Lecce / La terra rossa di Nardò


Un lungo reportage, sullo sciopero dei migranti di Nardò contro il lavoro nero e il caporalato. Le condizioni di vita alla Masseria Boncuri. La solidarietà che la lotta ha trovato tra la gente del Salento

30 agosto 2011 - 19:40

di Valerio Monteventi

 

LO SCIOPERO AUTORGANIZZATO DI NARDO’

20 agosto 2011, alla festa “LiberaGrecìa” di Zollino mancano pochi minuti all’inizio del concerto della Banda Bassotti, sale sul palco un giovane tunisino con la maglietta delle Brigate di Solidarietà Attiva. Dal microfono racconta la lotta dei braccianti migranti di Nardò, lui è uno di loro. Lo sciopero è terminato da qualche giorno, alcuni risultati sono stati ottenuti, ma sono ancora tante le cose che non vanno e sarà necessario continuare a lottare. Quel giovane, sbarcato qualche mese fa a Lampedusa, chiede ai tanti altri ragazzi della sua età, che stanno sotto il palco in attesa delle prime note, di sostenere quella lotta, perché non è solo una lotta dei migranti. Loro si stanno battendo per tutti, per avere diritti e dignità nel lavoro.

Nello stesso giorno, sempre a “LiberaGrecìa”, c’è la presentazione del libro “L’agricoltura pugliese tra occupazione irregolare e immigrazione”. Tra i relatori,  Gianluca Nigro, un operatore sociale di “Finis Terrae”, l’associazione pugliese, attiva alla Masseria Boncuri di Nardò, che si occupa, da oltre 15 anni, dei diritti dei migranti, del diritto d’asilo e delle condizioni di lavoro degli stagionali in agricoltura.

I suoi compagni, per canzonarlo, lo chiamano “il sindaco bianco” di Boncuri. Insieme ad Yvan Sagnet, il ragazzo camerunense, studente di ingegneria a Torino, leader indiscusso della lotta dei braccianti stranieri, ha formato, nelle settimane precedenti, un coppia molto affiatata.

Nel suo intervento Gianluca racconta che, percorrendo le strade del Mezzogiorno, si può scoprire un mondo ai più completamente sommerso: “C’è un rapporto di Medici Senza Frontiere che sostiene che, in Italia, gli standard per l’accoglienza dei lavoratori stagionali stranieri sono peggiori da quelli definiti dall’ACNUR per i campi profughi vicino alle zone di guerra. I braccianti stranieri vivono spesso in accampamenti molto simili alle bidonvilles, fuori dai contesti urbani, senza reti di solidarietà. Per i braccianti “postmoderni”, il lavoro in agricoltura, soprattutto nel Mezzogiorno, produce condizioni materiali che sono addirittura peggiorate rispetto alle forme feudali del primo dopoguerra. Non c’è più nessun legame sociale col territorio, l’unica evoluzione che ha avuto il settore è negativa e deriva dall’aumento della precarietà della condizione lavorativa. C’è uno sfruttamento massiccio che colpisce anche i migranti stagionali in possesso di permesso di soggiorno. Il 90% dei braccianti non possiede nessun contratto di lavoro. Il lavoro nero in agricoltura è sempre esistito, ma oggi ha dimensioni spaventose. Ci sono, poi, aspetti largamente sottaciuti, come il sottosalario  e le nuove forme di caporalato e di mediazione. E’ bene ricordare che, oggi, i caporali o i mediatori dei migranti sono anch’essi stranieri. Le condizioni dei braccianti, in particolare quelle delle raccolte stagionali, oltre che sul lavoro, sono molto precarie anche nella logistica dell’accoglienza. Questo produce altri traffici e speculazioni di basso livello che appesantiscono ulteriormente la vita dei lavoratori migranti. Si tratta di situazioni che si allargano e si restringono anche per via dei quasi inesistenti controlli da parte delle istituzioni sulle dinamiche del lavoro e dei livelli di irregolarità dei migranti. Più le due componenti sono elevate, maggiore è il grado di sfruttamento che si produce sui lavoratori”.

