Libia / Gli insorti chiedono la tregua


“Ma in Tripolitania ci sia libertà”. Intanto proseguono i raid, ma permangano le divisioni nella comunità internazionale

02 aprile 2011 - 12:57

(dal sito di Radio Onda d’Urto)

Ipotesi tregua nel conflitto libico. I ribelli sono disposti ad un cessate-il-fuoco, purché siano rispettate alcune condizioni: lo ha annunciato Mustafa Abdel Jalil, presidente del Consiglio nazionale transitorio che governa le aree liberate della Cirenaica. “Non abbiamo alcuna obiezione rispetto a un cessate-il-fuoco”, ha dichiarato Abdel Jalil, “a condizione però che nelle città della parte occidentale del Paese i cittadini libici godano di piena libertà di espressione”.

Jalil ha inoltre chiesto che le forze fedeli a Gheddafi cessino di militarizzare i centri abitati della Tripolitania e che siano allontanati i “mercenari” di qualsiasi provenienza. La richiesta principale degli insorti comunque resta una: l’esilio per il colonnello e per la sua famiglia. Intanto continua la battaglia per il controllo di Brega, città strategica lungo la direttrice che conduce a Bengasi. I lealisti starebbero nuovamente attaccando anche Misurata, altro snodo fondamentale per l’esito del conflitto.

Proseguono anche i raid aerei della Nato, che avrebbero fatto nuove vittime civili durante la notte ancora a Brega: almeno 7 i morti secondo la britannica Bbc, fra cui dei bambini. L’Alleanza atlantica, che ha ufficialmente assunto ieri la guida delle operazioni internazionali, ha intanto aperto un’indagine sulla morte di 40 civili a Tripoli, uccisi dai bombardamenti alleati, di cui ha dato notizia ieri il vicario apostolico della capitale libica, monsignor Martinelli.

La coalizione appare ancora divisa sul futuro della guerra. La Germania, con il suo ministro degli Esteri, Guido Westerwelle, insiste a criticare la “soluzione militare”, trovando appoggio pubblico dalla Cina; gli Stati Uniti, con il ministro della Difesa, Robert Gates, tentano di sopire il dibattito sull’ipotesi di forniture dirette di armi ai ribelli, che Obama avrebbe già autorizzato in segreto. A livello diplomatico comunque, tutti gli sforzi sembrano concentrati su Londra, dove da ieri sono in corso gli interrogatori di Mussa Kussa, il ministro degli Esteri di Gheddafi che ha mollato il regime, fuggendo nella capitale britannica.

A Londra sarebbe arrivato nelle scorse ore in gran segreto anche un emissario di Saif Gheddafi, uno dei figli del colonnello, per negoziare una via d’uscita per il padre. Secondo alcune fonti, una delle soluzioni messe sul piatto sarebbe quella di costringere il rais alle dimissioni e di insediare proprio il figlio Saif alla guida di un governo provvisorio, sotto la tutela dei Paesi che partecipano alla coalizione anti-Gheddafi. Sempre stando ai media britannici, sarebbero comunque almeno 10 gli alti funzionari del regime pronti ad abbandonare il colonnello, sull’esempio di Kussa.

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