Islanda / La rivoluzione “silenziata”


I reportage dall’Islanda dovrebbero essere da prime pagine per i giornali europei e, invece, questo sconvolgimento politico e sociale non ha avuto nessun commento sui media. Forse c’è la paura che l’aurora boreale islandese si diffonda per tutta l’Europa?

12 aprile 2011 - 19:03

di VALERIO MONTEVENTI

(tratto da http://scepsi.eu/it/la-rivoluzione-silenziata-islandese)

Quando nel mese di marzo del 2010, in Islanda, a 120 chilometri da Reykjavík, il vulcano Eyjafjallajökull, dopo aver dormito per 200 anni, riprese le sue attività eruttive, l’intero continente europeo si allarmò. Tutti i media parlarono di quelle pericolose ceneri che furono causa di enormi disagi per gli islandesi, ma soprattutto buttarono nel caos il traffico aereo dell’emisfero nord della terra. Decine di migliaia di voli aerei furono cancellati per scelte di “cautela aviatoria”.

La “terra di ghiaccio dal cuore caldo” non ha avuto, invece, altrettanto clamore per quella che è stata una vera e propria rivoluzione sociale che ha attraversato il paese negli ultimi anni. Tutti gli organi di informazione si sono dotati di un vero e proprio silenziatore mediatico, forse perché qualcuno temeva che un’insurrezione all’estremo nord dell’Europa potesse scatenare un benefico effetto domino.

La storia comincia alla fine del 2008, quando la crisi inizia a farsi sentire in maniera sconvolgente e il governo islandese chiede aiuto al Fondo Monetario Internazionale. L’FMI concede un prestito di 2 miliardi e 100 milioni di dollari, integrato da altri 2 miliardi e mezzo di alcuni Paesi nordici.

Le tre principali banche islandesi (Landsbanki, Kaupthing e Glitnir), negli anni precedenti, protette dal neoliberismo imperante, avevano acquistato una barca di attivi e di prodotti al di fuori dei confini nazionali. Come è successo ad altri istituti bancari, quei prodotti non furono una stupenda scommessa finanziaria, ma risultarono essere spazzatura, e portarono queste istituzioni al fallimento per i loro debiti in Olanda e Gran Bretagna.

Il governo islandese ha provveduto a nazionalizzare le banche e ad assumersi i loro debiti. A quel punto lo Stato ha dovuto rimborsare ai clienti i loro risparmi, per un valore di 3 miliardi e 700 milioni di euro di denaro pubblico. Questo ha significato che ogni cittadino dell’Islanda si è ritrovato con un debito di 12.000 euro.

L’epilogo è stato devastante: il totale dei debiti bancari dell’Islanda supera di diverse volte il suo Prodotto Interno Lordo. La moneta è crollata, la Borsa ha interrotto le sue attività ed è precipitata del 76%: una vera e propria bancarotta.

Ma gli islandesi si sono ribellati contro questa scandalosa situazione, prodotta dal loro governo: sono scesi nelle strade e nelle piazze, gridando che non volevano pagare il debito degli altri. Le proteste a Reykjavik, sotto al parlamento, si sono fatte insistenti. Una massa di manifestanti, muniti di pentole, ha ottenuto le dimissioni del Primo Ministro, il conservatore Geir H. Haarden.

Nel corso di questa crisi che ha travolto l’intero occidente industrializzato quello islandese è stato il primo governo che ci ha lasciato le penne. Il 23 gennaio 2009 sono state convocate le elezioni anticipate, che si sono tenute il 25 aprile. Dalla consultazione ne è uscito un governo di coalizione, formato dall’Alleanza Socialdemocratica e dal Movimento della Sinistra Verde, e guidato dal nuovo Primo Ministro Jóhanna Sigurardóttir.

Nel corso del 2009, l’Islanda è rimasta in una pessima situazione economica e l’anno si è chiuso con una caduta del PIL del 7%. Il nuovo parlamento ha approvato una legge in cui si propone la restituzione del debito a Gran Bretagna e Olanda mediante il pagamento di 3 miliardi e mezzo di euro. Questo è avvenuto sotto la pressione del FMI e dei governi olandesi e britannici. Tutte le famiglie islandesi dovranno pagare per 15 anni, mensilmente, una “rata” al 5,5% di interesse.

Dopo questo provvedimento, gli islandesi sono tornati a riempire le piazze. La richiesta principale delle mobilitazioni è stata di sottoporre la legge a un referendum. Sotto la pressione popolare, nel gennaio 2010, il Presidente Ólafur Ragnar Grímsson, si è rifiutato di ratificarla e ha annunciato l’indizione della consultazione popolare.

A questo punto, il governo è stato costretto a convocare il referendum. Il risultato del voto è stato che il 93% della popolazione si è rifiutata di pagare l’ingente debito. Questo risultato ha causato un’altra crisi politica, in conseguenza della quale è nata una Commissione di cittadini con il compito di scrivere una nuova Costituzione. Anche se il Partito Conservatore ha aperto una campagna per dichiarare illegale il nuovo processo costituente, gli islandesi si sono sbarazzati dei partiti assoggettati ai diktat dei mercati.

Dopo questa nuova vittoria della “pacifica rivoluzione islandese”, il Fondo Monetario Internazionale ha deciso, però, di congelare gli aiuti economici alla piccola repubblica nordeuropea. Ha posto come condizione per riprendere gli aiuti che il debito islandese venga pagato.

La mobilitazione, comunque, è continuata con parole d’ordine molto chiare: “il debito lo deve pagare chi lo ha creato”, “la crisi la deve pagare chi l’ha prodotta”, “bisogna uscire dal debito usuraio”, “bisogna esercitare il controllo pubblico sulle banche”, “se c’è qualcosa da liquidare, questo è l’FMI, il principale liquidatore internazionale”. Sotto questa spinta il governo ha iniziato a ricercare le responsabilità, anche giuridiche, della crisi. Sono stati arrestati diversi banchieri ed alti dirigenti.

Perché tutto il sommovimento provocato dal “vulcano politico islandese” è stato tenuto deliberatamente nascosto dalla stampa mainstream? I reportage dall’Islanda dovrebbero essere da prime pagine per i giornali europei e, invece, questo sconvolgimento politico e sociale non ha avuto nessun commento sui media. Forse c’è la paura che l’aurora boreale islandese si diffonda per tutta l’Europa? Forse si teme l’effetto contagio come in nordafrica?

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