Grecia / Il giocattolo è rotto


Si prospetta un autunno economico, sociale e politico incandescente nel paese, mentre ad Exarchia la tensione non è mai calata

18 settembre 2010 - 14:24

di Ilvio Pannullo da AltreNotizie

Con le manifestazioni di massa di domenica scorsa, indette contro le “barbare misure antioperaie” approvate dal governo per far fronte alla crisi, per i greci è cominciato un autunno che si annuncia molto caldo. Anche se le cose vanno meglio e il paese proprio ieri l’altro è riuscito a ottenere la seconda tranche del prestito del Fondo monetario internazionale e dell’Unione europea, pari a 8,5 miliardi di euro (2,57 dal Fmi). “Le autorità greche hanno dato una buona partenza al loro programma economico” ha detto il direttore generale aggiunto del Fondo, Murilo Portugal – l’incubo della bancarotta rimane come una spada di Damocle sulla testa dei governanti ellenici.

I dati economici segnalano un rallentamento nella riduzione del deficit pubblico a causa di un’accumulazione dei pagamenti degli interessi sul debito e una riduzione delle entrate fiscali nel mese di agosto. I consumi sono ai minimi, i licenziamenti e i fallimenti alle stelle e la recessione morde sfibrando una classe media che nei fatti non c’è più. Ieri il premier Papandreu ha assicurato che sarà rispettato l’obiettivo di riportare entro quest’anno il deficit dal 13,6% all’8,1% del Pil, ma non sembra aver convinto i greci che non saranno soltanto i poveri a pagare questa crisi.

Se l’autunno si preannuncia caldo, non ha mai smesso di essere rovente invece il clima ad Exarchia, luogo simbolo dell’anarchismo greco. Exarchia, il quartiere anarchico, è il cuore ribelle e furibondo di quanti non ci stanno ad arrendersi senza combattere, di un’Atene che brucia a colpi di molotov tra lacrime, sangue e lutti. In questa area intorno al Politecnico, dove nel ’73 cominciò la rivolta contro i Colonnelli ci sono le sedi, i locali, le librerie, di una galassia di gruppi anarchici e radicali, forse una sessantina, che nel dicembre del 2008 accesero la rivolta esplosa con l’uccisione da parte della polizia del sedicenne Aleksis Grigoropoulos.

Exarchia è il quartiere che molti media si sforzano di definire il più caldo d’Europa, nugolo di anarchici e no-global. L’Exarchia la puoi riconoscere anche dalla polizia appostata nei crocicchi alberati che ne delimitano il perimetro; è il quartiere dove i reparti d’elite delle forze dell’ordine si limitano ad osservare i residenti a gruppi di tre, con la loro divisa verde, il fucile per i lacrimogeni e lo scudo antisommossa. Il tutto per dare un segnale della loro presenza o forse per provocare, ma rimane il fatto che se volessero fare anche solo una multa dovrebbero intervenire in dieci.

Già dopo il 24 giugno, giorno dell’uccisione di un funzionario del ministero degli interni per un pacco bomba, i controlli intorno al quartiere di Atene sono aumentati. Si noti bene: intorno, non dentro. Già perché nel quartiere Exarchia la polizia per intervenire deve essere scortata dai Mat, dei gruppi speciali antisommossa inclini a metodi poco ortodossi, che in verità si addentrano solo quando il governo sollecita dei raid, degli arresti mirati, di solito i giorni successivi alle grandi manifestazioni che ormai in Grecia si ripetono settimanalmente.

È necessario quindi continuare ad osservare la situazione greca e seguirne l’evoluzione perché a questo quartiere – e con esso all’intera questione ellenica – vorrebbero staccare la spina, spegnere la voce. Ci provarono con la perizia balistica sul proiettile che colpì Alexis – di rimbalzo, per difesa venne detto – e senza pensarci due volte la gente scese in strada ed appiccò il fuoco ad automobili e negozi. In pochi mesi dall’annuncio del piano di austerità imposto dall’Europa e attuato dal governo, ha scioperato ogni tipo di lavoratore: pescatori, contadini, piccoli imprenditori, impiegati, professori, ospedali, banche, uffici pubblici e si potrebbe continuare a lungo.

Gli scontri, non solo ad Atene, negli ultimi mesi si sono moltiplicati; per molti sono stati il trampolino per una nuova strategia di lotta, un passo in più verso uno scenario che nessuno si azzarda a chiamare guerra civile ma che non è poi troppo dissimile. L’ora della rivolta, il momento in cui l’amarezza cede il posto a una disperata richiesta di giustizia sembra dunque stia arrivando: finita l’estate è tempo di tornare al lavoro e se il lavoro non c’è più si scende in piazza a manifestare.

Settembre – ottobre sembra essere il termine ultimo di questa mezza tregua con il potere, settembre – ottobre come termine primo di quella rivolta che ha però la sensibilità di non compromettere l’unica azienda funzionante del paese, quella del turismo. Il tutto perché si spera che questo atteggiamento di comprensione possa garantire ai dimostranti un appoggio maggiore da parte degli isolani.

