La Nuova Strategia di Israele: “sabotare” e “attaccare” il movimento per la Giustizia Globale.


Ripubblichiamo, tradotto in italiano, un articolo di Ali Abunimah, cofondatore della testata on-line ElectronicIntifada, sulle “nuove” strategie proposte al governo israeliano da parte dell’ennesimo think thank guerrafondaio.

18 febbraio 2010 - 16:27

La Nuova Strategia di Israele: “sabotare” e “attaccare” il movimento per la Giustizia Globale.

Ali Abunimah, co-fondatore di Eletronic Intifada e autore del libro: One Country: A bold proposal to end the Israeli-Palestinian impasse

Trad. IT: Redcat

Fonte: ElectronicIntifada

Una serie impressionante di articoli, report e presentazioni da parte del Reut Institute, un influente “think thank” israeliano, ha identificato nel movimento internazionale per la giustizia, l’eguaglianza e la pace una “minaccia esistenziale” per lo stato di Israele e richiesto direttamente al governo israeliano di stanziare “risorse sostanziali” per “attaccare” e, possibilmente, “sabotare” il movimento. Un movimento che, secondo il Reut Institute, ha diversi “hub” internazionali a Londra, Madrid, Toronto, nella Bay Area di San Francisco e altrove.

L’analisi del centro di ricerca si basa sulla constatazione che la tradizionale dottrina strategica di Israele – che vede come minacce all’esistenza dello stato principalmente se non esclusivamente in termini militari, a cui rispondere, di conseguenza, attraverso l’uso della forza – è ormai ampiamente superata. Piuttosto, Israele deve confrontarsi oggi ad una minaccia combinata tra una “Rete di Resistenza” e una “Rete di Delegittimazione”.

Nella “Rete di Resistenza” sono compresi gruppi politici e gruppi armati, come Hamas e Hezbollah, i quali “contano su mezzi militari per sabotare ogni passo diretto ad affermare la separazione tra Israele e i Palestinesi o a mettere in sicurezza la soluzione dei due Stati”.

Inoltre, la “Rete di Resistenza” si propone apertamente di causare l'”implosione” politica di Israele – come in Sud Africa, Germania Est o in Unione Sovietica – piuttosto che ricercare la vittoria militare tramite lo scontro sul campo di battaglia.

La “Rete di Deligittimazione” – che Gidi Grinstein, presidente del Reut Institute e consigliere ufficiale del governo israeliano, provocatoriamente chiama un “alleanza sconsacrata” (“unholy alliance”) con la Rete di Resistenza – è, invece, composta dagli attivisti dell’ampio, decentralizzato e informale Movimento per la Pace e la Giustizia, per i diritti umani e del BDS (Boicotta, Disinvesti e Sanziona), sparsi un po’ per tutto il mondo. Le sue manifestazioni includono le proteste contro le visite ufficiali israeliane alle università, la Settimana dell’Apartheid Israeliano, attivismo religioso o sindacale, e il “lawfare”: l’uso della giurisdizione internazionale per perseguire legalmente i criminali di guerra israeliani. Il Reut Institute cita persino il mio discorso alla conferenza studentesca sulla campagna BDS, tenuto all’Hampshire College lo scorso Novembre, come un esempio di come funziona la strategia di “delegittimazione”.

L'”attacco” combinato di “resistenti” e “deligittimatori”, dice Reut, “possiede un significato strategico e può svilupparsi in una comprensibile minaccia esistenziale in pochi anni”. Più avanti mette in guardia sul fatto che “un segnale di questa minaccia potrebbe essere il collasso della soluzione dei “Due Stati” come quadro condiviso per la risoluzione del conflitto Israelo-Palestinese, e l’unione intorno alla soluzione di “Un solo Stato per due popoli” come nuovo scenario alternativo”.

A un livello di base, le analisi del Reut Institute rappresentano un avanzamento rispetto al più primitivo e finora dominante livello del pensiero strategico israeliano; e riflette anche la comprensione, come ho detto nel mio discorso all’Hampshire, che “il Sionismo non può semplicemente bombardare, sequestrare, assassinare, espellere, demolire, impiantare e mentire così per ottenere legittimazione e accettazione”.

Ma, falsicando la realtà, l’analisi del Reut è assolutamente incapace di districarsi tra causa ed effetto. Sembra assumere come dato di fatto che la drammatica erosione del prestigio internazionale di Israele in seguito alla guerra in Libano del 2006 e al bombardamento di Gaza nel 2009 siano il risultato degli sforzi della “Rete di Delegittimazione”, alla quale imputa obiettivi totalmente nefasti, subdoli e malsani — in pratica la “distruzione di Israele”.

Il Reut indica la responsabilità di “delegittimatori” e “resistenti” nel rendere vana la soluzione dei Due Stati, ma ignora che il perseguimento senza rallentamenti e tuttora in atto nella costruzione di insediamenti da parte di Israele – supportato da ogni organo dello Stato – porta al fallimento calcolato e cosciente dell’accordo sulla West Bank.

