Chi siamo

Ma in fondo, chi ce lo fa fare? Poche storie: ce lo chiediamo e pure spesso. Per fortuna, è chiaro, perchè così possiamo sentirci orgogliosi di avere tutte le volte la risposta. Ne succedono di cose, in cinque anni. Soprattutto se si tenta di raccontare un mondo mutevole e fluido come quello dei movimenti, dei collettivi, dei centri sociali e chi più ne ha più ne metta. Cinque anni fa abbiamo deciso che ci avremmo provato, raccogliendo la sfida che ci veniva consegnata da quella che ci sembrava una necessità non aggirabile per una città come Bologna: creare uno strumento di comunicazione ed informazione che aiutasse a dare voce alle esperienze di autorganizzazione ed autogestione, in modo trasversale e senza vincoli di appartenenza o “di area” (esperienze di questo tipo, non c’è dubbio, erano e sono preziosissime: ma secondo noi non sufficienti). Uno strumento libero e indipendente che, però, a queste caratteristiche imprescindibili sapesse affiancare un metodo in grado di fornire alcune giuste garanzie a chi cerca informazioni, soprattutto in rete.

Ne succedono di cose, dicevamo, in cinque anni. Sulle nostre pagine si sono rincorse, giorno dopo giorno, mettendo in fila circa 7.500 articoli, 6.000 fotografie, 700 file audio, 200 video e 4.000 appuntamenti segnalati. Un impegno costante e volontario che vediamo premiato, ci piace dire così, da centinaia di visitatori al giorno. In diverse occasioni abbiamo anche “bucato” il muro dell’informazione cosiddetta ufficiale, costringendo anche i media mainstream a fare i conti con notizie da noi pubblicate. Negli altri casi, speriamo di aver comunque fatto qualcosa di utile per “sostenere le lotte, connetterle- così scrivevamo- diffonderle come virus potenti nel corpo della società”. Non lotte che raccontiamo a distanza, ma lotte che sentiamo anche nostre perchè sono anche le nostre. Con la speranza di fornire un esempio testardo che magari ricordi, ogni tanto, che tra uno “scazzo di movimento” e l’altro in fondo si calpesta sempre un terreno comune.

Forse ci stiamo sopravvalutando, possibile. Però i nostri limiti e difetti cerchiamo di riconoscerli. Sappiamo che si può fare di più e meglio, per quanto possibile ci proviamo perfino. Così come sappiamo che i meriti, se ce ne sono, sono sempre frutto di una cooperazione che sarebbe impossibile rinchiudere dentro i confini troppo rigidi e stretti di una, seppur orizzontale, redazione giornalistica. E’ per questo che un grazie di cuore va a tutti quell@ che hanno scritto, fotografato, registrato, aggiornato, programmato, sostenuto, suggerito e messo al suo posto ogni piccolo tassello di questa storia. Grazie anche alle compagne e ai compagni di Vag61 che, chissà dove, trovano le energie per alimentare anche questo progetto. Grazie alle/ai nostre/i lettrici e lettori e grazie anche, se ce ne sono, a quelli a cui stiamo antipatici: un pizzico di motivazione in più, in fondo, non guasta mai.

Così la storia continua, come prima e più di prima, nel pieno di questi tempi bastardi di austerity e fiscal compact, di macelleria sociale e di professori che bacchettano sempre più forte sulle dita di precar@ e precarizzat@, migranti, sfruttat@ e ricattat@. Tempi in cui abbiamo ancora il bisogno urgente, forse mai come ora, di “un’altra storia da raccontare”.

E ora? Ora la sfida continua. Ora basta guardarsi indietro che bisogna correre in avanti. La strada è sempre quella e sempre uno l’avvertimento: non rovinarsi la media, mai prendere più di ZERO IN CONDOTTA.

