A serious man


La figura di Giobbe rivisitata attraverso la lente folle e grottesca dei fratelli Coen.

04 gennaio 2010 - 19:44

di Giovanni Caliòa_serious_man

«Ero sereno e Dio mi ha stritolato, mi ha afferrato la nuca e mi ha sfondato il cranio, ha fatto di me il suo bersaglio. I suoi arcieri prendono la mira su di me, senza pietà egli mi trafigge i reni, per terra versa il mio fiele, apre su di me breccia su breccia, infierisce su di me come un generale trionfatore.» (Giobbe 16.12-14)

Il professore universitario di matematica Larry Gopnik (Michael Stuhlbarg) potrebbe rivolgere le stesse accuse ai fratelli registi e sceneggiatori di questa personalissima rivisitazione della figura di Giobbe, personaggio biblico che nonostante la sua rettitudine morale (è il prototipo del mensh, “l’uomo giusto” cui ogni buon ebreo aspira d’essere) vede la sua fede continuamente messa alla prova da Dio con continue disgrazie e sventure che si accaniscono su di lui. E i fratelli Coen si accaniscono con altrettanta foga sul loro personaggio (anche se come viene dichiarato nei titoli di testa, “nessun ebreo è stato maltratto durante la realizzazione del film”), spostando l’azione in un piccolo sobborgo ebraico del Midwest nella metà degli anni ‘60. La vita anonima e “seria” del professor Gropnik è messa a dura prova dalla richiesta di divorzio della moglie, dalla sua decisone di lasciarlo per un uomo più mensh di lui, dal figlio (in procinto di celebrare il bar mitzvah) che fuma spinelli, si iscrive a Club del disco costosissimi all’insaputa del padre e ascolta i Jefferson Airplane di nascosto durante le lezioni di ebraico, dal fratello psicolabile, giocatore d’azzardo e con tendenze omosessuali che si è insediato a casa sua, dalla figlia che gli ruba dei soldi, da uno studente coreano che cerca di corromperlo per migliorare i suoi voti, da una vicina di casa che prende il sole nuda; e che infine vede la sua carriera accademica messa in rischio da delle lettere anonime e infamanti. Gopnik cerca il conforto in tutto ciò che gli è familiare: nella logica (è un matematico), si rivolge a tre diversi rabbini (è un uomo religioso), in quel che resta della sua famiglia (è un buon padre di famiglia),ma niente sembra aiutarlo. Non c’è niente e nessuno che sia in grado di spiegargli il perché di tante disgrazie, ogni suo tentativo di comprensione è vano, quando chiede delle spiegazioni a qualcuno che reputa più saggio di lui non ottiene che frasi farneticanti e storielle senza un finale. Anche quando le cose sembrano sistemarsi per lui, basta la telefonata di un dottore e l’annuncio di un uragano che si sta per abbattere sulla città a farlo ripiombare nell’indeterminatezza e nel caos.

A serious man oltre ad essere la pellicola più autobiografica dei fratelli di Minneapolis (cresciuti nello stesso ambiente e negli stessi anni in cui la vicenda si svolge), è probabilmente il film dove il loro universo, da sempre popolato di personaggi stupidi e improbabili, e costellato da situazioni altrettanto stupide e surreali è portato all’estremo. Dove tutto sembra sempre in precario equilibrio e dove si avverte sempre un senso di minaccia costante, di pericolo impellente (come dimostra chiaramente il finale), e dove alla fin fine nulla viene spiegato allo spettatore (come dimostra chiaramente il prologo iniziale in yiddish che nulla ha a che vedere con il resto del film), che alla fine può sentirsi smarrito o addirittura preso in giro. Sensazioni che possono essere messe parte se si accetta l’indeterminatezza, il caos e l’infelicità nella vita come nel cinema, e soprattutto il consiglio più saggio che viene rivolto a Gopnik durante il film: “accettare il mistero”.

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