L’ayatollah Maroni ed i cinesi del PD


Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Infofreeflow

27 ottobre 2009 - 14:39

> Da Infofreeflow

La notizia era nell’aria già da qualche giorno, ma solo giovedì è esplosa tra roventi polemiche, arrivando a toccare anche le inaccessibili vette del TG1 delle 20. Dopo le frustrazioni del dirigente modenese del PD, desolato dall’incapacità di una nomenklatura democratica politicamente alla frutta, alla ribalta della cronaca è salito il “fu” gruppo di facebook “Uccidiamo Berlusconi”, poi trasformato in un più tranquillizzante “Ora che abbiamo la tua attenzione rispondi alle nostre domande”.

Siamo stati indecisi a lungo se prendere parola su questa vicenda che, nel nostrano clamore che l’ha accompagnata, apparentemente è solo un cartina di tornasole dell’incapacità trasversale alla classe politica istituzionale di rapportarsi e leggere le tecnologie digitali, mentre in realtà cela fra le pieghe alcune sottili dinamiche inscritte nel frame mediale italiano.

Diversi elementi hanno comunque attirato la nostra attenzione portandoci a delle riflessioni che ci sembra importante condividere per dare un metro anche della direzione che potrebbe prendere la vita in rete nella penisola.

Ci sono due premesse che guidano tutto il nostro ragionamento.

La prima è la focalizzazione della tragica situazione sociale ed economica del paese che porta evidenti sul volto le ferite aperte della crisi. Lungi dall’essere ad un punto di svolta, un fatturato industriale in caduta libera e la drammatica realtà della cassa integrazione per un sempre maggior numero di lavoratori, vanno aggiungendosi ad un crescente discredito che classe politica italiana non sembra ormai in grado di allontanare da sé.

La seconda è che la rete non è un media (o comunque un canale neutro) ma un ambiente, contingente e dalle caratteristiche mutevoli ed in evoluzione dinamica, organizzata su rapporti di forza che derivano dalla costruzione del mezzo e determinano il tipo di relazione, di prodotti, di creazioni che si possono vivere e fare in questo o in quel network.

Il gatto virgola sotto scorta

Di tutte le curiose dichiarazioni pronunciate del ministro degli interni in merito a questa vicenda è senz’altro la più singolare quella per cui «È stata messa in atto un’azione quotidiana e capillare di denigrazione del presidente del Consiglio, che può portare qualche mente malata ad ipotizzare azioni di questo tipo (il riferimento è ai gruppi apparsi su Facebook che ipotizzano l’omicidio del premier, ndr)»

Certo può destare altrettanto stupore la teatrale angoscia con cui Maroni ha espresso l’incredulità per la possibilità che «qualcuno che possa esprimere l’intenzione di uccidere un’altra persona». Il ministro se ne faccia una ragione, perché tali figuri sono facilmente reperibili tra le fila di sgherri che frequentano le sedi leghiste di Cividate al Piano e di altri ridenti paesini della bassa. Non solo: molti ricorderanno che lo stesso rampollo di casa Bossi (Renzo la trota), in compagnia del protegé del Senatùr, Roberto Cota, e di altri personaggi eccellenti e dall’incontestabile levatura intellettuale come “Attila il flagello di Dio”, non molto tempo fa diede vita ad un raffinato gruppo Facebook inneggiante alla tortura verso i migranti, in quanto forma di “legittima difesa”. Ma si sa: per l’homus padanus il migrante non è sinonimo di essere umano, ma di forza lavoro a basso costo da macinare in nero fra mulini e fabbrichette del nord-est (in merito a questa vicenda vi invitiamo a rileggervi le reazioni che ebbero allora i dirigenti del Carroccio)

Lasciando da parte gli psicodrammi da circo salta subito all’occhio la strumentalità con cui si è giocato con Facebook nelle ultime settimane. Prima il caso del dirigente PD, poi la scoperta dell’ “odio su facebook”, sono stati i vettori di una campagna volta a rappresentare un paese diviso ( pag 2 de “Il resto del Carlino” ed Naz. di venerdì 16 ottobre) dove il conflitto politico si fa sempre più aspro (mentre in realtà esso è a livelli assi minori di quelli che ci si potrebbe aspettare), anche con punte di violenza indirizzate nei confronti di alte figure istituzionali. Scenario la cui immanenza è stata suffragata dalle interviste di un “molto preoccupato” Pansa e da altri cani da tartufo del regime, pronti ad agitare lo spettro degli anni di piombo, ormai prossimi nelle loro sciamaniche visioni notturne.

