Dossier di Ya Basta sull’accoglienza profughi a Bologna


Sotto la lente degli attivisti dell’associazione il dormitorio Beltrame, Villa Aldini, l’ex caserma dei Prati di Caprara e il centro di via del Milliario

01 agosto 2011 - 09:53

Accoglienza ed emergenza, resoconto di una prima mappatura dei luoghi dell’accoglienza a Bologna

Negli ultimi mesi il nostro intervento al fianco dei cittadini tunisini oggetto del decreto sullo stato di emergenza si è dedicato anche ai cittadini provenienti dalla Libia, i cosiddetti “profughi”. Insieme allo Sportello Migranti e alla Scuola di Italiano attivi al centro sociale TPO che operano in collaborazione con l’associazione Ya Basta!, abbiamo condotto un’azione di contatto ed ascolto che ci ha portato a conoscerne storie, percorsi, aspettative e punti di vista anche sui centri dove sono alloggiati da marzo/aprile in poi.

In particolare abbiamo conosciuto e parlato con gli ospiti di quattro delle cinque strutture individuate a Bologna nell’ambito del Piano Accoglienza Profughi coordinato dalla Protezione Civile e dalla Regione Emilia Romagna: il centro diurno Beltrame, il centro allestito nella dependance di Villa Aldini, l’ex caserma dell’area dei Prati di Caprara e il centro di Via del Milliario.

Ognuna di queste strutture è gestita da un ente diverso con cui la Protezione Civile dovrebbe aver stipulato una convenzione d’appalto diretto, senza la necessità di valutare proposte differenti tramite bando, secondo il modello dei servizi erogati nei CARA e previsto a livello nazionale da una ordinanza del Ministero dell’Interno, i cui contenuti sono stati ampliati lo scorso 15 luglio da una circolare della Protezione Civile e Regione Emilia Romagna. Quest’ultima richiede ai gestori di stipulare un Patto di Accoglienza con gli ospiti delle strutture attenendosi alla fornitura di alcuni servizi precisi (oltre a vitto, alloggio e vestiario anche mediazione interculturale, orientamento ed accompagnamento ai servizi, accesso ai percorsi di apprendimento della lingua italiana, inserimento lavorativo e formazione professionale, assistenza giuridica ecc).

Dalle testimonianze raccolte tra i migranti emerge una situazione certamente diversificata ma con caratteristiche generali comuni, riconducibili al fatto che i luoghi dell’accoglienza sono centri e non appartamenti o case, ma soprattutto dovute alla scelta nazionale di un modello di accoglienza assistenziale, che di fatto connota l’intervento istituzionale come “aiuto” proveniente dall’alto e come tale “passivizzante”.

Nel dormitorio Beltrame di via Sabatucci sono stati collocati circa 26 (i numeri non sono precisi poiché la nostra rilevazione si è concentrata sui dati qualitativi) cittadini tunisini titolari di permesso di soggiorno ex art. 20, alloggiati in un’ala diversa da quella dedicata ai senza fissa dimora, che sono gli utenti ordinari del centro. Con questi ultimi vengono condivisi gli spazi comuni, come la sala mensa e la sala televisione.

Tra le varie cose, i cittadini tunisini lamentano di non avere la possibilità di conservare le proprie cose in un luogo sicuro, gli armadietti non si chiudono e non è prevista la custodia di soldi da parte degli operatori, ne consegue un senso di precarietà data dall’obbligo di dover portare tutti gli effetti personali con sé. Ad orari prefissati ricevono i pasti tramite un servizio di catering esterno, il cibo arriva già pronto e preconfezionato in contenitori di plastica. Nei circa quattro mesi già trascorsi presso il dormitorio non è stato attivato nessuno dei servizi di orientamento al territorio, orientamento lavorativo, formazione professionale, attività di integrazione sociale previste dal capitolato di appalto. Una mediatrice interculturale di lingua araba è presente per circa 2 ore al giorno, seppur lodevole nell’impegno e nella preparazione non può certo svolgere da sola tutte le attività di orientamento, integrazione e formazione che dovrebbe svolgere un’equipe di educatori e mediatori. Inoltre nessuna comunicazione scritta è stata tradotta in lingua araba.

I cittadini tunisini risultano di fatto parcheggiati, il tempo trascorre nell’incertezza del futuro e anche i più intraprendenti e determinati sono oggi sfiduciati e depressi, mentre altri sono ormai diventati braccia da lavoro dell’economia della devianza e delle micro-criminalità sempre alla ricerca di nuovi disperati.