Di tutte queste cose l’opinione pubblica italiana non ha molte informazioni. Se n’era parlato un po’ solo dopo l’inchiesta di Fabrizio Gatti sull’Espresso di qualche anno fa, ma poi era finita lì.

Se oggi sono diventate, finalmente, questioni di attualità è perché, ai primi di agosto, nelle campagne di Nardò c’è stato uno sciopero. La notizia (straordinaria) è che si è trattato del primo sciopero autorganizzato, e a promuoverlo sono stati i lavoratori migranti stagionali, quelli delle raccolte delle angurie  e dei pomodori.

Hanno deciso di lottare contro i ripetuti fenomeni di neo-schiavismo che, in queste terre dell’area nord-occidentale della penisola salentina, non sono una novità di questi giorni. Sarà una quindicina d’anni che i braccianti immigrati vengono selvaggiamente sfruttati nell’indifferenza totale, con l’incapacità dei sindacati di mettere in piedi una qualsiasi forma di mobilitazione  e il silenzio connivente delle istituzioni locali. Ma, in questo agosto 2011, c’è stato qualcosa di più: si sono mischiati gli effetti della crisi economica mondiale, le rivolte nei paesi dell’altra sponda del Mediterraneo e l’aumento della miseria in tanti paesi già poveri.

Gli operai migranti, licenziati dalle fabbriche del nord Italia, si sono trovati insieme ai ragazzi tunisini, da poco sbarcati a Lampedusa, e alle schiere della transumanza umana del lavoro agricolo stagionale.

E’ stata una fase di lotta intensa e straordinaria. I lavoratori migranti hanno convocato riunioni, indetto assemblee ed eletto un loro portavoce. Hanno partecipato ad un presidio sotto la prefettura di Lecce. Insomma, si sono autorganizzati.

Le loro richieste possono sembrare elementari, ma erano quelle necessarie per chi lavora in campagna in nero: hanno chiesto un aumento della paga, 7/8 euro a cassone di pomodori raccolti; l’eliminazione della figura del caporale e del ruolo di potere e di ricatto che gioca; l’apertura di un tavolo negoziale diretto con le controparti padronali; la creazione di un servizio di trasporto pubblico a carico del Comune di Nardò.

 

I RICORSI STORICI: L’OCCUPAZIONE DELLE TERRE DELL’ARNEO

Si è parlato molto di questa lotta in Salento, ogni occasione è stata buona per ricordarla, dalle presentazione di un libro sulle canzoni popolari a uno dei tanti concerti di pizzica. Ma ne hanno parlato anche sulle panchine dei paesi e delle ville comunali, soprattutto gli anziani. Quelli che venti/trent’anni or sono hanno fatto gli stagionali in agricoltura in Francia, o sono andati a raccogliere il tabacco nelle campagne della grande pianura alluvionale del Metapontino, a Velletri, a Frosinone e in altri paesi del Lazio.

I vecchi braccianti leccesi della raccolta del tabacco sanno cosa sono i ricoveri di fortuna perché li hanno provati sulla loro pelle e, quindi, non fanno fatica a capire le rivendicazioni dei lavoratori migranti di Nardò.

Del resto, quel vasto territorio, posto all’estremità nord-occidentale della provincia di Lecce, all’inizio degli anni Cinquanta, vide un’altra lotta passata alla storia: l’occupazione delle terre da parte dei contadini.

Si trattava del latifondo dell’Arneo che venne reclamato da una moltitudine di braccianti dei paesi vicini che chiedevano terra, pane e lavoro. Nel dicembre del 1951 quasi tremila operai agricoli, provenienti dai paesi di Nardò, Carmiano e Leverano, si ritrovarono nelle campagne dell’Arneo per protestare e reclamare la terra.