The environment is so full of television, party political broadcasts and advertising campaigns that you hardly need to do anything. (JG Ballard)

In un’ intervista rilasciata da Alessio Jacona a RaiNews24, viene fatto notare come siano moltissimi i gruppi simili a questo, popolati di aggregati di individui, che tra il figurativo ed il faceto si pongono l’obiettivo di eliminare un pò chiunque (dal tronista Costantino fino al papa). Poiché tali combriccole imperversano non è difficile trovarne di buone per tutte le stagioni (o le necessità politiche del momento) e questo non avviene da oggi, ma dal momento stesso in cui i social network sono diventati uno strumento di comunicazione di massa.

Se ci si domanda perché solo ora il caso esploda con tutta questa virulenza, si può ad un primo livello ravvisare una chiara strumentalità insita nell'”emergenza” social network odierna: uno dei tanti sotterfugi che creando un clima “sull’attenti”, distrae il paese dai problemi che lo stanno realmente affliggendo. Tutto ciò è reso ancora più caricaturale dal fatto che la denuncia dell’esistenza di tale gruppo venga fatta da esponenti di governo a più di un anno di distanza dalla sua nascita e nel momento in cui gli iscritti erano già diverse migliaia (10000 per la precisione).

Ritenere queste accolite virtuali una reale minaccia sarebbe come prendere per buone le chiacchiere da bar di un nutrito gruppo di vecchietti della festa dell’unità di Bologna che qualche tempo fa vedeva nella quiescenza veltroniana una tattica per confondere le acque e preparare la rivoluzione al riparo da sguardi indiscreti (testuali parole). Il fatto che questi cari vecchietti si fossero convinti di tale bizzarra teoria e ne discutessero animatamente fra un sangiovese ed un bianchino, non significa certo che essa rappresentasse poco più che una pia illusione né che gli attempati ex-comunisti passassero i loro pomeriggi lucidando ed oliando mitra stern nei colli intorno a San Luca. È quindi quasi superfluo mettere nero su bianco che a nessuno passò per la testa di dar credito agli arzilli vegliardi ne di cacciarli dalle allegre tavolate della piadina o dalle loro bocciofile di appartenenza. Tanto meno si ritenne utile predisporre provvedimenti legislativi che sanzionassero penalmente la chiacchiera da bar.

«Abbiamo dato disposizioni perché il sito contenente minacce al premier apparso su Facebook venga subito chiuso e denunciati alla magistratura quelli che sono intervenuti»

La seconda parte dell’affermazione di Maroni se da una parte può lasciare interdetti, sopratutto se si mastica un pò di tecnologie di rete, mette in luce altri obiettivi forse meno evidenti.

A differenza di quanto si è ritenuto per anni, Internet non rappresenta affatto il luogo dove l’intermediazione informativa ha fine: semplicemente, in essa tale funzione si trasforma e si moltiplica, abbracciando uno spettro più ampio di soggetti ed entità.

Se immaginiamo come una scala il percorso che l’utente deve compiere per arrivare fino all’informazione desiderata, ad ogni scalino si può metaforicamente far corrispondere un diverso mediatore che è generalmente una tappa obbligatoria del tragitto: i computer ed i browser stessi, l’infrastruttura fisica, il provider, i risolutori di nomi ( Domain Name Server o DNS ), i motori di ricerca e molti altri ancora.

Nel nostro caso specifico è il social network di Facebook a svolgere la mediazione più rilevante in quanto piattaforma dove hanno luogo le discussioni. È pacifico ritenere, come poi effettivamente è stato, che l’azienda di Palo Alto esposta ad un ricatto commerciale (anche data la recente apertura a Milano di una sede per il Sud Europa) abbia messo in atto una qualche forma di collaborazione con il governo italiano per arginare il problema.