In un contesto di vita promiscua forzata in una struttura che di fatto è un dormitorio per persone con problemi di marginalità è piuttosto scontato che si inneschino tensioni e conflittualità. Lo stato di disorientamento, frustrazione, insoddisfazione, incertezza resta inespresso per mancanza di interlocutori preparati e competenti che possano indirizzare verso percorsi di autonomia ed empowerment personale, ed esplode per futilità individuando come controparte gli operatori, che restano l’unico soggetto “istituzionale” a cui fare riferimento.

Qualcosa di simile ci è stato riportato anche dai cittadini somali alloggiati presso l’ex magazzino di Via del Milliario nella periferia ovest di Bologna dove sono ospitati una ventina circa di migranti, dei quali più di una decina cittadini somali e circa 6 cittadini tunisini, maschi.

La convivenza in questo luogo è strutturalmente impossibile poiché, ci hanno spiegato, si tratta di un unico locale suddiviso da pareti tipo paravento che sono aperte in alto. In altre parole le persone vivono in un open-space, recandosi disturbo a vicenda: basta che uno di loro alzi di poco il tono della voce che rischia di svegliare chi sta riposando. Dopo almeno tre mesi in queste condizioni è piuttosto inevitabile che ci sia irritazione ed esasperazione tra i migranti, che mal sopportano una sistemazione adatta forse ad un soggiorno di brevissima durata ma incompatibile con quello che per queste persone rappresenta “un nuovo inizio”. A questo si aggiunge l’assoluta mancanza di informazioni circa la loro posizione giuridica, un vero mistero, ci hanno detto. Ci è stata segnalata la mancanza di persone che li assistano nella mediazione interculturale, l’unica figura a cui possono fare riferimento è un ragazzo somalo titolare di protezione sussidiaria residente a Bologna da 3 anni che hanno contattato autonomamente e che si presta alla mediazione in forma volontaria dopo il suo orario di lavoro. I loro racconti hanno sottolineato la difficoltà di ottenere ascolto, risposte ed indicazioni verso queste difficoltà, anche in questo caso gli unici interlocutori sono stati gli operatori della struttura (che devono attenersi a consegne precise) e di conseguenza l’esasperazione sfocia in liti e conflitti che sono “risolti” con l’intervento delle Forze dell’Ordine (alcuni ci hanno mostrato dei verbali di denuncia), oppure con l’ammonimento scritto in lingua italiana e con l’allontanamento per tre giorni dalla struttura (gli allontanati dormono per tre notti consecutive sul selciato davanti alla struttura). Questi provvedimenti non risolvono le criticità ma le acuiscono, aumentando il senso di frustrazione e di insoddisfazione, la scontentezza e la difficoltà di comprendere come ci si debba muovere in un paese sconosciuto.

Alcune note sui vissuti dei migranti somali alloggiati da oltre tre mesi presso Via del Milliario. Si tratta di giovani dai 19 ai 23 anni fuggiti dalla Somalia nel 2008, 2009 e persino nel 2010, poi bloccati in Libia, dove sono stati prigionieri nelle carceri-lager di Misurata e Kufrah fino a poco prima della partenza verso l’Italia. Solo uno di loro al momento della partenza non era recluso, ma faceva lavori pesantissimi, sotto-pagato o spesso non pagato. Si tratta di persone che dovrebbero immediatamente accedere a forme di accoglienza, riabilitazione ed inclusione adeguate ai traumi che hanno subito nel paese di origine e in Libia, ma da quanto ci risulta questi percorsi non sono ancora cominciati, né la loro richiesta di asilo è stata ufficializzata. Al momento sono in possesso di un tesserino sanitario STP e di un foglio dell’Asp Poveri Vergognosi in cui si dichiara che il 2 maggio 2011 è stata avviata la pratica relativa alla richiesta di asilo. L’unica attività relativa all’integrazione che svolgono è un corso di lingua italiana tenuto presso il CD-LEI Comune di Bologna (mesi di luglio e agosto).

In una struttura adiacente alla Villa Aldini, sui colli della città, precedentemente adibita a centro per anziani e poi a centro di accoglienza in casi di emergenza, sono alloggiati cittadini tunisini e cittadini di diverse nazionalità tra cui Ghana, Ciad, Sierra Leone, Niger provenienti dalla Libia, per un totale di circa una trentina di persone. Solo pochi giorni fa un primo gruppo è stato convocato in Questura per i rilievi foto-dattiloscopici, dopo oltre un mese di permanenza a Bologna. Le loro richieste durante il nostro incontro si sono concentrate in particolare sulla loro condizione giuridica e sull’iter amministrativo, rivelandoci che non avevano informazioni rispetto ai loro diritti e alla loro posizione. Abbiamo rilevato che anche in questa struttura non è presente personale con specifiche competenze in materia di protezione internazionale in grado di fornire orientamento ed assistenza sulla procedura di richiesta asilo – che è l’unica procedura ad oggi prevista per chi proviene dalla Libia – e che il collegamento/collaborazione con l’Ufficio Tutele e Protezione Internazionale di Asp Poveri Vergognosi non è stato avviato.

