno, tradizionale spina dorsale del sistema di potere del rais, sarebbero inoltre in marcia verso la capitale Tripoli per unirsi alle decine di migliaia di persone in piazza a partire da ieri in piazza Verde, il cuore del regime gheddafiano. Uno dei leader della tribù principale, i Warfala – un milione di aderenti – avrebbe dichiarato che Gheddafi “non è più un fratello delle nostre tribù e deve lasciare il paese”.

Nella stessa Tripoli è ormai il caos: assediato dagli occidentali l’aeroporto, le stesse forze dell’ordine si sono date a saccheggi di uffici e banche, gli edifici pubblici sono in fiamme e il ministro della Giustizia si è dimesso, mentre 5 ambasciatori all’estero hanno lasciato le loro residenze e la delegazione libica all’Onu ha chiesto esplicitamente l’intervento internazionale per “bloccare il genocidio in corso”. Seguendo le scarne notizie in arrivo dalla Libia, lo scenario pare effettivamente essere quello di un massacro su larga scala: dal cielo l’aviazione bombarda i manifestanti, dal mare invece la marina – con, a quanto pare, pure le motovedette a suo tempo date dall’Italia alla Libia per reprimere i migranti. Impossibile, intanto, tenere un bilancio attendibile dei morti: il bilancio ufficiale delle vittime parla di 250 morti solo questo pomeriggio a Tripoli. Dall’inizio della rivolta non è sicuramente esagerato parlare di alcune migliaia di decessi.

In Italia, intanto, ieri due iniziative hanno portato in piazza i primi manifestanti antiGheddafi. Questa mattina decine di manifestanti libici e nordafricani hanno protestato a Roma di fronte all’ambasciata della Libia chiedendo a gran voce che il governo italiano “rompa il silenzio” di fronte al “massacro” ordinato dal “dittatore” Gheddafi . Nel pomeriggio, iniziativa analoga al Consolato di via Baracchini a Milano, dove un gruppo autoconvocato di studenti e cittadini si è ritrovato per un volantinaggio. .

A colpire, nel nostro Paese, è la spudorata posizione pro-rais del governo che prosegue a difendere il regime libico cercando di assecondare l’improbabile “percorso di riconciliazione nazionale” avanzato ieri dal figlio di Gheddafi, Saif Al Islam. Ieri mattina il ministro degli Esteri Frattini aveva lanciato un appello all’Europa perché non interferisca nei processi di transizione in atto nei paesi del nord Africa, cogliendo quindi le istanze del regime libico che aveva invitato Ue a non intromettersi, pena l’arrivo di migliaia di migranti attualmente bloccati e detenuti in Libia a causa degli scellerati accordi sull’immigrazione. Totale silenzio, invece, sui massacri perpetrati ai danni della popolazione.

Non si sa se in funzione antimigranti, o se per rispondere all’arrivo di due Mirage libici a Malta, ma “in tutte le basi aeree italiane il livello di allarme sarebbe massimo in relazione alla crisi libica”: a dirlo è l’ANSA, apprendendolo da “qualificate fonti parlamentari”. Secondo le stesse fonti, una consistente quota di elicotteri dell’Aeronautica militare e della Marina militare in queste ore avrebbe ricevuto l’ordine di spostarsi verso il sud. In allerta in particolare i caccia di Trapani e Gioia del Colle

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