La manovra “Salva-Italia” di Monti strozza gli italiani non ricchi


Allungamento dell’età pensionabile e non adeguamento delle pensioni sopra 960 euro all’aumento dei prezzi, aumento delle tasse e delle imposte, regali a banche e industriali.

06 dicembre 2011 - 14:37

Da agosto in poi si è fatta avanti con più chiarezza una nuova forma di autoritarismo. Le linee di politica economica che vengono imposte all’Italia e sono state imposte alla Grecia, al Portogallo, alla Spagna non hanno come obiettivo il risanamento dei conti pubblici, ma hanno lo scopo di sancire il primato del potere economico-finanziario su quello politico (dal controllo sociale politico-mediatico al controllo disciplinare della finanza). Il governo Monti è la rappresentazione politica di questo golpe finanziario. Il nuovo governo tecnico di unità nazionale, presieduto da Mario Monti e sostenuto col consenso del 90% delle forze politiche parlamentari, ha tutte le caratteristiche per essere obbediente e allineato ai diktat dei mercati finanziari e delle banche.
Quello che aspetta l’Italia sarà un percorso di lacrime e sangue che porterà a sottostare a decisioni prese in contesti totalmente a-democratici. Una vera e propria condanna a pagare la crisi a chi non ne ha colpa che offrirà ulteriori margini di profitto a chi su questa crisi ha speculato e continua a speculare.
Le misure varate dal governo Monti il 5 dicembre lo stanno a dimostrare.

PENSIONI
Aumento generale dell’età pensionabile (di anzianità e vecchiaia), blocco della rivalutazione per il 50% delle pensioni.
La rivalutazione “piena” rispetto all’inflazione nel 2012 è prevista solo per le pensioni della fascia minima fino a 486 euro. La perequazione sarà invece “parziale” fino a 936 euro e nulla per gli assegni al di sopra di questa cifra.
Proprio in questi giorni, l’ISTAT ha reso noto che è cresciuta la forbice tra retribuzioni contrattuali orarie (+ 1,7%) e livello di inflazione (+ 3,4%). Si tratta del divario più alto dal 1997. Dopo questo provvedimento tra aumenti dei prezzi e pensioni da lavoro dipendente si creerà un abisso.
Dal primo gennaio 2012 verrà introdotto il metodo contributivo per il calcolo pensionistico. L’età di pensionamento delle donne verrà alzata a 62 anni (a 63 e sei mesi per le autonome). Le donne saranno equiparate agli uomini per andare in pensione (66 anni per i dipendenti, sei mesi in più per gli autonomi) entro il 2018, sempre tenendo conto della variazione della speranza di vita. Nel frattempo, dai 62 d’età ai 70 sarà in vigore il pensionamento flessibile.
L’accesso anticipato alla pensione sarà consentito con un’anzianità di di 41 anni e un mese per le donne e 42 anni e un mese per gli uomini.
Sono previste delle penalizzazioni sulla quota retributiva dell’importo della pensione (2% per ogni anno di anticipo rispetto a 62 anni), tali da costituire un effettivo disincentivo al pensionamento anticipato rispetto a quello di vecchiaia.
Le persone più penalizzate dalla manovra sono i nati del 1952. Per quella classe d’età, infatti, è previsto un posticipo della pensione che rischia di arrivare fino a cinque anni rispetto ai nati nel 1951, magari pochi giorni prima. E anche per questi ultimi l’uscita in tempi brevi verso la pensione dipende dagli anni di lavoro fatti (è salvato chi lavora almeno dal 1975 e ha raggiunto i 36 anni di contributi nel 2011 mentre dovrà lavorare ancora a lungo chi ha cominciato nel 1976).
Alcuni esempi: Uomo nato nel 1952 . Compie 60 anni a gennaio del 2012, lavora dal 1976, sperava di andare in pensione di anzianità a gennaio 2013, una volta raggiunti i 60 anni e i 36 di contributi e attesa la finestra mobile di 12 mesi. Viene invece bloccato dall’abolizione delle quote e dall’innalzamento dei requisiti per l’anzianità: potrà lasciare il lavoro solo nel 2018 quando avrà 66 anni di età e 42 di contributi.
Donna nata nel 1952, dipendente privato. Dal 2012 il requisito per le pensioni delle donne sale a 62 anni, ma dovrebbe salire di un ulteriore anno nel 2014. Uscirà quindi nel 2015, a meno che non abbia cominciato a lavorare prima del 1974 e abbia quindi 41 anni di contributi prima di quella data.