Presso questa struttura alcuni volontari, nonché consiglieri comunali di Bologna, hanno tenuto nel mese di luglio alcune lezioni di lingua italiana, mentre il personale della ong GVC che ha sede presso Villa Aldini ha organizzato alcune iniziative di socialità.

La struttura dispone di una cucina attrezzata e funzionante, ciononostante per il vitto si fa ricorso ad un catering esterno che fornisce pasti pronti.

La struttura più grossa è comunque quella dei Prati di Caprara, una ex area militare alla periferia ovest della città, gestita dalla Croce Rossa Italiana. Qui alloggiano circa 80 persone provenienti da Niger, Nigeria e Ghana. La struttura sorge in una ex area militare completamente isolata dal centro abitato, la nostra richiesta scritta di potervi accedere è rimasta lettera morta e ad oggi nessuna associazione può fare ingresso all’interno del posto. Gli ospiti possono uscire ad orari molto rigidi, circa due ore alla mattina e due ore al pomeriggio, se non rientrano all’orario stabilito perdono il diritto al pasto per quel giorno. Questa restrizione di orari ha pesanti ricadute sulla loro possibilità di conoscere il territorio ed entrare in contatto con altre realtà, basti pensare che non possono frequentare i corsi di italiano della nostra associazione né rivolgersi allo Sportello Migranti perché in quegli orari devono aver già fatto rientro all’interno del centro.

Durante i diversi momenti di incontro con circa una decina di loro abbiamo potuto verificare che erano in possesso di un permesso di soggiorno cartaceo per richiesta asilo della durata di tre mesi rilasciato dalla Questura di Bologna. Di cosa significasse domanda di asilo, di quali fossero le caratteristiche ed i diritti della protezione internazionale non avevano alcuna idea, nemmeno in forma vaga. A nessuno era stato spiegato quali fossero i tempi di attesa o le limitazioni previste per l’attività lavorativa, né che dopo un periodo piuttosto lungo si dovranno presentare davanti alla commissione territoriale asilo che si pronuncerà sul loro diritto di soggiorno in Italia.

Abbiamo quindi potuto capire dai loro racconti che la richiesta d’asilo era stata fatta in maniera automatica e in gruppo, senza ricevere informazioni sulla procedura e le sue implicazioni. Ci sono state rivolte moltissime domande circa la possibilità di cercare un lavoro, di cosa avvenisse dopo la scadenza del permesso di soggiorno per richiesta asilo, di come avrebbero potuto vivere per sei mesi senza poter lavorare. La condizione di queste persone ci è sembrata di forte emarginazione, in tre mesi di permanenza a Bologna non si erano mai allontanati dall’area dei Prati di Caprara, anche perché ci hanno detto di muoversi solamente a piedi non azzardandosi a salire sugli autobus senza biglietto. Alcuni volontari organizzano saltuarie lezioni di lingua italiana all’interno del Centro ma i migranti ci hanno detto di voler svolgere dei corsi più strutturati per poter apprendere la lingua.

Da queste osservazioni traiamo alcune semplici considerazioni generali:

L’accesso alla procedura d’asilo non avviene sempre in maniera consapevole e volontaria dal momento che non sono stati realizzati momenti di informazione, orientamento e consulenza sulle possibili opzioni giuridiche.

Laddove i migranti hanno espresso la volontà di chiedere asilo in maniera consapevole non hanno ricevuto l’assistenza necessaria e non sono stati informati dell’iter e dei suoi tempi.

Sono assenti le garanzie di poter accedere al diritto alla protezione internazionale

Dopo oltre tre mesi di permanenza in Italia, nessun serio percorso di inclusione e di riabilitazione è stato ancora avviato, né per i titolari di permesso per motivi umanitari ex art. 20, ne per i richiedenti protezione internazionale provenienti dalla Libia. In nessuna struttura si realizzano gli interventi previsti dalla convenzione tra enti gestori e Protezione Civile

I centri scelti per l’accoglienza ostacolano il raggiungimento di una autonomia da parte degli ospiti. Sia per organizzazione che per caratteristiche strutturali essi riproducono una modalità assistenziale (orari fissi, impossibilità di occuparsi da soli dei propri bisogni primari come ad esempio acquistare i cibi per poter cucinare, convivenza forzata, vita di gruppo) che induce passività e de-responsabilizzazione

L’assenza di informazioni circa le prospettive future e l’attesa permanente accresce la mancanza di fiducia ed induce ad una sensazione di fallimento del progetto migratorio che si manifesta in vari modi: devianza, apatia, depressione, conflittualità, sfiducia verso le attività proposte da volontari ed operatori.

Associazione Ya Basta! Bologna

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