Carceri, ovvero “produrre sofferenza per creare profitto”


Pubblichiamo il testo dell’intervento con cui Valerio Guizzardi, dell’associazione culturale Papillon Rebibbia Onlus di Bologna, ha partecipato ieri al seminario “Le prospettive del pianeta carcere”.

12 marzo 2010 - 13:47

In Italia l’ipertrofia dell’area penale fra detenzioni, misure alternative e pratiche pendenti presso i tribunali di sorveglianza è arrivata a coinvolgere 190mila persone. Se a queste aggiungiamo l’indotto costituito dalle famiglie dei detenuti e di tutti coloro che a vario titolo intorno a quell’area lavorano, pur in assenza di dati certi e ufficiali, possiamo immaginare che buona parte della popolazione del Paese è coinvolta.
Nel corso di questi ultimi anni, in diversi interventi pubblici che potrete anche ritrovare in rete, abbiamo indicato le ragioni che a nostro giudizio hanno portato a questi drammatici risultati per alcuni, ed esaltanti per altri, e le soluzioni da noi indicate. Quindi per non ripeterci e per non annoiarvi ne ripercorriamo qui brevemente i capitoli principali per poi dedicarci ad alcune specifiche considerazioni che riguardano la cosiddetta “emergenza carceri”.

Il passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale ha comportato una modifica in profondità della Costituzione materiale aprendo così la strada a uno stravolgimento in senso autoritario ed essenzialmente repressivo dell’intero quadro giuridico con una proliferazione abnorme di leggi che hanno ormai saturato il Codice Penale di nuove fattispecie di reato e aggravamento delle pene. Così oggi ogni persona che non appartiene a una casta, a un’oligarchia o a una potente corporazione può vantare un reato penale e una pena ritagliati sulla misura della propria specificità sociale: si va dal disoccupato, all’immigrato, al disturbato mentale, al senza casa, al tossicodipendente, alla prostituta e così via. Insomma tutti coloro che esclusi per varie ragioni dal mercato del lavoro, per campare, alle volte, praticano comportamenti che la legge indica come devianti e/o criminali. Costoro finiscono così in carcere e costituiscono la stragrande maggioranza della popolazione lì residente.

Il carcere dunque come contenitore del conflitto, come discarica sociale, come non-luogo ormai deputato solo all’incapacitazione di donne e uomini relegati a classi sociali diseredate e per questo ritenute pericolose. Questi i risultati drammatici.
Chi invece li considera esaltanti sono gli “imprenditori della paura”, termine introdotto da Luigi Manconi per indicare coloro che con l’estorsione del consenso a mezzo di terrore, ottenuto attraverso devastanti campagne dei media a loro afferenti, si sono costruiti brillanti carriere politiche e occupato prestigiose poltrone lautamente retribuite ai danni di chi paga le tasse. E che magari si ritrova con un figlio in galera colpevole solo di aver condiviso una canna con un paio di suoi amici.
La formula è a dir poco geniale: più spaventi i cittadini con emergenze inesistenti, più alta sarà la loro richiesta di legge, ordine e carcere, più si ottiene potere, prestigio e ricchezza soddisfandoli. La diretta conseguenza di questa scelleratezza si evidenzia nell’aumento delle guerre fra poveri, in quote di popolazione che scivolano verso il razzismo e la xenofobia, nella coesione sociale sempre più compromessa, in larghe fasce di cittadinanza dove si fa largo l’idea che ponendo tutto il potere nelle mani di un solo uomo per trovare sollievo alle proprie ansie, anche a costo della propria libertà, è uno scambio conveniente. La dura lezione subita dal Paese conclusasi solo 65 anni fa evidentemente non è servita a nulla.
Ora si scopre “l’emergenza carcere”: 67mila detenuti su 43mila posti disponibili; strutture fatiscenti; gente che dorme coi materassi per terra; 72 suicidi in carcere nel 2009 e già 12 solo a febbraio 2010; oltre 30 casi di morti che con un pietoso eufemismo sono definite sospette; aumento significativo delle malattie mentali e infettive; mancanza di educatori e psicologi; agenti della Penitenziaria massacrati di turni di lavoro con straordinari non pagati; dignità e diritti calpestati per tutti. E tanto altro che non possiamo riportare per questioni di spazio, ma che potete agevolmente trovare sul web.

Della narrazione di questo disastro sociale e umanitario però vorremmo sottolineare un aspetto al quale si pone poca attenzione e di cui i cittadini dal pensiero libero, a nostro avviso, dovrebbero preoccuparsi: il sovraffollamento è maltrattamento, è negazione dei diritti umani basilari e della dignità personale. Questo induce il detenuto a considerarsi una vittima e a rimuovere di conseguenza il reato commesso o ad autoassolversi in nome della vita disumana che gli è imposta e di cui non riesce a capirne il senso se non come una punizione ottusa e ingiusta. Quindi invece di essere portato a imboccare la strada della riflessione critica sul proprio passato e iniziare un percorso di responsabilizzazione, egli occupa i suoi pensieri e il suo tempo nel difendersi e a sopravvivere, percependo le Istituzioni come un nemico da combattere nella misura in cui le stesse tentano di distruggere la sua identità psicofisica.
Il maltrattamento, questo meccanismo violento e perverso, oltre a ledere pesantemente l’articolo 27 della Costituzione, oltre a far meritare all’Italia continue condanne da parte del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e della Corte di Strasburgo, nonché di altre importanti associazioni umanitarie internazionali come Medici Senza Frontiere e Amnesty International, crea un’alta percentuale di recidiva. Dal carcere, dalle condizioni di non-vita, non potrà che uscire un individuo peggiore, il quale motiverà a sé stesso la commissione di nuovi reati anche come esercizio di rancore e vendetta per le condizioni di carcerazione subite.

