Lampedusa / Quando il vento decide devi andare


Riceviamo e pubblichiamo una testimonianza dall’isola, dove proseguono gli sbarchi di migranti dal nordafrica

03 maggio 2011 - 19:30

di Marta Bellingreri

Adesso puoi riprendere il volo! Dura solo cinque minuti la cattura degli uccelli migratori: quando si posano sulla terra, vengono presi da piccole reti e poi i ricercatori del progetto di Legambiente li portano alla casa lì accanto , li pesano, li visitano, li “identificano”, e soprattutto mettono loro…un anello di riconoscimento con un numero. In tal modo verificano se ritornano nello stesso punto, se al loro ritorno sono dimagriti, e se da Lampedusa si spostano per esempio a Ponza, dove saranno accolti da altri ricercatori: si segue per così dire la loro migrazione, da un posto all’altro in “Europa”
si monitorano le condizioni di salute per uccelli che volano da una costa all’altra del Mediterraneo… e si lascia che riprendano a volare!

La presenza di un progetto di ricerca del genere avviene tra le altre piccole isole in tutta Italia anche all’isola di “frontiera” di Lampedusa dove uccelli migratori di speci uniche dall’Africa si posano prima di continuare il percorso. Peccato che la casetta dove i ricercatori di Legambiente lavorano dalle 6h30 del mattino alle 20 attenzionando il loro progetto stoni profondamente con la base dell’Aeronautica militare dalla quale bisogna passare per giungervi e peccato che subito dopo vi sia un’altra base , l’ex base Nato Loran circondato da radar e simil tank sparsi attorno che avvertono “Pericolo alta tensione”: oggi centro di primo soccorso e accoglienza per i migranti, anch’essi transitanti nell’isola.

Transitanti da Lampedusa , migranti dall’Africa e da altri continenti, uccelli migratori, con un destino di partenza e di arrivo, ma soprattutto di proseguimento del loro viaggio ben diverso: con una serie di punti interrogativi e iter – iter non solo burocratico- che tra violazioni e passaggi sommari,come quelli avvenuti recentemente per i rimpatri dei tunisini da Palermo, potrebbero improvvisamente variare o prolungarsi inutilmente. Oppure semplicemente lo Stato in base agli accordi stipulati con la Tunisia decide il cambiamento di traiettoria dei “nostri nuovi uccelli”.

Degli 800 sbarcati la sera e la notte tra il 29 e il 30 aprile, un centinaio, dopo vari passaggi dal molo al pullman al centro,sono infine ritornati al porto dove hanno dormito, precisamente hanno dormito alla stazione marittima dove al momento dello sbarco e fino ad un’ora prima erano sistemate le donne coi loro bambini.

Dopo 48 ore di viaggio in mare dalla Libia un gran numero di africani dal Senegal al Benin, egiziani e libici, “libici”dall’accento tunisino e il sorriso di chi mente non volendo dire di essere tunisino per non essere rimpatriato, una “stanza” di pakistani , qualche iracheno da anni in Libia , tutti questi uomini riempono la stazione marittima del porto, ma pare a detta degli operatori di organizzazioni e del centro che questo centinaio sta molto meglio di chi ha dormito al centro , anzi nel cortile di esso, ossia sotto la pioggia impietosa della notte. Dalla barca erano scesi coi vestiti bagnati, al molo hanno ricevuto una coperta e il cambio se possibile, e ora al cortile del centro l’acqua ritorna.

Non dal mare , ma dal cielo.

Al contrario della stazione marittima del porto dove il problema dell’acqua non c’è: il luogo è coperto, non arriva l’acqua della pioggia, il peggio dell’acqua che si tenevano addosso dal mare è passato. Già l’acqua non c’è proprio: nemmeno nell’unico bagno, ormai intasato e infognato dopo che 43 donne e 11 bambini hanno cercato di andarvi.

Ma l’acqua nel bagno della stazione marittima non c’è stata neanche prima. Forse perchè avere l’acqua del bagno sarebbe stato pericoloso: con tutti i fili elettrici scoperti che un operaio riparava mentre un Continente arrivava.

Tutto è cominciato alle 17 del pomeriggio di venerdì 29 aprile.