Lo Stato rispose unicamente con la polizia di Scelba. Fu una vera e propria dichiarazione di guerra, una durissima repressione fatta di colpi d’arma da fuoco, lacrimogeni, botte coi calci dei moschetti e manganellate. Perfino un’aereo usarono contro i “cafoni”: un trimotore grigioscuro che venne utilizzato per segnalare le posizioni dei contadini e che aprì la strada alle incursioni dei carabinieri che picchiarono a più non posso gli occupanti. Dopo di che, sequestrarono loro tutte le biciclette e fecero un grande falò. Si trattò di un atto vile, dei più fetenti. In quegli anni, la bicicletta era un mezzo prezioso per i braccianti. Era l’unico modo per raggiungere i latifondi, i luoghi dove lavoravano, distanti decine di chilometri dalle loro abitazioni.

Durante quella lotta, le biciclette erano state l’arma in più dei contadini. Rincorsi dalla polizia, si disperdevano per poi riunirsi in un altro luogo, attraverso le due ruote. Pertanto, non c’era nulla di più perfidamente efficace che colpirli diritto al cuore, sottraendogli il loro mezzo di locomozione.

La battaglia durò parecchie ore. Alla fine, rimasero i più disperati, che volevano riprendersi la bicicletta. Li arrestarono e li picchiarono. Altri arresti furono fatti sulle strade: i carabinieri fecero la posta a quelli che tornavano ai paesi.

Il processo che ne seguì, non riguardava solo la sessantina di imputati, ma era il processo di tutti i braccianti del Sud e delle loro famiglie. Al termine del dibattimento, la Corte ne condannò quindici, applicando il condono e la non iscrizione della pena. Tutti i reati più gravi, derivati dai rapporti di polizia, non furono presi in considerazione. Furono dissequestrate anche 63 biciclette.

Alla fine, però, tutti questi avvenimenti fecero da preludio alla vittoria finale, con l’assegnazione di una parte delle terre ai contadini. Si rompeva per la prima volta, da quelle parti, l’anacronistico regime del latifondo.

 

NEI SUPERMERCATI DEL SALENTO NON CI SONO LE ANGURIE DI NARDO’

Tornando allo sciopero dell’agosto 2011, in molti sono convinti che sia potuto avvenire, sia per l’alta presenza tra i braccianti di operai licenziati dalle fabbriche del Nord, abituati alla lotta e alla conflittualità per rivendicare i propri diritti, sia perché il ritrovarsi in 3/400 a dormire alla Masseria Boncuri ha permesso ai migranti di organizzarsi, di ritrovarsi insieme dopo il lavoro, superando la frantumazione derivante dalle tante imprese agricole in cui, durante il giorno, andavano a raccogliere prima le angurie e poi i pomodori.

Per comprendere meglio la situazione, siamo voluti andare a vedere questa vecchia costruzione rurale, ristrutturata dal Comune, che si trova nella zona industriale di Nardò.

Durante il tragitto, abbiamo incontrato diversi campi pieni ancora di migliaia di cocomeri, sono tonnellate di frutta che stanno marcendo. Nessuno li ha raccolti e, adesso, sono motivo di attrazione per i turisti che si fanno immortalare, circondati dalle angurie, come in uno di quei sogni in cui il grande frutto estivo simboleggia la passione interiore, il desiderio profondo e la gioia di vivere. Niente di tutto però si trova in quelle campagne. Molto più prosaicamente, le angurie non sono state raccolte perché i proprietari agricoli hanno preferito incassare i fondi europei per il batterio killer, molto più remunerativi del raccolto.

Le ragioni di tanto spreco, non vanno pertanto ricercate nello sciopero, come qualcuno ha subdolamente cercato di far circolare. E se vogliamo restare nel campo dei paradossi, vi pare logico che, nel territorio che ha assunto la caratterizzazione agricolo-territoriale della coltivazione delle angurie come un suo fiore all’occhiello, i supermercati vendano cocomeri provenienti dalla Grecia e dalla Turchia, mentre le angurie di Nardò vengono caricate sui TIR e portate in tutta Europa?