TASSE E IMPOSTE
Viene introdotta un’imposta pesante sulla prima casa, congiunta alla revisione delle rendite catastali.
In una città come Bologna, prendendo in esame solo gli appartamenti economici di categoria A3, con 5 vani e meno di 100 metri quadri, la cifra media da pagare sarà di 426 euro all’anno. Per capire la fascia di cittadini interessata, va detto che a Bologna gli appartamenti di tipo economico sono 154.845 a fronte di 17.750 considerati di lusso.
E’ previsto un ulteriore incremento dell’IVA, che passerà al 23% nel secondo semestre 2012. Colpirà soprattutto i consumi di chi ha redditi più bassi, di coloro cioè che già pagano (sempre) le tasse, trattenute a monte su stipendi e pensioni.
Accantonata, per le pressioni della destra e delle cosiddette “professioni forti”, l’imposizione di una super Irpef del 46% per i redditi superiori a 75.000 euro, rimane dell’addizionale regionale che salirà dallo 0,9% all’1,23% e sarà destinata a finanziare la spesa sanitaria delle Regioni.
Altri aumenti sono previsti alle accise sulla benzina, che accompagnano nuovi tagli alle finanze dei Comuni.

REGALI A PADRONI E BANCHE

La manovra di Monti non è la semplice salvaguardia della partita contabile per il pareggio di bilancio. E’ anche il prodotto di un nuovo travaso di ricchezza pubblica verso i capitalisti e i banchieri.
Sono i provvedimenti per la cosiddetta “crescita”: non quella dell’economia, che è al palo, ma dei profitti dei padroni di tutte le risme. Inclusi i grandi evasori, usciti intonsi dalla manovra (saranno tassati solo dell’1,5% i 93 miliardi di capitali rientrati con gli ultimi scudi fiscali).
Gli imprenditori da questa manovra ottengono tutto quello che avevano chiesto: la riduzione dell’IRAP (che finanzia il 40% della sanità pubblica), nuove agevolazioni fiscali per i profitti reinvestiti, fusioni patrimoniali, investimenti all’estero.
Dentro i provvedimenti appena varati c’è un passaggio che dà ancora di più il taglio di “classe” del provvedimento: niente garanzie o tutele per chi ha acceso un mutuo prima casa ed è in difficoltà col pagamento, ma garanzia dello Stato sulle attività bancarie. Sui loro nuovi prestiti.
Lo Stato offrirà alle banche la garanzia di non fallire e aprirà l’ombrello pubblico per metterle al riparo da questo rischio. Poi ci sono altri due aspetti che offrono agli Istituti di credito una posizione di vantaggio in un momento in cui ai cittadini più deboli vengono chiesti grandi sacrifici. La decisione di stabilire la soglia dei mille euro per la tracciabilità, di fatto, porterà ad un tetto all’uso del contante.
A trarne vantaggio sarà il sistema dei pagamenti gestito dalle banche, dalle carte di credito al portafoglio elettronico. Dato che per l’utilizzo della moneta di plastica, come per ogni servizio offerto, è previsto il pagamento di una commissione, nel linguaggio contabile questo produrrà più ricavi e quindi più utili. Perché dietro l’utilizzo della moneta di plastica, come per ogni servizio offerto, è previsto il pagamento di una commissione.
L’intermediazione, in tempi di crisi, è comunque destinata a crescere. Anche la mini patrimoniale sulle attività finanziarie, dai fondi alle polizze vita, riporterà ancora una volta al centro il sistema bancario, che funzionerà da sostituto d’imposta.