["Ne succedono di cose, in cinque anni". Editoriale, settembre 2012]

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adesivo nuovo zic2 copiaZic è un giornale quotidiano, on line e multimediale, che attraverso una redazione orizzontale e aperta al contributo dei lettori lavora per offrire un’informazione indipendente (e partigiana) tramite la produzione di news e inchieste e l’organizzazione di iniziative pubbliche di confronto e approfondimento. Zic produce e diffonde contenuti con l’obiettivo di sostenere le lotte, connetterle, diffonderle come virus potenti nel corpo della società. Zic vuole costituire un tassello del mediacenter che serve al conflitto sociale, sapendo che ogni movimento degno di questo nome si autogestisce e si rappresenta: senza bisogno di deleghe, senza attendere buone nuove da partiti, sindacati verticali e istituzioni “un po’ meno cattive” e vedendo nell’autorganizzazione l’unica via percorribile. Con coscienza, gioia e un’irrinunciabile tendenza all’insubordinazione.

Zero in condotta

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Io vengo dal mondo di sotto / il grande criminale viene dal grande salotto / nelle strade scava la trincea / cambia idea la morte / da chi la prende torna a chi la crea / notte / perché la tentazione all’illegale resta sempre così forte? / Tolleranza ZERO / abbiamo questo in comune / ZERO tolleranza per davvero / ultima frontiera ora / spirali di piramidi sociali mi stringono alla gola / tolleranza ZERO / abbiamo questo in comune / ZERO tolleranza per davvero / ultima frontiera / ora

antifaLa nostra avventura editoriale non ignora lo scenario dell’informazione ufficiale e i meccanismi che riducono la pluralità delle voci, che mortificano la libertà di informare e comunicare, che contribuiscono a determinare la subordinazione sociale di larghi strati della popolazione, che spengono dissenso e dialettica, che producono conformismo e una sorta di “linea piatta” dei cervelli.

E’ per queste ragioni che intendiamo lavorare in controtendenza, privilegiando la lettura critica della realtà. Intendiamo scoprire, verificare, sollecitare, mettendo in evidenza ciò che non appare, rifuggendo da mode e conformismi, considerando le contraddizioni come elemento fecondo, da conoscere e non da esorcizzare,  interrogando ogni spunto di trasformazione che si ispiri ai criteri dei diritti personali e collettivi, valorizzando la creatività inespressa, cercando di entrare in contatto con i saperi e le intelligenze collettive esistenti nel territorio.

tenNegli ultimi anni le società che abitiamo, le città che attraversiamo, si sono profondamente trasformate. Nuovi abitanti, nuovi linguaggi, nuove tecnologie, nuovi territori, nuova (vecchia) repressione: la vita quotidiana di tutti noi è costantemente intrecciata con l’impetuosa trasformazione del nostro mondo. Le percezioni di questo presente sono spesso contraddittorie. Abbiamo, infatti, una quotidianità di tempi e di luoghi che sembra indicare passività, arretramento, subordinazione ma allo stesso tempo non mancano i segnali di una ribellione che ancora percorre un mondo tutt’altro che “ordinato”.