Del resto, anche la famosa “patata di Galatina” non si trova nei supermercati del Salento, dove abbondano invece tuberi provenienti dall’estero e vecchi di 12 mesi.

Probabilmente, un modo per sostenere la lotta al lavoro nero è anche quello di costruire alternative dirette al sistema della grande distribuzione, costruendo un rapporto prioritario tra “produttori virtuosi” che fanno lavorare in regola e consumatori associati in gruppi d’acquisto. Quello che è stato fatto con le “patate di Cassibile”, potrebbe essere riproposto anche con i prodotti di questa zona.

 

LA MASSERIA BONCURI

Assorti in questi pensieri e proponimenti, arriviamo finalmente a Boncuri, un posto a metà strada tra la tendopoli attrezzata e lo slum di una periferia africana. Davanti all’entrata, è affisso un grande striscione rosso e nero con lo slogan della campagna contro il lavoro nero “Ingaggiami”.

La Masseria, ristrutturata qualche anno fa dal Comune, è in buone condizioni, dentro ci sono i servizi e uno stanzone dove alloggiano gli attivisti delle Brigate di Solidarietà Attiva e i volontari di “Finis Terrae” che, dallo scorso mese di giugno, si stanno prodigando per attutire le condizioni di vita proibitive dei braccianti migranti.
In un’area, davanti alla masseria, sono state piantate 23 tende che accolgono 8 persone ciascuna. Le ha donate la  Provincia di Lecce lo scorso anno, quando il campo fu aperto per far fronte all’emergenza umanitaria legata ai lavoratori stagionali. Ci vivono 180 persone, molte delle quali dormono sui cartoni, dato che di lettini non ce ne sono a sufficienza. Quest’anno c’è stata anche una donazione del Rotary di Nardò (bontà sua) di 30 brandine.

Alle spalle della masseria, i migranti che non hanno trovato sistemazione nelle tende si sono dovuti arrangiare costruendo baracche con lamiere, cartoni, teli di plastica, materiale trovato in discarica. Nell’accampamento “non regolare”, sono sorte anche cucine “autogestite”. E lì che, molto spesso, avviene il reclutamento dei caporali.

Da notare che, per legge, dovrebbero essere le aziende a fornire vitto e alloggio agli stagionali. Questo lo scriviamo perché  Confagricoltura e Coldiretti sostengono che i “milunari” (i produttori di angurie) fanno parte di un “tessuto produttivo sano in cui le aziende non ricorrono al caporale ma al caposquadra, figura che si occupa di organizzare il lavoro nei campi” e che, se qualcosa non funziona, dipende esclusivamente dalla crisi del settore: nessuno comprerebbe più le angurie.

Per quanto riguarda l’acqua potabile, il campo non è collegato alla rete dell’acquedotto. Viene utilizzata una cisterna, nelle docce c’è solo acqua fredda.

“Finis Terrae” e le “Brigate di solidarietà attiva” hanno lanciato una cassa di resistenza a sostegno dei migranti di Boncuri, promuovono iniziative lodevoli, come la vendita di magliette e gadgets per raccogliere fondi. E’ stata avviata anche una raccolta alimentare, la Caritas ogni settimana consegna qualche pacco di pasta e scatolame, ma la situazione resta molto grave.

Per quanto riguarda il servizio legale, sono sempre le associazioni a farsene carico, ma gli avvocati messi a disposizione sono insufficienti rispetto alle richieste.

Per le ricariche telefoniche, i migranti si devono recare a piedi in paese, che è distante diversi chilometri. La zona della masseria non è servita da nessun mezzo di trasporto collettivo.