Alle Istituzioni di questo Paese, che hanno fatto dell’assenza di memoria storica un interessato metodo, vorremmo ricordare che addirittura Giovanni Giolitti, in un suo discorso pronunciato alla Camera dei deputati il 12 luglio 1898, parlò di un alto numero di recidivi a causa del “pessimo ordinamento delle nostre carceri, la maggior parte delle quali, per il modo come sono costruite e tenute, sono scuole di delitti, anziché luoghi di riabilitazione”.

Il fallimento dell’applicazione penale in carcere, e non da ora come si è visto, è sotto gli occhi di chiunque abbia l’onestà di voler vedere. Il carcere stesso perciò non ha alcun senso e va superato. Ma si continua a far finta di niente.
Così, reiterando il loro deprecabile e pericoloso comportamento, gli “imprenditori della paura” hanno pensato un’altra geniale idea:
laddove ogni persona di buon senso indica la soluzione del sovraffollamento nella massima estensione delle pene e delle misure alternative; nell’abolizione di tutte le leggi che provocano carcerazione inutile e su base ideologica; nella riforma del codice penale, di procedura penale e del regolamento penitenziario; nella depenalizzazione dei reati minori e nella radicale diminuzione della custodia cautelare, costoro hanno deciso l’esatto contrario nel dare il via ad un piano faraonico che prevede la costruzione di nuovi istituti.
Il Piano per l’edilizia penitenziaria affidato al neo nominato Commissario straordinario Ionta, prevede la realizzazione in tre anni di oltre 21mila nuovi posti distribuiti in 47 padiglioni e in 18 nuovi istituti, di cui 10 “flessibili” (di prima accoglienza o destinati a detenuti con pene lievi), per un totale di 1,5miliardi di euro, di cui 600milioni già stanziati in Finanziaria. Lo strumento sarà la Protezione Civile di Bertolaso, il quale è già molto impegnato nel districarsi dagli avvisi di garanzia ricevuti e a sostituire tutti gli uomini che gli hanno messo in galera per lo scandalo “Maddalena G8”. Il modello sarà il “Maddalena G8”, appunto.
Quindi, ordinanze a pioggia in deroga a ogni legge esistente in tema di appalti e individuazione dei terreni da cementificare con divieto ai rispettivi sindaci di ricorrere agli organi competenti; secretazione di ogni atto; militarizzazione dei cantieri e ogni altra inquietante disposizione che troverete nella legge 26 febbraio 2010 n. 26.

Anche qui, per ragioni di spazio, una estrema sintesi delle nostre considerazioni:

1) In assenza delle riforme che più sopra abbiamo indicato ogni mese entrano in carcere mediamente 1.000 persone. Un banale calcolo aritmetico ci chiarisce che il ritmo di entrata dei cosiddetti nuovi giunti è immensamente più veloce di quello occorrente per la costruzione dei nuovi istituti. Il risultato è che essi sono sovraffollati e insufficienti già ora sulla carta poiché fra 3 anni il numero complessivo dei detenuti supererà abbondantemente i 100.000. Il Piano carceri di Ionta è già fallito ancora prima di avere inizio.

2) Fincantieri ha presentato al Ministero della Giustizia il progetto finito dei barconi-carcere con tanto di modellino in scala. Se non fosse per il solito problema di spazio avremmo un ragionamento piuttosto articolato da fare in proposito, proviamo perciò a condensare il tutto in una sola parola: barbarie. Alcuni sindacati di Polizia Penitenziaria hanno dichiarato che l’idea non è niente male. Noi rimaniamo in attesa di vedere quanti dei loro aderenti saranno disposti a prestare servizio su quelle disumane trappole galleggianti.

3) Sarebbe il caso di recuperare un minimo di onestà e ammettere senza reticenze davanti agli italiani che il Piano carceri è:
un fallimento sul piano tecnico; pura propaganda sul piano politico; un grande business elargito ai soliti noti, e probabilmente altro superlavoro per la Procure di mezz’Italia.

4) Si dimostra così che nell’era del totalitarismo del mercato dove etica e moralità pubbliche sembrano inesorabilmente avviarsi verso l’estinzione, dove tutto è ridotto a merce, dove la politica non è più null’altro che la prosecuzione degli affari con altri mezzi, anche la produzione di sofferenza umana crea profitto economico.

Per quanto ci riguarda, ribadiamo ancora una volta che il problema non è costruire nuove carceri, ma diminuire drasticamente il numero di detenuti.

Valerio Guizzardi
(associazione culturale Papillon Rebibbia Onlus di Bologna)

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