“Genova 2001 non è finita”, presidio al Nettuno


Promosso dal nodo bolognese della campagna “10×100″ in solidarietà ai manifestanti sotto processo per devastazione e saccheggio. Venerdì 13 luglio’012 dalle 10,30 in piazza Nettuno.

07 luglio 2012 - 19:09

G8Genova 2001 non è finita!
Dieci, nessun@, trecentomila

VENERDI’ 13 LUGLIO 2012
ALLE 10,30 PRESIDIO AL NETTUNO – PIAZZA MAGGIORE
IN SOLIDARIETÀ AI 10 MANIFESTANTI PROCESSATI PER IL G8 DI GENOVA

Son passati ormai 11 anni dal G8 di Genova nel 2001.
Il 20 e il 21 luglio c’erano in strada 300.000 persone: tante si sono trovate a reagire alle violenze della polizia, altre hanno attaccato simboli del capitalismo, qualcuno portò la protesta anche sotto al carcere di Marassi. Migliaia fuono le persone picchiate per le strade, centinaia furono le persone fermate e arrestate. E l’organizzazione repressiva andò ben oltre lo scontro di piazza, portando la violenza anche dentro la caserma di Bolzaneto nella quale centinaia di persone furono costrette a subire torture e umiliazioni e nella scuola Diaz Pertini dove manifestanti dormienti subirono una violenta spedizione punitiva delle forze dell’ordine giustificata da false prove (due molotov portate sul luogo del blitz dall’ufficiale di polizia Luperi).

Tra tutti i manifestanti di quei giorni, 10 sono le persone che saranno giudicate il 13 luglio dalla Cassazione e rischiano, in totale, 100 anni di carcere. La pesante accusa mossa contro di loro è di Devastazione e Saccheggio. Si tratta di un articolo del Codice Rocco, che risale al periodo fascista e non è mai stato abrogato dallo Stato italiano. Praticamente non è stato mai utilizzato fino ad ora e si distingue per la pesantezza delle pene che prevede, addirittura più alte che per l’omicidio; si tenga conto che in questo caso stiamo parlando di danni a cose e non a persone! Il suo scopo è fondamentalmente quello di dissuadere ogni forma di protesta considerata non pacifica (dal potere) e far sì che le persone si abituino a subire in silenzio. Negli anni abbiamo assistito ad una diminuzione costante dei diritti e all’affievolirsi sempre maggiore delle proteste.

Questa sentenza, se confermasse le accuse di devastazione e saccheggio, diventerebbe un pesantissimo precedente di repressione da parte dello stato per tutti i movimenti di lotta e le situazioni di conflitto sociale.

Il 5 luglio è terminato il processo di Cassazione per i pestaggi compiuti dalla polizia dentro la scuola Diaz con 28 condanne, quasi tutte prescritte, e l’interdizione dal pubblico servizio di alcuni dirigenti, ma solo per 5 anni. Questa sentenza, scalfisce solo leggermente l’impunità generalizzata delle condotte di polizia-carabinieri-finanzieri (almeno sul piano simbolico), ma parlare di giustizia è altra cosa: niente potrà mai compensare le aggressioni violente, i punti di sutura, le torture, l’omicidio di Carlo Giuliani, le ripercussioni fisiche e psicologiche per chi ha subito “la più grave sospensione del diritto in un paese europeo dal dopoguerra”.

In nessun caso la sentenza di condanna dei 28 poliziotti della Diaz deve lasciar pensare che “giustizia è fatta”, come moneta di scambio per giustificare così l’allucinante accusa di Devastazione e Saccheggio montata contro 10 persone. Proprio al contrario è evidente l’attuazione di un differente trattamento tra manifestanti e forze dell’ordine, dove vige il principio e la pratica dei “due pesi, due misure”. Lo stato nei fatti si autoassolve poiché non c’è un nome dietro l’assassinio di Carlo Giuliani e dei mattatori della Diaz e cerca una rivalsa esemplare su 10 manifestanti assurti a capro espiatorio.