Boncuri è una polveriera di problemi dove si tocca con mano l’isolamento sociale ed economico dei suoi abitanti. Qui la vita, che è declinata spesso rispetto le usanze del paese di appartenenza, impone quotidianamente questioni di convivenza ed enormi carichi psicologici sui residenti. Questo produce episodi di tensione e risse a ripetizione.

Poi ci sono le tragedie, come quella della “morte naturale”, avvenuta il primo agosto, di Sadok Barhoumi, un ragazzo nordafricano che dormiva su un cartone,  per terra, in una tenda della Provincia. I suoi compagni di lavoro hanno detto ai giornali che “aveva lavorato dalle 5 del mattino fino alle 6 di pomeriggio di sabato”, poi “stanco, dopo aver lavorato sotto un sole che picchiava molto forte, era tornato a Boncuri e si era fatto una doccia con l’acqua fredda”. Si era infine disteso per riposare, su un cartone, ma non si è alzato più.

 

IL RITORNO DI YVAN

Il nostro arrivo alla Masseria Boncuri è coinciso casualmente con un evento molto importante. Infatti, è da poco terminata una riunione che ha deciso la ricostituzione del gruppo iniziale dello sciopero. I migranti, attraverso una specie di patto solidale, si sono costituiti in organismo stabile (qualcuno azzarda in “soggetto politico”) che cercherà di tutelare i lavoratori in tutti i contesti del lavoro stagionale in agricoltura, ma non solo.

A dare la spinta a “questa scelta storica” è stato il ritorno di Yvan alla Masseria Boncuri.

Yvan Sagnet è un ragazzo di 26 anni del Camerun. Si è ritrovato ad essere il portavoce dei braccianti in sciopero, perché era quello che dava la carica, che non aveva paura a fronteggiare i caporali.

Lui, studente di Ingegneria Informatica a Torino, con tre esami che mancano alla laurea, è arrivato nelle campagne di Nardò, perché il lavoro che faceva per mantenersi (cassiere part-time in un supermercato) non gliel’hanno più proposto. E così ha seguito l’invito di un suo connazionale di andare insieme in Salento a fare la raccolta stagionale dei pomodori.

Quello che ha visto da quelle parti, le condizioni di sfruttamento che venivano imposte, prima l’hanno lasciato stupefatto, poi l’hanno fatto indignare sempre di più. E un giorno, di fronte al caporale che urlava “muovetevi, raccogliete tutto e poi scegliete i pomodori più belli… se non lo fate domani non vi chiamo più”, ha deciso di dire basta.

Strappare la pianta, scrollarla e riempire il cassone dopo la selezione. Doppio lavoro, rispetto a prima, senza nemmeno un aumento della paga. Era troppo: Yvan, con i suoi dieci compagni della squadra di raccoglitori, ha incrociato le braccia.

Poi si sono fermati in un’altra quarantina, erano soprattutto ragazzi del Burkina Faso. Hanno abbandonato insieme il campo e se ne sono tornati a Boncuri, cantando canzoni africane e muovendosi al passo dei ritmi tribali. Durante il percorso, hanno formato un piccolo presidio a bordo strada, ma dopo mezz’ora la polizia li ha sgomberati.

Nei giorni successivi lo sciopero ha coinvolto il 70% dei lavoratori stagionali di Nardò. Si è trattato di una grande affermazione degli scioperanti, che ha svelato lo stato di sfruttamento a cui erano costretti i lavoratori del comparto e che ha attirato l’attenzione pelosa della politica e dei sindacati.

Ma lo sciopero ha concretamente bloccato anche il sistema di profitti che su cui si regge il lavoro stagionale e questo non ha fatto piacere ai padroni della terra. Non è un caso, quindi, che si siano moltiplicate le azioni per dividere i migranti, con le Istituzioni e le forze dell’Ordine che sono rimaste a guardare, in una strana posizione di silenzio/assenso. Caporali armati di coltelli hanno minacciato gli scioperanti. A queste azioni si sono aggiunti tentativi di aggressione anti-sciopero di alcuni immigrati, fomentati da padroni e caporali.