La questione è allora capire quale possano essere le contromisure adottate: se da una parte pare politicamente suicida (sia sul piano nazionale che internazionale) l’ipotesi di imporre l’oscuramento di tutta Facebook ai DNS nazionali (pratica che oltretutto in passato ha più volte dimostrato la sua inefficacia) altrettanto improbabile è l’idea di una chiusura del gruppo, gesto che scatenerebbe un immediato rifiorire di migliaia di cloni (magari anche su altri network) sull’onda del passaparola fra utenti.

C’è infine un ultimo aspetto interessante: l’asserzione del ministro in merito alla volontà di denunciare coloro che hanno preso parte a questo gruppo. Indipendentemente dalle dubbie fondamenta legali di tale azione persecutoria, questa strada sembra irta di ostacoli per via della dislocazione geografica dei server di Facebook (California). Poiché la creatura di Marc Zuckerberg è soggetta alla legislazione statunitense, l’ottenimento dei dati identificativi degli utenti impiegherebbe mesi di tempo e dispendiose risorse. Questo senza contare i tempi biblici previsti dalle rogatorie internazionali, gli attriti derivanti dalle diverse regolamentazioni sulla privacy (che per quanto labili esistono) e il successivo lavoro congiunto tra provider e polizia postale da mettere in atto per risalire ai nominativi degli “eversivi a faccia scoperta”.

Ma se pure il risultato di questo lungo procedimento venisse portato a termine, attribuirgli aprioristicamente il valore di elemento probatorio in un’aula di tribunale non sarebbe da intendersi come fatto scontato: infatti larga parte della dottrina giuridica tende a considerare l’indirizzo IP come la targa di un’auto. Se un veicolo commette un infrazione stradale, questo non significa che sia l’intestatario della targa ad averla compiuta. Allo stesso modo l’indirizzo IP non è da considerarsi come identificativo univoco del soggetto che compie la comunicazione.

Il rischio concreto insomma è quello di fare tanto rumore (e di spendere tanti quattrini) per ritrovarsi in mano un pugno di mosche.

Perché allora Maroni fa tale dichiarazione? Perché si propone di giocare una partita in cui, ci sembra realistico immaginare, egli sa di essere perdente in partenza? La risposta che ci siamo dati è che il capo delle forze dell’ordine, quand’anche non fosse un erudito conoscitore della vita in rete è senz’altro un abile manipolatore del frame mediale che nel contesto italiano è una macchina per la costruzione di realtà e di governo del territorio.

Governare la rete

Se diamo come appurata l’impossibilità (o quanto meno la poca convenienza e quindi l’assenza di volontà politica) di intervenire direttamente sulle strutture che veicolano il flusso di comunicazione e la vita in rete, allora appare sensato collocare tale affermazione nel campo dei dispositivi simbolici usati come mezzi di governo dell’ambiente internet. Le dichiarazioni di Maroni infatti, poiché prive di senso in termini di applicabilità e regolamentazione tecnico-giuridica, possono essere lette in chiave di spettacolarizzazione politica. Muovendo le leve del apparato mediatico, attivato da una fanfara di indignate dichiarazioni eclatanti ed altisonanti (come il richiamo di Frattini agli anni ’70), il baricentro del problema viene spostato, grazie alla rappresentazione di un’esplosione di follia collettiva ed “estremista” che in realtà, oltre ad essere un sentimento diagonalmente diffuso da anni, nel caso specifico del gruppo “Uccidiamo Berlusconi” non è che un innocua raccolta di barzellette, immagini, video, sfoghi personali, discussioni, satira ed interrogativi sulla figura del premier.

I risultati ottenuti da tale meccanismo sono stati diversi.

In primo luogo il relativo dibattito (se così si può chiamare) si è concentrato su aspetti per lo più irrilevanti, i quali oltre che a fungere da dispositivi di legittimazione politica non hanno nulla a che vedere con quella che è la realtà dei social network.