Ormai da 24 ore il clima è buono, c’è bonaccia, il mare è piatto, la sera prima giovedì sono ripresi gli sbarchi. E naturalmente ce lo aspettavamo. I primi ad aver riaperto la “stagione” sono i 77 tunisini di giovedì 28 aprile dopo che gli sbarchi non avvenivano dal 19 aprile. I tunisini erano di fronte al mare da giorni, pronti a partire, comunicando con gli amici già presenti in Italia ci dicevano: stiamo arrivando. Qualcuno parla italiano, potrebbe aver detto quel “stiamo arrivando” diverse volte nella sua vita e averlo già attuato: ma sono degli accordi e delle leggi a dover farglielo dire per l’ennesima volta. L’importante è che Mohamad sta arrivando per la seconda volta in Italia, questa volta però mi guarda e ride: sono libico. Ah, si Tripoli, allora forse l’italiano lo hai imparato all’Istituto di Cultura Italiana di Tripoli? Dai a me puoi dirlo non sono della polizia e non parlo arabo per spiarti. Ma l’italiano lo ha imparato a Tunisi perchè è in Italia che voleva arrivare. Sono arrivati, siamo arrivati.

Siamo arrivati al porto per la terza volta tra la sera del giovedì 28, la notte e la mattina del 29 dove altri 9 tunisini silenziosamente si avvicinano alle coste presi dalla guardia costiera. Ma non sono altrettanto silenziosi i 264 africani delle 14 del pomeriggio annunciando definitamente che la “stagione ” è cominciata. C’è la stagione che i lampedusani attendono,” li turchi semo rovinati”, c’è una stagione di una guerra cominciata dalle coste e che non ha deciso chi ha messo il barcone in pasto al Mediterraneo. Ma che forse il proprietario milanese delle case e degli hotel ha contribuito a creare. L’estate, “semo rovinati” …le bombe e il tuo voto pure.

Ma dicevo che “tutto” è cominciato in realtà alle 17 del pomeriggio del 29 aprile: la guardia costiera chiama uno mediatore di turno la notte successiva per avvertirlo che arriveranno 800 persone.
Sono con lui nella mezz’ora di pausa nel suo H24 (ossia la reperibilità 24 ore su 24 nella sua giornata di lavoro) ma già è pure sky tg 24 a dirlo e susseguono le chiamate: per il nuovo “esodo”.

I primi arrivano alle 19h45 circa al Molo Favarolo, al Porto Vecchio. Il primo pullman in cui salgono i primi 70 si riempe in fretta ma non c’è il secondo pullman dell’ente gestore che dovrebbe accoglierli e caricarli con sè verso il centro. Allora col vento serale, piacevole forse per chi non ha i vestiti bagnati e non discende da un’imbarcazione di fortuna in cui ha “soggiornato” negli ultimi due giorni, circa un centinaio di persone attendono, con una bottiglia d’acqua e delle fette biscottate.

Dopo un’ora sebbene sia arrivato un secondo pullman ci sono altre trenta persone ad aspettare: non si riesce a lasciarle qua in attesa, ma il pensiero corre ormai ai restanti in arrivo. Qualcuno ci dice di preparare un thè caldo per gli arrivi della sera. La sera, al porto commerciale di Lampedusa, assieme ai soccorsi c’è una parte della società civile, cittadini liberi che distrubuiscono assorbenti, chiedono via telefono di portare pannolini, di raddoppiare le razioni di thè, traducono dall’ arabo, dall’inglese, al francese , possibilità richieste sguardi. Forse l’unica cosa impossibile da tradurre sono stati proprio gli sguardi. Gli sguardi di chi è arrivato e spesso chiede: ma dove sono?

Dada voleva assolutamente fare il test di gravidanza. Lo diceva serenamente tenendosi la mano sulla pancia che sì, a vista d’occhio, sembra quella di una gravidanza. Le fa male, ci dice che in effetti da tre mesi non ha le mestruazioni. Vuole fare il test di gravidanza. Le dico che può fare questa richiesta domani quando (forse) sarà nel centro. Ma data l’insistenza chiamo un medico. Dopo qualche domanda il medico le dice ufficialmente che sì è incinta. Le si disegna un sorriso discreto, appena accennato, allora subito le chiedo: are you happy? La discrezione di un sorriso appena disegnato si allarga e si scolpisce nel volto di Dada. Yes I am happy.