E dietro a questi episodi, ci stanno anche quelle aziende che continuato ad usare i caporali e che, di fatto, stanno boicottando l’accordo siglato in Regione circa le “Liste di prenotazione”. Tanto gli ispettori del lavoro continuano ad essere assenti.
In questo contesto, quando lo sciopero si è concluso, Yvan ha deciso di andarsene. Hanno detto che si è trattato di un “allontanamento volontario”.
Ma “volontario” per modo di dire, ci verrebbe da suggerire. Yvan forse aveva deciso di andarsene perché, oltre alle minacce, in quella zona nessuno lo chiamava più per lavorare.

Questa sua “fuga misteriosa” ha improvvisamente richiamato l’attenzione dei media che hanno cercato di preparargli un bel vestito da “personaggio dell’estate”. A convincere Yvan a ritornare a Boncuri, però, non sono stati tanto gli articoli della stampa, ma l’insistenza dei suoi compagni di lavoro e di lotta e le iniziative di mobilitazione e di solidarietà previste per l’ultima settimana di agosto.

 

“FINIS TERRAE” E LA “BRIGATA DI SOLIDARIETA’ ATTIVA”

Così come nei campi ci sono migranti che arrivano da diversi paesi del mondo (Camerun, Burkina Faso, Ghana, Costa d’Avorio, Sudan, Tunisia), dentro la masseria abbiamo trovato ragazzi e ragazze che arrivano da diverse città italiane. Sono gli attivisti delle Brigate di Solidarietà Attiva e i volontari dell’associazione pugliese “Finis Terrare”, presenti a Boncuri anche quest’anno, dopo l’esperienza del 2010. Sono un punto di riferimento per i migranti e hanno un compito improbo: far coesistere la “pace sociale” tra i migranti, nella vita quotidiana del campo, con il necessario “conflitto sociale” nei confronti dei padroni delle aziende agricole.

La loro intenzione è di andare oltre l’accoglienza, svolgendo un lavoro di orientamento sociale, promuovendo forme di emersione dal lavoro nero, mettendo in luce il fatto che fra i responsabili della crisi dell’agricoltura in Meridione c’è il ruolo giocato dalla  grande distribuzione nell’imporre i propri prezzi. Un ruolo che si può reggere soltanto con il lavoro nero e sommerso.

“Finis Terrae” è una ONLUS, fondata a Bari nel 1999, che, dalla sua nascita, si impegna nella difesa dei diritti civili dei migranti presenti, a qualunque titolo, nel territorio pugliese. Nei suoi interventi, l’associazione si occupa di orientamento legale, diritti dei lavoratori stagionali, accesso ai servizi socio-sanitari, richiedenti asilo, supporto alle vittime della tortura, educazione allo sviluppo e al consumo critico.

La storia delle Brigate di Solidarietà Attiva parte invece dopo il terremoto del 6 aprile 2009, con l’intervento diretto a favore delle popolazioni abruzzesi.

“Dalla nostra nascita ad oggi – dice Oscar – abbiamo attraversato la crisi del terremoto in Abruzzo e siamo approdati al terremoto prodotto dalla crisi. Abbiamo cercato di coniugare solidarietà attiva e conflitto nei campi aquilani, davanti alle fabbriche chiuse o in cassa integrazione, nei territori agricoli della Puglia, nei cortei e nelle mobilitazioni. Abbiamo messo in piedi casse di resistenza e gruppi di acquisto collettivi, come “Arancia metalmeccanica”. A Boncuri, il nostro obiettivo è l’emersione del lavoro nero e l’allargamento dei percorsi di esigibilità dei diritti. Cerchiamo di raggiungerlo attraverso un legame con i braccianti, che può essere stabilito affrontando giorno per giorno i problemi dell’accoglienza e promuovendo forme di autorganizzazione”.