Quella che si prepara allo scontro è definita ad Atene la “generazione 700 euro” e cioè non meno del 70% dei giovani greci tra i 18 e i 25 anni che guadagna salari precari, con contratti a termine e poco gratificanti: un laureato, se non riesce a entrare nella pubblica amministrazione – che in Grecia fornisce oltre il 60% dei posti di lavoro a tempo indeterminato – può aspettare una media di sei anni per trovare un impiego stabile. Certo si tratta di un fenomeno europeo, ben conosciuto in Italia, Francia, Spagna, ma in Grecia la macchina statale affonda e il settore privato annaspa. Risultato? Le famiglie sono in difficoltà: un greco su cinque vive, secondo le statistiche, sotto la soglia di povertà.

Accade così che il quadro dei rapporti tra le forze politiche, sindacali e più strettamente sociali appare, da fuori, decisamente complicato. Ai rapporti esistenti fra i sindacati del settore privato – Gsee – e quelli del settore pubblico – Adedy – si sommano le diverse analisi della crisi e le diverse risposte fornite dall’EEK, il partito Operaio rivoluzionario greco e il KKE, il partito Comunista greco, oltre all’intera galassia dei gruppi anarchici e di chi dei gruppi anarchici è solo simpatizzante.

L’unico denominatore comune, l’unico collante nonché centro di gravità per tutte le forze sociali che cercano di accreditarsi come una possibile risposta alle richieste di giustizia sociale che vanno aumentando nel paese, rimane il disprezzo per le famiglie Papandreu e Karamanlis, i due clan che si sono alternati al potere nelle ultime decadi. L’aria brucia ad Atene e la fornace da cui si diffonde lo straziante calore si trova proprio ad Exarchia.

La scena rievoca alcune foto degli anni ’70, alcune immagini della Grecia schiacciata dal regime militare dei colonnelli. Frammenti di una storia che si ripete, di vite stroncate che si possono scorgere fra le migliaia di manifesti con cui sono tappezzati i muri del quartiere e tra i quali si può trovare anche il nostro Carlo Giuliani, il ragazzo ucciso negli scontri del G8 di Genova. Tutti quei volti – basta cliccare su google per avere un’idea dei muri del quartiere – sembrano avvisare una deriva che se molti temono, altri addirittura auspicano. Da un lato e dall’altro. Già perché arrivati a questo punto c’è da aggrapparsi a qualcosa e la sommossa, anche se può uccidere, è fede e gioia. Il benessere presunto non conduce alla pace come si è scoperto, l’unica vera pace è interiore e questo tipo di benessere che si espande a orologeria non la annovera fra i suoi valori fondanti. Ma d’altronde, in cosa si dovrebbe sperare, nell’America, nella Russia, nell’ecologia?

Insomma quella che si respira è la tranquillità nervosa e malinconica dello studente prima dell’esame, perché prima o poi, a settembre-ottobre, se ne vedranno delle belle. Gli eruditi, le piattole che gridano al buon senso, gli intellettuali che dispensano consigli, i liberali che amano descrivere il mondo con parole troppo belle per essere vere, sono tutti rintanati sotto l’Acropoli e nel quartiere Kolonaki. Forse per questo la questione greca è stata cancellata dai grandi palinsesti del mainstream ufficiale: rimane per loro poco da raccontare.

Può accadere però che pensando ad Atene, culla dell’Europa democratica, patria di quella cultura che conquistò Roma e che l’impero dei Cesari contribuì a diffondere in ogni terra conquistata dalle sue legioni, di ritrovarsi ad immaginare le sale del museo archeologico nazionale: spade, maschere d’oro, collane, e poi statue di bronzo e di marmo, Agamennone e Poseidone, con l’ottimo Schliemann – che regalò alla moglie gli ori di Micene – a fare da cornice con la sua straordinaria impresa. E così si riflette davanti al peso della storia che fa apparire lampante il contrasto fra il lucente passato ed il putrido presente.

Già perché accanto a chi lotta si può trovare chi ha già perso, chi già si è arreso perché privo della volontà e della forza di reagire. Tra le strade del centro di Atene ci si può imbattere nell’inferno. Nella via Tositsa che fiancheggia le mura del museo, c’è un florido mercato di eroina e ketamina e lo stesso vale per via 3rd Septremvriou: fiumi di droghe sintetiche a basso costo per finire esistenze già piegate dal peso della vita.

Uomini e donne, ragazzini e adolescenti terrorizzati dalla realtà al punto da volersi nascondere per sempre in una mefitica solitudine. Tossici che, nonostante siano stati cacciati dagli abitanti dell’Exarchia, non fanno che aumentare con l’incancrenirsi della crisi. Così capita di vedere stracci di ragazzi, donne sfatte, spettri di cittadini bucarsi in pieno giorno, come se anche la dignità e il senso di vergogna avessero abbandonato la terra che fu di Pericle e Leonida.

Per un greco che cede c’è però un greco che resiste; per un greco che ha paura c’è anche un greco che ha fede nel proprio senso di giustizia e non è disposto a scendere a patti con un potere percepito come dispotico, iniquo ed autoreferenziale. Accanto a questi uomini e a queste donne si dovrebbero schierare tutti i cittadini della classe media europea, senza distinzione tra maiali (i famosi P.I.I.G.S.) e primi della classe (su tutti francesi e tedeschi), per difendere quelle conquiste sociali ed economiche che hanno reso grande il nostro continente e arginare sul nascere quelle politiche che vorrebbero uniformare l’Europa agli standard politici, economici e sociali del gigante cinese.

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