Ricordiamo inoltre che il 6 luglio si è aperto anche il processo per gli scontri avvenuti in Val Susa l’anno scorso, attaccando un intero movimento che da anni si oppone alla devastazione del territorio. Così come la giustizia scoraggia l’organizzazione di manifestazioni di piazza, cerca anche di indebolire le lotte sociali dal basso.

Campagna 10×100.it Bologna

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Il 13 luglio a Roma ci sarà la sentenza di Cassazione che vede imputati 10 manifestanti arrestati durante le giornate di contestazione del G8 di Genova 2001.

Il reato che viene loro contestato è devastazione e saccheggio.

Ma dove nasce il reato devastazione e saccheggio?

Questo reato, previsto dall’art. 285 del codice penale, venne istituito nel 1930, in piena dittatura fascista, dal codice Rocco e venne successivamente integrato dall’art. 419 del codice penale “Devastazione e saccheggio”, che è inserito nel libro II, al titolo V, dei delitti contro l’ordine pubblico e dispone: “Chiunque fuori dei casi previsti dall’art. 285, commette fatti di devastazione o saccheggio è punito con la reclusione da otto a quindici anni.”

“Devastazione e saccheggio” è un reato che non era stato più contestato dall’immediato dopoguerra e che è stato rispolverato dalla Procura di Genova per i fatti del G8 del 2001, dopo due tentativi: uno fallito, a Torino, per la manifestazione per la morte di Baleno del 4 aprile 1998; e uno riuscito, a Roma, nel 2002, nei confronti di alcuni ultras.

Gli elementi che integrano il reato sono: l’ordine pubblico messo in crisi e il danneggiamento ripetuto di beni, anche tramite “compartecipazione psichica” tra gli imputati. Per dirla in breve, non occorre aver effettivamente “devastato”, ma è sufficiente essere presente mentre gli altri devastano!!

Ma come mai per una vetrina rotta viene data l’accusa di devastazione e saccheggio, che prevede pene dagli 8 ai 15 anni di carcere? Come mai non è stato contestato il reato di danneggiamento (che prevede pene da 6 mesi a 3 anni di reclusione)?

La Cassazione ha ribadito e sottolineato che il problema più grosso che nasce dal reato di “devastazione e saccheggio” è dato da una descrizione del reato non precisa. Si tratta, infatti, di una somma di condotte, ciascuna delle quali, se presa singolarmente, sarebbe punita in modo meno grave da altre norme penali. Tutte le condotte sono unificate solo per il fatto di essere riconducibili al “significato tradizionale” non meglio precisato o precisabile del termine ‘devastazione’. I giudici, di volta in volta, infatti, hanno potuto e dovuto riempire di significato un reato che presenta degli evidenti profili di incostituzionalità. Primo perché le condotte punibili non sono chiaramente identificate, come abbiamo già detto (e in questo caso si violerebbe l’art. 25 della Costituzione); secondo perché non è identificabile il soggetto che può compiere effettivamente atti di devastazione.

Risulta quindi evidente l’accanimento giuridico portato avanti ai danni di questi manifestanti, con lo scopo di creare un processo esemplare.

Siamo in un momento in cui, chi rompe una vetrina rischia 10 anni di reclusione, e chi tortura per 3 giorni delle persone che non hanno commesso alcun reato privandole di tutti i diritti umani vede cadere in prescrizione i reati commessi e fa carriera all’interno delle forze dell’ordine, degli apparati militari e degli apparati statali.

Per questo è importante non lasciare cadere l’attenzione su ciò che sta succedendo a queste persone ed essere in tanti e tante il 13 luglio, al presidio che si terrà in piazza Maggiore dalle 10.30, per dire che:

GENOVA NON E’ FINITA!!

Collettivo Femminista Mujeres Libres Bologna



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