In secondo luogo, all’interno di Facebook stesso si è assistito ad una situazione in continua evoluzione. In un primo momento è stata ottenuta la rimozione della pietra dello scandalo, riassorbita all’interno di un codice comunicativo accettabile e che ha già mostrato tutti i suoi limiti (le dieci domande del quotidiano “Repubblica”). In seguito al ritorno al titolo originale leggermente variato (“Uccidiamo Mister B?”) nel gruppo si è scatenata una discussione (con una polarizzazione delle posizioni a tratti feroce e tipica della virtual life) scivolata sull’opportunità di mantenere o meno il termine “uccidiamo” e sul significato che poteva assumere l’utilizzo di un punto interrogativo o di un apostrofo. Il che ci sembra paradossale, dal momento che il ministro che ha sollevato tutto il polverone fa riferimento ad un partito politico che trova fra i suoi punti più appetibili ed identitari la secessione di una parte dello stato italiano.

Invece che farne una questione di ordine del discorso se ne è fatta una questione di ortografia.

È interessante quindi osservare come l’enfasi mediatica da un lato abbia circoscritto la linea degli argomenti da trattare sviandola dal binario che appariva più idoneo, e da un altro sia stata causa della neutralizzazione del gruppo stesso, che esaurita la sua funzione all’interno di un processo politico di mediatizzazione, viene relegato al rumore di fondo dal quale era stato strumentalmente evocato. Sotto la spinta della pressione di stampa e tv sono stati anzi assunti il punto di vista e le pratiche dell’avversario che si voleva stuzzicare, fatto che ha determinato un ripiegamento ed una limatura proprio dell’aspetto che era più provocatoriamente graffiante. Emblematico in questo senso un messaggio lasciato da un utente sulla bacheca delle discussioni: il nome di questo gruppo va a singhiozzo berlusconiano… prima afferma una cosa e poi la ritira.

Se come territorio intendiamo l’insieme di soggetti ricettivi, interessati, coinvolti dall’azione di date strutture ed entità politiche allora a tratti ci è sembrato di assistere ad un esperimento in vitro di presa di possesso di un territorio (Internet) condotto tramite la spettacolare medialità delle menzogne del governo. Un azione portata avanti attraverso l’unico attuale strumento utile per spostare l’ordine del discorso e mantenerne i parametri, il tenore ed il target della discussione all’interno di limiti sottrattivi, incapaci di esercitare mordente (anche se questo è senz’altro imputabile alla natura caotica di un agorà cui partecipano migliaia di persone simultaneamente).

Un ultima indicazione che emerge da questa vicenda è l’ostilità sottesa nell’atteggiamento del governo verso la vita in rete.

Un atteggiamento che tende a dirottare il dibattito pubblico – quando sarebbe sempre più urgente affrontare nodi realmente strutturali come la Net Neutrality, la regolamentazione dei dati personali o il sempre crescente potere delle telcom – su un terreno puramente emozionale, all’interno del quale legittimare provvedimenti (l’ultimo in ordine di tempo il ddl Pecorella) atti a sancire politicamente e culturalmente un taglio netto con gli attuali assetti di rete.

Compito reso più semplice dalla totale complementarità del discorso della compagine governativa a quello del PD, che anche in questo caso si è mostrato accomodante verso le posizioni e la linea politica espresse dall’esecutivo, invocando di fronte all’eventualità della repressione altra repressione («Esistono 180 gruppi contro Franceschini, chiudiamo anche quelli»).

A questo progetto fa gioco inoltre l’ignoranza e l’incapacità di fondo che accomunano buona parte della classe politica italiana quando si accosta alle dinamiche personalizzanti della rete: oggetto misterioso tutt’oggi per i Bersani ed i Quagliarella, concepita al più come una semplice cassa di risonanza al pari di qualsiasi altro medium broadcast old-style essa viene rifiutata se amplificatore di umori e tensioni effettivamente presenti nel tessuto sociale. Ma come spesso accade quando si indica la luna molti guardano il dito.

Non ci stupirebbe allora se tra qualche mese, sulle note di sottofondo di un setar iraniano, vedessimo mettere in piedi il teatrino della “sicurezza” in Internet con l’ayatollah leghista Maroni ed i cinesi del PD stretti in un appassionato ballo.

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