Victoire ha vissuto dieci anni in Libia, viene dal Benin, viveva a Bengasi da dove è scappata perchè suo padre è morto e voleva restare più là. Ha terribilmente bisogno di un paio di scarpe perchè ha dei sacchetti attaccati alle caviglie e non ce la fa più. Ha evitato di inserirsi nella ressa appena scoppiata per un paio di pantaloni dalle scatole dei vestiti appena portati dai compagni dell’Askavusa, l’associazione culturale di giovani lampedusani che “dispiega le sue forze” all’occorrenza. Victoire si ferma un attimo a raccontarci. Spera che questa volta questa nuova vita sia davvero una …victoire.

Ahmara insiste vivacemente con un poliziotto perchè vuole andare a ripescare il suo trolly e la sua giacca al molo dove le sono state tolti quando hanno diviso donne e bambini dagli uomini. Abbiamo distribuito thè caldo per un’ora ma adesso le donne cominciano ad attivarsi: nella giacca c’era il mio cellulare! Miracolosamente Amara accompagnata da Livia riesce a trovare con un intuito magico la sua giacca ed il suo trolly: erano sparsi al molo insieme a tante bottigliette d’acqua ormai vuote, là dove sostavano gli uomini. Ci chiediamo come abbia saputo muoversi in mezzo a tutte quelle giacche bagnate e ormai abbandonate, in mezzo a confezioni di fette biscottate che volavano col vento della notte verso il mare. Amara ha in amno il suo cellulare, e sperimenta la sua prima victoire in Italia, dopo aver lasciato acconsentire il poliziotto per correre a cercarlo. Intuito e determinazione, welcome in Italy Ahmara.

Mi porto a questo punto dagli uomini sul molo dopo essere passata una decina di volte avanti indietro per prendere ancora del thè dal thermos di Medici senza frontiere a disposizione di qualche volontario. Abd el-Rahman vuole fare una chiamata, vuole chiamare suo padre che vive da quattro anni in Italia. Ha lasciato il Senegal ed è là con la moglie e altri due fratelli. Gli dico che una volta al centro può avere un colloquio individuale e fare presente questa esigenza. Gli chiedo allora in quale città italiana si trova la famiglia. Mi dice che non lo sa , non se lo ricorda, sa che è in Italia e sa a memoria il suo numero di telefono.

Gli egiziani invece sembrano minori: mi chiedono se possono rimanere in Italia. Cominciamo una discussione con le difficoltà che incontreranno. Ma che inshalla resteranno.

Inshalla su un’isola lunga 11 km da una punta all’altra, larga 3 km nel punto massimo, 20 chilometri quadrati, geologicamente appartenente all’Africa, ci saranno più cittadini e cittadini del mondo che si sentono appartenenti alla terra.”Chi è tua madre? Perchè non è la terra? Ri runni si allora?” di dove sei mi chiede Pasquale, un lampedusano che ha girato tutti i continenti in 15 anni di viaggi in mare. Se ci si lamenta è perchè si ha ” una arancia nella mandibola destra, una ciliegia in bocca, una mela nella mandibola sinistra, e non sanno più che hanno in bocca. Come si fa a essere felice nella vita se non si distinguono più i sapori? Mi immergo nell’ascolto di Pasquale che coinvolge il mio udito, con la difficoltà di capire il dialetto lampedusano tra i suoi baffoni e la voce irrobbustita e raschiata da decenni di fumo. Ma è un ascolto che coinvolge soprattutto la mia vista: le parole di Pasquale, i suoi racconti sono già scritti nella pelle, le rughe che si dipanano dagli occhi sembrano disegnate, incise quasi. Anche i suoi vestiti mi parlano di lui,e i ciondoli attaccati al collo.

Aspetto che la geografia inventata rispecchi più la geologia della terra. Aspetto di sapere il bambino di Dada cittadino del continente che lo ha partorito come cittadino della terra in cui nascerà.L’isola accoglie anche me, in una settimana di vento in cui nemmeno le navi commerciali sono partite per Lampedusa da Porto Empedocle non portando frutta da Mazara o passeggeri, uan settimana come tante in cui quando il vento ha riportato chi fa il liceo ad Agrigento perchè a Lampedusa c’è solo lo scientifico e l’aereo ha riportato i giornali, nella settimana come tante in cui lo stesso vento in un’altra costa a 355 chilometri ha lasciato un barcone partire. E sbarcare.

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