“Noi non siamo volontari, ma attivisti sociali – prosegue Oscar – Siamo a Boncuri dal 13 giugno perché condividiamo un percorso politico… E ci staremo fino a che tutti braccianti non saranno trasferiti con i mezzi promessi dal Comune di Nardò a Foggia e nella Capitanata, per la raccolta dei pomodori e per la vendemmia. Noi non siamo una Caritas di sinistra e, anche se ci occupiamo tutti giorni, soprattutto ora che non lavorano, dei problemi di sopravvivenza dei migranti, cerchiamo di stimolare in loro la coscienza della condizione sociale a cui sono costretti, l’autorganizzazione, la fiducia nella capacità di lottare. Vorrei essere più chiaro… Per quanto riguarda lo sciopero, non siamo stati noi a proporlo… Certo che ci speravamo… Noi abbiamo lanciato diversi messaggi sui diritti…. Ma la decisione dello sciopero è stata dei migranti…. Vi faccio un altro esempio. Qualche settimana fa un gruppo di migranti doveva ricevere la paga dal caporale, ma lui si rifiutava di versare il dovuto. Questi ragazzi  gli hanno sequestrato la macchina e gli hanno detto che, se non tirava fuori i soldi, non gli avrebbero ridato l’auto. Forse non sarà un gesto molto politico, ma è la dimostrazione che qualcosa è cambiato. Sapete cosa ha detto, a commento del fatto, uno dei ragazzi?… “Ho perso una settimana di paga con lo sciopero, ma adesso non abbasso più la testa davanti a un caporale”… Questa frase mi ha ripagato di tutti i sacrifici, le fatiche, le frustrazioni di questi mesi”.

 

“NO CAP” – ARTISTI CONTRO IL CAPORALATO

Lo abbiamo scritto all’inizio, questa lotta ha avuto la capacità di rompere il muro di omertà che era stato innalzato per anni per coprire una vergognosa situazione di sfruttamento. Questo è potuto avvenire perché, dopo tanto tempo, nelle campagne, si è tornati ad usare l’arma dello sciopero.

Anche i palchi della musica dell’estate salentina, però, sono stati utili all’amplificazione delle notizie.

Ha cominciato Caparezza, il 18 agosto, al Parco Gondar di Gallipoli. Prima di esibirsi sul palco l’artista ha incontrato un gruppo di lavoratori migranti e gli attivisti della Masseria Boncuri. Poi, a sostegno della campagna nazionale “Ingaggiami contro il lavoro nero”, ha indossato, per tutto il concerto, la t-shirt con impresso lo slogan.

Poco dopo è arrivato il 24 agosto, con il concerto di Nardò, dal titolo “NO CAP – Artisti pugliesi contro lavoro nero e caporalato”. Si è trattato di una manifestazione di solidarietà voluta fortemente dai musicisti salentini e che ha visto la partecipazione di Eltdown, Mentaly Doof, Aban, Laїoung, Santu Pietru cu tutte le chiai, Tonino Zurlo, Eugenio Bennato e Mohammed Ezzaime El Alaoui, Sonia Totaro, Ezio Lambiase.

Tra un set musicale e l’altro. i braccianti della Masseria Boncuri hanno portato le loro testimonianze.

Eugenio Bennato ha usato queste parole per spiegare il motivo della sua partecipazione: “Ho vissuto in diretta i giorni della primavera araba. Il 20 febbraio avevo un concerto a Casablanca. Ho così potuto vedere le facce di quei ragazzi tanto determinati ad esigere libertà e democrazia. Conosco l’ironia dei giovani artisti e intellettuali del Marocco e dell’Algeria di fronte alla inconcepibile preziosità del permesso di soggiorno in Europa. Il vento che è arrivato fino alla Masseria Boncuri è un vento nuovo. E’ una lunga marcia che coinvolge gli studenti di Tangeri, di Orano e di Tunisi. E’ un Sud che non ci sta più a subire. E’ un Sud che vince la sua staticità e si muove”.