COMUNICAZIONE E MOVIMENTO
poliziaLa produzione e la diffusione di news su tutto ciò che si muove verso “altro” a Bologna e nel mondo può essere un modo produttivo per tematizzare il rapporto tra comunicazione e movimento. A questa decisiva prospettiva è possibile però aggiungerne un’altra, capovolgendo il binomio comunicazione del/per il movimento e provando a considerare il movimento generale del lavoro in rapporto alla comunicazione. Il terreno della comunicazione è sempre di più riconosciuto come decisivo nello sviluppo della produzione dei paesi più industrializzati dell’occidente capitalistico, ma anche nei cosiddetti “paesi emergenti” (ormai abbastanza emersi…) come India e Cina. Nella nostra economia, la produzione di informazioni e di simboli accomuna una serie sterminata di mestieri e professioni in costante sviluppo: da ormai alcuni anni, è il settore di nuova occupazione in maggiore espansione. Inoltre, la produzione di informazioni e di simboli ha una centralità politica negli assetti del governo della società evidente agli occhi di tutti. Si tratta dunque di un settore di notevole importanza tanto dal punto di vista economico quanto dal punto di vista politico oltre che,  ovviamente, da quello culturale. A Bologna, poi, questo è ancora più vero: il mercato della cultura, dell’informazione e della formazione ha un’importanza che difficilmente si potrebbe sopravvalutare. E dal punto di vista del lavoro, anche questo settore, come molti altri, è attraversato da impetuose dinamiche di precarizzazione.
Precarizzazione che, col dispiegarsi di una crisi che il gioco finanziario globale ha scaricato sulla vita reale di donne e uomini di tutto il mondo, finisce per diventare esclusione dal mondo di lavoro, per mettere in discussione le stesse condizioni di sussistenza. Per i lavoratori migranti vuole anche dire rischiare l’espulsione, il rimpatrio, l’allontanamento dai propri affetti, dalla propria vita.
talpagioSempre più mestieri “comunicativi”, sempre più precari: è probabile che molti di noi saranno costretti ad attraversarne (se non stanno già attraversando) molti nel corso della propria vita lavorativa: dal freelance al tecnico del suono, dal cuoco all’insegnante, dal telefonista al bibliotecario. Insieme ai mestieri tradizionalmente “operai”, compongono la stragrande maggioranza del brulicante mondo di corpi, azioni, tecniche e merci con cui si sopravvive e si fa vivere un’ area metropolitana. Come è noto, si tratta di impieghi la cui condizione tende sempre più a livellarsi verso il basso, accomunati a moltissimi altri dalla totale subordinazione e ricattabilità, dal continuo degrado delle condizioni di lavoro e di vita. L’esperienza di ognun* di noi potrà confermare questa realtà. Allo stesso tempo, in modi differenti e spesso isolati, esistono tentativi di risposta e di autorganizzazione in molteplici situazioni, che tuttavia  restano spesso scollegati e silenziosi, incapaci di radicarsi e sedimentare continuità. Incapaci, prima di tutto, di comunicare e di comunicarsi.
Si tratta, dunque, di affrontare il rapporto tra movimento e comunicazione dal punto di vista del lavoro e della precarietà. Non certo per chiudere il nostro sguardo su una condizione lavorativa escludendo le altre, al contrario: avendo ben chiaro l’obiettivo di giocare la nostra parzialità, i nostri strumenti, le nostre competenze, le nostre limitate possibilità di azione a vantaggio di tutti i precari. Esplorare le implicazioni politiche di questo rapporto, le possibilità di connessione di percorsi differenti e di lotta, le potenzialità di conflitto e di sovversione che può comportare: ecco un’altra tematizzazione del rapporto tra comunicazione e movimento, potenzialmente produttiva.

LA MEMORIA, IL PRESENTE, IL FUTURO DELLE LOTTE
681_a1204Prima di tutto la comunicazione delle lotte. Si tratta di un ambito di azione molto più vasto e complesso di quanto potrebbe apparire:
coinvolge, infatti, molteplici dimensioni spaziali e soprattutto temporali. Innanzi tutto è in gioco la nostra storia di  battaglie e di invenzioni: in questi nostri anni, è furibondo lo scontro politico sulla memoria delle secolari lotte del lavoro contro il capitale, e passa proprio dalla comunicazione del passato. Al nostro presente in cerca di riscatto dobbiamo ricordare e raccontare che si tratta di una lotta lunga e ancora in corso, che le battaglie dell’oggi sono anche quelle per difendere la nostra storia dalla violenza dell’oblio.

Inoltre, come abbiamo visto, è decisivo dare voce ad un’attualità “altra”, seguire e diffondere gli eventi e le situazioni politiche di lotta che si determinano tanto a livello globale e nazionale quanto a livello locale e cittadino. Accanto a questo occorre promuovere occasioni di conoscenza e riflessione su temi e realtà centrali ma oscurate dal discorso mediatico ufficiale: le migrazioni e i migranti, la guerra, la precarietà, la repressione, le esperienze di trasformazione dell’esistente praticate in altri paesi e in altri continenti. Infine, è fondamentale utilizzare le molteplici risorse comunicative a disposizione per promuovere attivamente, connettere e rilanciare – con le nostre forze, partendo dalla nostra parzialità e dalla nostra condizione – situazioni e percorsi di conflitto in città, sperimentando, quando ciò è possibile, forme e strumenti nuovi. Si tratta di provare a funzionare davvero come “mediacenter” per il conflitto sociale.

