“La lezione del terremoto: sulla scuola non si rischia”


Comunicato del Coordinamento precari della scuola tra messa a norma degli edifici, piani di evacuazione inadeguati e pericoli dovuti al sovraffollamento delle classi.

02 luglio 2012 - 13:47

La lezione del terremoto: sulla scuola non si rischia

Finita la fase acuta dell’emergenza, qui in Emilia è ora di guardare avanti. Il terremoto ha lasciato montagne di macerie sul nostro territorio ma anche di dubbi su quello che sarà, a cominciare dalle scuole, cioè la base su cui costruire il futuro.

Alcune considerazioni, da parte di chi il terremoto l’ha vissuto dentro ad una scuola accanto ai propri alunni vanno fatte, a cominciare da quella forse più scontata: ci dicevano che la pianura padana non era zona a rischio sismico e ora scopriamo che invece tutta l’Italia lo è e che quindi – sia ben chiaro a chi governa- tutto il suo territorio e tutta la sua popolazione vanno adeguatamente protetti e tutelati. A cominciare proprio dai luoghi di lavoro e dalle scuole. E, se parliamo di scuola, questa tutela deve avere due risvolti immediati e  improcrastinabili: la messa a norma degli edifici e un ripensamento sulle norme di sicurezza interne.

La tragedia di S. Giuliano di Puglia è stata solo sfiorata in Emilia grazie al fatto che la prima scossa del terremoto padano è avvenuta all’alba di una domenica, a scuole chiuse e con 24 ore di tempo per decidere di chiudere quelle già  inagibili o a rischio. Tuttavia il bilancio attuale delle scuole crollate,  danneggiate o parzialmente inagibili tra le province di Modena, Ferrara, Bologna, Rovigo, Mantova è impietoso, ha visto migliaia di alunni a casa prima della fine dell’anno, esami sotto le tende e tante incertezze per la riapertura di settembre.

Gli edifici non sono l’unico problema: i piani di evacuazione sono spesso inadeguati e mal gestiti dalle scuole stesse, ma soprattutto l’attuale sovraffollamento delle classi non può garantire evacuazioni sicure. Per chi non lo ricordasse, dobbiamo l’orrenda prassi delle classi-pollaio al DPR 81/09, corollario della legge 133 Tremonti-Gelmini che aveva come unico principio ispiratore una balorda “razionalizzazione” delle risorse economiche statali, non certo una buona didattica e neppure, ora lo possiamo dire, la sicurezza di
alunni e personale delle nostre scuole. Ad oggi, classi prime di 28-30 alunni, in aule ai limiti dello spazio vitale, sono ormai la norma nelle scuole medie e superiori, nonostante sentenze contrarie siano state espresse dal TAR e dal Consiglio di Stato (da ultima la 144/145 2012). Del resto, quando si ragiona per soldi risparmiabili e metri cubi sacrificabili non si considerano un paio di varianti fuori da ogni calcolo: l’imprevedibilità degli eventi e il panico,  quest’ultima una componente difficilmente gestibile su numeri alti di alunni e soprattutto con ragazzi più grandi e consapevoli (12-19 anni). La situazione di emergenza, neanche a dirlo, si fa ancora più complicata con classi che presentano alunni disabili, non sempre coperti dal sostegno se non in casi gravissimi. Se la scossa del martedì mattina non ha avuto drammatiche conseguenze è stato perchè, va quindi ribadito, le scuole più a rischio erano già state chiuse.

Adesso che è il momento di formare le classi prime in ogni ordine e grado di scuole, chiediamo che sia un’urgenza assoluta per le istituzioni, una riflessione sull’opportunità di ripensare a quei numeri imposti dal DPR 81/2009 (e ribaditi di recente dalla circolare ministeriale 25 del 29 marzo 2012 sulla formazione degli organici 2012/13), e non solo per le zone terremotate, ma per tutto il territorio italiano che è coinvolto, in questa fase da una serie di eventi geosismici ripetuti e non prevedibili. Altrettanto attenti e rigorosi siano, come già detto, le analisi strutturali e il ripristino degli edifici scolastici

Coordinamento Precari Scuola Bologna

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