Da Bologna a Bulciago per salutare Vittorio [foto]


Riceviamo e pubblichiamo il racconto di una compagna del Collettivo “Mashi – Orme in Palestina”.

25 aprile 2011 - 12:58

Cristo si è fermato a Bulciago.

Venerdì 15 aprile, ore 7:30. Dopo una notte insonne decido di alzarmi nonostante la sveglia mi conceda ancora un’ora di sonno. Accendo la radio: la notizia. Mi preparo per andare a lavoro col cuore in gola e gli occhi gonfi: Vik non c’è più!

Entro in classe con gli occhi rossi, ma ho in qualche modo convinto le lacrime a non venir più giù. I ragazzi, però, a differenza degli adulti, sanno leggere gli sguardi e, ingenuamente, Caterina mi chiede se anch’io ho la congiuntivite. Cosa faccio? Fingo? No: decido di parlare di Vittorio. Luca, alla fine, mi dice “prof, ma almeno riuscirà a salutarlo al suo funerale!”. Il suo funerale?!?!?! Ho sempre odiato i funerali, li ho sempre disertati, anche quelli degli amici più cari. Ma questa volta no!

Domenica 24 aprile. Appuntamento alle 10:45 a Borgo Panigale. Tutti puntuali o quasi. Si parte.

Arriviamo a Bulciago. Lasciamo la macchina in uno dei tanti parcheggi organizzati per oggi. Pochissime macchine, poche persone per strada. Il sole illumina con una luce troppo sfrontata per quel che sento, per quel che si respira intorno. Iniziamo a camminare e a ogni passo mi sento sempre più pesante, cerco di non fare rumore per oppormi in qualche modo all’irriverenza del sole.

Quasi per caso ci ritroviamo davanti casa Arrigoni. Non era previsto: cercavamo la palestra dove si terrà la cerimonia, e invece siamo qui davanti. È aperta. È aperta a chiunque voglia salutare Vik con un abbraccio un po’ più intimo.

Entriamo nel viottolo di ciottoli che porta dentro casa. Ai lati mille foto, mille frasi, mille ricordi. Ho ancora di più la sensazione che sia tutto troppo rumoroso; persino gli uccellini che cantano mi infastidiscono! Vorrei piangere, ma mi sembra che anche le lacrime facciano troppo rumore e allora ricaccio indietro il magone e continuo a camminare. Leggera, perché ci vuole silenzio! Ssccchhh! Silenzio! Oggi ci vuole silenzio, penso! Non avete il diritto di cantare beatamente come se niente fosse successo, miei cari uccellini! E neanche tu, sole, puoi brillare con la tua solita splendida luce. Ci vuole silenzio e buio, per nascondere le lacrime, per nascondere i volti deformati dal dolore, per abbracciarci e unire le nostre kefie. Ci vuole buio e silenzio!

Incrocio lo sguardo di persone conosciute, ci abbracciamo per dividere un po’ il dolore, se mai fosse possibile. Incrocio anche lo sguardo di altre persone mai viste prima, ma che danno calore allo stesso modo, perché stanno provando quel che provo io!

Ci spostiamo nella palestra comunale che dista poche centinaia di metri. Lì altra gente, altri sguardi, altro dolore!

Il pensiero del silenzio continua ad accompagnarmi. Inizia la Messa di Pasqua e mi chiedo che cosa ne penserebbe Vittorio in una situazione del genere! Ma, si sa, Vittorio non c’è più e qui siamo rimasti noi che abbiamo bisogno di queste piccole “messinscene” per tamponare un po’ il nostro dolore. Mi allontano con un senso di nausea per le parole di speranza del prete che ha davanti un cadavere ucciso in una guerra che mai avrà fine e parla ancora di una pace che sta per arrivare…

La cerimonia religiosa finisce e quasi contemporaneamente si alzano le note di Bella Ciao! Già alla seconda sillaba sento che il bisogno di silenzio, di buio si sgretola… Il nostro restare umani ci impone, anzi, di urlare, di fare rumore, di sbattere i piedi per dire che esistiamo anche noi e che vogliamo denunciare, proprio come nella dabke (letteralmente “battito di piedi”), la danza araba usata per i matrimoni e altre occasioni di festa!

Iniziano gli interventi. Da quelli più patetici dei rappresentanti istituzionali a quelli più veri di chi Vittorio l’ha conosciuto, ci è cresciuto insieme, di chi ci ha lottato insieme. Il mio pensiero non sempre riesce a seguire il flusso di parole, applausi, urla di protesta o di affetto, …

Da sempre alle parole preferisco gli sguardi che dicono molto di più! Mi guardo intorno e vedo gente incredula, arrabbiata, felice di essere lì a salutare Vik, … gli applausi commossi urlano la rabbia contro l’ingiustizia e il sole continua a illuminare le nostre lacrime che vogliono pesare come le bombe cadute su Gaza!

Mi colpisce la maglietta di una ragazza: “Loro sono morti perché noi non siamo stati abbastanza vivi (LIBERA)”. E i vivi non fanno silenzio, non sono leggeri. No! I vivi parlano, fanno rumore, urlano. I passi dei vivi fanno rumore, il respiro dei vivi si sente! Vittorio è stato ucciso perché faceva rumore!

Vittorio non è un martire, non è un santo, non è un eroe. Vittorio era un essere umano che stava facendo quel che spetta a tutti noi: urlare contro le ingiustizie!

“Le idee di Vittorio camminano sulle nostre gambe” è stato detto. Bene: e allora, come lui, urliamo, facciamo rumore, battiamo i piedi per dire che esistiamo e non accettiamo quel che accade ogni giorno in quella terra martoriata. Balliamo anche noi la dabke!

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