Egitto / Senza faraone?


Prosegue la rivolta, centinaia i morti. Mubarak è fuggito all’estero e ha nominato suo vice il capo dei servizi segreti. Ma è difficile pensare che la rabbia popolare si plachi mentre i militari assumono il potere.

30 gennaio 2011 - 13:55

di Carlo Musilli da AltreNotizie

Alla fine è arrivata. Dopo quattro giorni dall’inizio delle proteste, venerdì l’Egitto ha conosciuto la vera guerriglia, in tutto il paese. E’ stato imposto il coprifuoco, ma i manifestanti non lo hanno rispettato. Mubarak ha deciso quindi di schierare l’esercito affianco alla polizia. Almeno 20 persone sono morte e quasi 1.000 sono rimaste ferite, più di 400 gli arrestati. Numeri assolutamente provvisori e quasi impossibili da verificare, data la nube di fumo che il regime ha fatto calare sul sistema di comunicazioni. Difficile anche ricostruire cosa sia successo a El Baradei, oppositore del rais e premio Nobel per la Pace 2005, rientrato in patria da pochi giorni. Secondo alcune voci era stato arrestato. Poi la notizia è stata edulcorata e si è cominciato a parlare di arresti domiciliari.
Intanto, gli scontri non si sono fermati. Ieri al Cairo i manifestanti si sono riuniti in piazza Tahrir, cuore della rivoluzione. Hanno cercato di convincere le forze dell’ordine delle loro intenzioni pacifiche, ma alcuni poliziotti hanno sparato sulla folla. Non è chiaro se fossero munizioni di gomma o vere pallottole. Di certo erano veri i proiettili sparati contro i rivoltosi che hanno tentato di assaltare il ministero degli Interni. Nel frattempo, la violenza è dilagata anche ad Alessandria, Suez, Porto Said. Ovunque. Nel pomeriggio un altro coprifuoco, anch’esso violato da decine di migliaia di persone.
Di fronte a uno scenario che mai avrebbe immaginato, Mubarak ha parlato alla nazione. Invocando lo stop alla violenza, il dittatore ha promesso un nuovo governo e riforme politiche, economiche e sociali. Peccato che in pochi siano stati disposti a credergli. Quantomeno, l’offerta deve essere sembrata insufficiente. E’ vero, l’esecutivo si è dimesso, ma quello che arriverà non sembra essere altro che un rimpasto. E non si fa una rivoluzione per ottenere un rimpasto. Per ora, Mubarak ha nominato vicepresidente il generale Omar Soleiman, capo dei servizi segreti, mentre, Ahmed Shafik, ex ministro dell’Aviazione civile, è diventato il nuovo premier. Difficile pensare di placare la rivolta dando il potere ai militari.
In ogni caso, per i rivoltosi una buona notizia c’è già: tutta la famiglia del rais è scappata all’estero. Londra, per la precisione. Poco importa della moglie e dei nipoti, a suscitare interesse è la fuga di Jamal, figlio del presidente egiziano e da sempre considerato suo naturale successore. Il vuoto che si è creato potrebbe essere riempito da El Baradei, come vorrebbe quasi tutto il paese, o, più verosimilmente, da Suleiman. Il potere del generale è immenso: in quanto capo dell’intelligence, da anni svolge una cruciale attività di mediazione fra palestinesi e israeliani ed è il più diretto interlocutore che gli Stati Uniti abbiano in Egitto. I rapporti con Washington non sono mai secondari.
Obama, intanto, ha detto di aver “parlato con Mubarak”, che “ha assicurato maggiore democrazia e dovrà onorare questo impegno”. Per il futuro “ci aspettiamo giorni difficili – ha concluso il presidente – ma sosteniamo il diritto del popolo egiziano a decidere del suo futuro”. A quanto pare, si tratta di qualcosa di più che un semplice sostegno morale. Stando a quanto pubblicato sul sito del giornale inglese The Telegraph, infatti, gli Usa, pur essendo formalmente alleati di Mubarak, da almeno tre anni appoggiano in segreto i grandi burattinai che muovono i fili della recente sollevazione.
Il quotidiano britannico cita un documento datato 30 dicembre 2008 e proveniente dall’ambasciata americana al Cairo. La fonte, nemmeno a dirlo, è Wikileaks. Nelle carte l’ambasciatrice Margaret Scobey parla di un non meglio identificato “giovane dissidente egiziano”, membro del movimento “6 aprile”, che è stato aiutato dagli stessi diplomatici Usa a prender parte a un incontro a Washington con altri dissidenti suoi connazionali e vari funzionari americani. Una volta tornato in patria, il “giovane dissidente” ha comunicato alla Scobey l’esistenza di un’alleanza fra gruppi d’opposizione, il cui obiettivo era di rovesciare il regime di Mubarak nel 2011 e traghettare il paese verso la democrazia parlamentare. Rivolgendosi ai suoi capi, l’ambasciatrice ha definito il piano “non realistico”. Chissà cosa ne pensa adesso.

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