Non considera nemmeno per un momento che le crescenti critiche alle azioni di Israele possano essere giustificate, o che i ranghi, in aumento,  delle persone disposte a impegnare il proprio tempo e i propri sforzi per opporsi all’azione israeliana possano essere motivati da uno sdegno genuino e dal desiderio di vedere giustizia, eguaglianza e fine degli spargimenti di sangue. In altre parole, Israele si sta deligittimando da solo.

Reut non raccomanda al gabinetto di governo israeliano – che ha recentemente tenuto una sessione speciale per ascoltare proprio la presentazione del rapporto Reut – che sarebe il caso di cambiare il comportamento dello Stato d’Israele nei confronti di Palestinesi e Libanesi. E si dimentica che anche l’apartheid in Sud Africa ha dovuto, al tempo, fare i conti con una “Rete di Delegittimazione” globale ma che ora questa è completamente sparita. Mentre il Sud Africa esiste ancora. Una volta che le cause che motivano il movimento spariscono – la sfilza di ingiustizie dell’apartheid formale – le persone ripiegano le loro bandiere e ripongono le loro campagne BDS in scatola e vanno a casa.

Invece, Reut invita il governo israeliano ad una contro-offensiva aggressiva e, potenzialmente, criminale. In una presentazione svoltasi di recente alla Herliya Conference sulla sicurezza nazionale d’Israele, Grinstein richiama le “forze d’intelligence israeliane a focalizzare i propri sforzi” sugli “nodi”, noti e meno noti, della “Rete di Delegittimazione” e di impegnarsi ad “attaccare i catalizzatori” di questa rete. Nel documento “The Delegitimization Challenge: Creating a political firewall”, Reut raccomanda: “Israele deve sabotare i catalizzatori di queste reti”.

L’uso del termine “sabotaggio” è particolarmente pungente e potrebbe attirare l’attenzione di governi, agenzie legali e rappresentanti di università, preoccupati per la sicurezza e la salute dei loro studenti o cittadini. La sola definizione di “sabotaggio” per la legge degli Stati Uniti è considerata un atto di guerra al pari del tradimento, quando utilizzata contro gli Stati Uniti stessi. In aggiunta, nell’uso comune del termine, l’American Heritage Dictionary definisce il sabotaggio come “Perfida azione per sconfiggere o ostacolare una causa o un tentativo; sovversione deliberata.”. E’ difficile pensare ad un uso legittimo di questo termine in contesto politico o giudiziario.

Reut sembra chiamare le agenzie di spionaggio israeliane all’impegno in attività coperte per interferire con l’esercizio della libertà di parola, di associazione e dei diritti legali negli Stati Uniti, Canada e Paesi dell’Unione Europea, e, potenzialmente, per danneggiare individui e organizzazioni. Questi avvisi sugli intenti possibili di Israele – specialmente alla luce della sua lunga storia di attività criminali su suolo straniero – non devono essere presi alla leggera.

Il Reut Institute, con sede a Tel Aviv, raccoglie una parte significativa dei fondi esentasse negli Stati Uniti, attraverso un braccio non-profit chiamato “American Friends of the Reut Institute”(AFRI). In linea con la propria ragion d’essere, AFRI ha inviato circa 2 milioni di dollari al Reut Insitute nel 2006 e nel 2007.

In aggiunta alla campagna internazionale di sabotaggio sponsorizzata dalla Stato, Reut raccomanda anche una politica “soft”. Questa riguarda specificamente la propaganda di Stato per “rinverdire” (greenwash) l’immagine di Israele come un paradiso high tech per le tecnologie ambientali e la Cultura Alta – ciò che viene chiamato “Brand Israel”.

Altri elementi includono “il mantenimento di migliaia di relazioni personali con i membri influenti e le elite politiche, culturali, mediatiche e legate alla sicurezza” in giro per il mondo, e “sfruttando le comunità della diaspora ebraica e di Israele “, portandole ancora più strettamente a difesa della sua causa. Reut sottolinea anche che Israele dovrebbe usare “gli aiuti internazionali” per promuovere la sua immagine (la sua incursione nella macchina degli aiuti per il terremoto che ha devastato Haiti è stata un esempio di questa tattica).

Ciò che lega insieme tutte queste strategie è che sono votate a frustrare, ritardare e distogliere l’attenzione dalla questione fondamentale: cioè che Israele – nonostante le sue pretese di essere uno Stato liberale e democratico – è un etnocrazia ultranazionalista che si basa sulla repressione violenta dei più basilari diritti di milioni di palestinesi, che presto saranno la maggioranza demografica, per mantenere lo status quo. Non vi è alcun “cambio di gioco” nella nuova strategia di Reut.

Reut è evidentemente a conoscenza dell’ironia del tentativo di riformare il “Brand Israele” come qualcosa di tenero, mentre allo stesso tempo raccomanda pubblicamente che le famigerate spie di Israele “sabotino” i gruppi per la pace in terra straniera. Ma ci sono due lezioni alle quali dobbiamo prestare attenzione: l’analisi di Reut conferma l’efficacia della strategia di BDS, e che siccome le élite israeliane hanno sempre più paura per le prospettive a lungo termine del progetto sionista, è possibile che siano ancora più spietate, senza scrupoli e disperate che mai.

Tweet about this on TwitterShare on FacebookShare on LinkedInShare on Google+Share on Tumblr


Articoli correlati