LA COMUNICAZIONE CONTRO IL DEGRADO
homeLa precarietà è una condizione sempre più diffusa e ormai difficilmente relegabile a fenomeno generazionale. Spesso, attraverso questo nome si indicano una serie di fenomeni e condizioni diversi ma accomunati da un unico orizzonte esperienziale: il degrado delle condizioni di lavoro e di vita, lo stato di passività e subordinazione, la permanente ricattabilità, l’insicurezza che grava sul presente e sul futuro delle proprie vite. Su questa drammatica esperienza collettiva il silenzio spesso prevale, coperto dalle urla stridule della televisione e dalle grottesche campagne contro il “degrado”, divenuto principale valvola di sfogo della profonda insicurezza e della crisi sociale e con cui si è aperto questo secolo, oltre che continuo veicolo di repressione. Per uscire da questa situazione di generale sfruttamento e violenta oppressione molti esperimenti sono stati tentati e molti sono attualmente in corso, anche a Bologna, nella convinzione che una ripresa sia possibile, necessaria, urgente. Il nostro compito deve essere innanzitutto di dare voce e possibilità a questi esperimenti, quando sono diretti verso il comune obiettivo della ripresa di parola, della  costruzione di un’efficace difesa collettiva contro la violenza del capitale, del rilancio del conflitto sociale. Sostenere le lotte, connetterle, diffonderle come virus potenti nel corpo sociale: questa è l’unica possibile comunicazione contro il degrado. Allo stesso tempo non vogliamo rinunciare ad agire la nostra parzialità soggettiva e il nostro posto nella produzione. Manipolatrici della “comunicazione”, tecnici del “sapere”, capacità mobili per necessità e intelligenze in fuga per desiderio: organizzare la nostra forza e connetterla alla rivolta del lavoro contro la precarietà, è un orizzonte che possiamo provare a immaginare, un cammino che possiamo provare a percorrere.
talpaPer questo occorre guardare avanti schivando pericolose ambiguità e contraddizioni improduttive. Da quale punto di vista alcune contraddizioni si possono definire “improduttive”? La risposta è semplice: dal punto di vista del «movimento reale per l’abolizione dello stato di cose presente», come si diceva una volta. Non sono le contraddizioni tra i vissuti, tra le sensibilità, tra i desideri e le passioni, tra le esperienze quelle che consideriamo improduttive; lo sono quelle tra istituzioni e movimento, tra movimento e “sinistra radicale di governo” etc. In altri termini, sono improduttive tutte quelle contraddizioni che risultano un freno o addirittura un ostacolo alla presa di parola radicale e all’azione dal basso per la trasformazione del presente. Per far questo ci rivolgiamo a chi voglia promuovere iniziativa politica facendo comunicazione e fare comunicazione promuovendo iniziativa politica: c’è cospirare, attraversare reti, produrre e moltiplicare le lotte; e istante per  istante comunicarle. Ci rivolgiamo a chi pensa che un’informazione partigiana, in senso gramsciano, sia non solo giusta ma necessaria; perché spesso chi dice non volere linee politica una linea ce l’ha già. Ci rivolgiamo a chi ritiene che l’eterogeneità è un valore se non soffoca la progettualità, e sa che possiamo autodotarci degli strumenti che trasformano le differenze in ricchezza, coesione e coerenza. Ci rivolgiamo a chi sa bene che il movimento si autogestisce e si rappresenta, senza bisogno di deleghe; a chi non attende buone nuove da partiti, sindacati verticali e istituzioni “un po’ meno cattive”, e vede nell’autorganizzazione e nell’azione dal basso l’unica via percorribile. Con coscienza, gioia e un’irrinunciabile tendenza all’insubordinazione.

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tirocinio
Zic è convenzionato per lo svolgimento dei tirocini formativi con le facoltà di Lettere e Filosofia e Scienze politiche dell’Università di Bologna (gli iscritti ad altre facoltà possono attivare la convenzione). Svolgere il tirocinio con Zic dà la possibilità di redigere articoli, recensire eventi culturali, realizzare prodotti giornalistici multimediali e inchieste.

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