 

Il giorno successivo, il 25 agosto, a Bari, si è tenuta una manifestazione regionale antirazzista (contro il razzismo, le discriminazioni e la precarietà) che era stata annunciata da tempo. Al corteo hanno partecipato circa 500 persone. Gli obiettivi dell’iniziativa sono stati scanditi negli slogan e negli interventi: sostegno ai braccianti di Nardò e alle loro rivendicazioni, contro il caporalato ed il lavoro nero, per assunzioni regolari, salari giusti e il rispetto del contratto collettivo nazionale di lavoro.

Un altro tema al centro dell’iniziativa è stato il riconoscimento della protezione internazionale ai rifugiati provenienti dalla Libia, indipendentemente dalla nazionalità. Infine, è stata ribadita la richiesta della chiusura del C.a.i. di Manduria e si è rivendicato un sistema di accoglienza che garantisca ai migranti condizioni dignitose ed il rispetto dei loro diritti, per la libera circolazione ed il permesso di soggiorno per tutte e tutti.

 

Questo lungo viaggio con i migranti di Nardò, è terminato a Melpignano, il 27 agosto, con il concertone della Notte della Taranta.

Intanto, nel backstage del grande palcoscenico, molti musicisti e tecnici si sono attaccati sulla maglietta o su un braccio l’adesivo “No Cap. Artisti pugliesi contro il caporalato”.

Quest’anno, insieme ai musicisti della grande orchestra della Notte della Taranta, c’erano anche due artisti africani: Ballaké Sissoko del Mali, improvvisatore e maestro di kora, custode della tradizione, della storia e della cultura mandengue; Juldeh Camara, musicista del Gambia di casta griot, che suona il riti (o nyanyeru), uno strumento ad arco con una sola corda, proprio della tradizione dei Fula.

Verso le 22 e 40, è stato, un altro africano (anch’egli, a suo modo, un artista) a scaldare i cuori dei 100 mila di Melpignano. Si è trattato di un giovane camerunese, Yvan Sagnet, che, con i suoi compagni della Masseria Boncuri, è salito sul palco e ha lanciato un messaggio di denuncia contro lo sfruttamento dei braccianti, riuscendo a trasmettere tutto l’entusiasmo possibile per una giusta causa. Il discorso di Yvan ha creato grande commozione tra il pubblico dei “tarantolati”.

L’edizione 2011 della Notte della Taranta è stata dedicata alla memoria di Uccio Aloisi, una delle voci storiche della pizzica salentina, scomparso nell’ottobre scorso.

Il grande Uccio, da giovane, aveva partecipato, come bracciante, all’occupazione delle terre dell’Arneo.

Nella sua biografia, “I colori della terra”, le racconta così quelle giornate: “(…) Per l’occupazione delle terre ci davamo appuntamento la mattina in piazza, tutti quelli che volevano venire, perché i padroni avevano tutte le terre e tu non trovavi neanche un pezzetto di terra per piantare i piselli.. I carabinieri cominciarono ad avvicinarsi… a un certo punto, un maresciallo ordinò “scioglietevi”… e i carabinieri cominciarono a tirare colpi di moschetto, chi le prese le prese… io avevo una bicicletta col portabagagli, che allora si usava perché andando in campagna c’era sempre qualcosa da caricare… Un carabiniere mi fa “scioglietevi” e si attacca al mio portabagagli… Allora avevo venticinque, ventisei anni, non è che ci stavo a pensare tanto… Diedi un strappo che avrei smagliato una catena e ‘sto carabiniere cadde in una pozzanghera e si fece rosso come il Rigoletto, perché lì la terra era rossa…”

E’ proprio vero… non sono mai troppe le lodi che si tessono al caro, lungo, vecchio “filo rosso” della storia… è veramente difficile da spezzare.

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