La manovra di Monti non solo è in continuità con la macelleria sociale berlusconiana, ma è un enorme salto in avanti, una vera e propria aggressione di classe nei confronti dei precari, dei lavoratori, dei pensionati, dei ceti meno abbienti della popolazione. Saranno sempre loro a portare il peso dei sacrifici, questa volta addirittura in proporzioni maggiori.
Il costo medio per famiglia del decreto “Salva-Italia” secondo le stime delle associazioni dei consumatori arriverebbe a 1700 euro.
I cosiddetti provvedimenti “lineari”, come l’aumento dell’IVA, penalizzano di più chi già ha il fiato corto: i precari, i lavoratori dipendenti che guadagnano di meno, i pensionati.
Il conto finale della stangata per una famiglia con il reddito inferiore ai 30 mila euro è (in proporzione) superiore del 15% rispetto a chi di euro ne guadagna 50 mila e addirittura del 60% a quello di una famiglia nelle cui tasche ne entrano 150 mila, sfuggita all’aumento delle aliquote Irpef.

Il governo Monti se non lo si vuole definire un vero e proprio “comitato d’affari” al servizio dei “poteri forti”, è certamente un esecutivo, emanazione diretta della borghesia finanziaria e delle grandi professioni. Non a caso il suo uomo di punta è Corrado Passera, un manager che ha costruito la potente Banca Intesa.
E’ noto che l’economista Mario Monti, oltre che presidente europeo della Trilateral, è stato anche International Advisor di Goldman Sachs, una delle società finanziarie che controllano, come Deutsche Bank, il mercato dei Credit Default Swap (Cds). I credit default swap funzionano come una polizza di assicurazione sul rischio fallimento di un emittente. In sostanza si paga un premio in modo che, in caso di bancarotta, si possa ottenere un rimborso. Il loro valore schizza all’insù quando il mercato scommette sul crack della società o dello stato emittente dei titoli. È successo per la banca americana Lehman Brothers, fallita alla fine del 2008.

Monti ha costruito il suo governo attorno a un quadrilatero di università, tre private e una pubblica, in rete e fortemente connesse con il mondo della finanza e delle aziende private, nonché con le autorità ecclesiastiche cattoliche, la Bocconi, la Luiss, la Cattolica e il Politecnico di Torino, (il Politecnico è pubblico ma con una forte vocazione al rapporto con le imprese, e ci sarebbe molto da dire sul suo rapporto con la FIAT).
E le avvisaglie di tutto questo, si erano avute al primo discorso al Senato del neo presidente del Consiglio, quando ha confermato la volontà di portare a compimento la fase di attuazione della contro-riforma dell’università che porta il nome dell’ex ministro Mariastella Gelmini, quando ha tessuto le lodi dell’amministratore delegato della FIAT Sergio Marchionne e quando ha ribadito la sua intenzione di iscrivere nella Costituzione la clausola del pareggio del bilancio pubblico.
E’ bene ricordare che, in questi giorni, Marchionne ha manifestato l’intenzione di estendere a tutte le fabbriche del gruppo Fiat, il famoso accordo separato di Pomigliano. Un anno e mezzo fa, a Pomigliano d’Arco, Marchionne riuscì ad imporre il suo diktat. Allora in tanti dissero che quella era un’eccezione. Oggi quell’eccezione è diventata la distruzione del contratto nazionale di lavoro e la negazione dei più elementari diritti previsti dallo Statuto dei lavoratori.
Quello della Fiat è un sostanziale fascismo, perché non solo si vogliono imporre condizioni di super-sfruttamento ai lavoratori, ma si vuole anche impedire ad essi la libera azione sindacale e persino il libero voto per le proprie rappresentanze. Nemmeno negli anni Cinquanta la Fiat si sognò di abolire le elezioni delle Commissioni interne. Oggi Marchionne stabilisce un sistema extra-costituzionale ed extra-legale che cancella per i lavoratori della Fiat le libertà costituzionali.

L’Italia avrebbe bisogno di ben altre politiche economiche, fiscali, monetarie e salariali. La questione occupazionale e la difesa del reddito andrebbero poste tra gli obiettivi fondamentali. Invece, qui si parla sempre più di borse, di mercati finanziari, di spread e di titoli, mentre il paese reale vive una situazione sociale al limite della disperazione.

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