“Mamma siamo ribelli”, l’ultimo concerto degli Skiantos con Freak


Tanta birra, un po’ di tristezza, molti tatuaggi, qualche lacrima. Il saluto di Freak Antoni agli Skiantos è passato per un concerto al Laboratorio Crash, alla presenza di tre generazioni di aficionados.

28 maggio 2012 - 17:56

Sabato mattina alle zero e trenta o, se volete, venerdì notte a mezzanotte e mezza, quando Freak Antoni comincia a cantare e gli altri quattro Skiantos a maltrattare corde d’acciaio e battere tamburi, uno dei fan della prima ora si lascia andare: “Proprio adesso che hanno imparato a suonare, dopo 35 anni, si separono… che peccato”.

Il Laboratorio Crash, in questa occasione, sa tanto di rock club anglossassone. Non sembra di essere nelle zona industriale di Corticella, dalle parti del Canale Navile, ma nei sobborghi di Londra o di Dublino. L’atmosfera è incandescente, l’effetto stalla da ascella pezzata e sudore “a balùss” c’è tutto, la birra scorre a fiumi, la presenza dei “virtuosi” del luppolo si sente e si vede. Tra i banchetti, con magliette, CD e locandine dei mitici padri del “rock demenziale” si aggirano vecchi rocker’s dal bulbo ingrigito e un po’ stempiato o rasato via del tutto (alla Bruce Willis, alias “stupore & ferocia”). Le bionde patinate o le more “lucido da scarpe” di un tempo mantengono gli stessi colori, ma la pelle attillata della “mini” qualche piega di troppo la lascia trasparire. Lo stile da “groupie”, però, non l’hanno accantonato. Negli anni 70 e 80 erano fans sfegatate degli Skiantos, nel 2012 sono ancora lì a battere il tacco dei loro stivali neri.

La cosa bella di tutti questi ragazzi e ragazze “di una volta” è che, come facevano trent’anni fa, continuano ad “andare a culo col mondo”. Anche se a lasciare segni sui loro corpi non è stato solo l’ago del tatuatore o lo scorrere del tempo, la birra c’ha messo del suo, così come diversi tipi di sostanze.

Ma il pubblico degli Skiantos è fatto anche dai trentenni da stadio, insieme ai loro coetanei della “generazione senza…”, senza troppa maturità, senza peli sulla lingua, senza posto fisso, senza prendersi mai troppo sul serio. Sono passati dal “no future” al “no hope” senza neanche accorgersene, figurarsi se sono preoccupati se il sistema cade a pezzi. Di sogni ne hanno pochi, uno più degli altri “batte”, con una mazza sugli ultimi frantumi rimasti.

Poi ci sono gli “sbarbi” e le “sbarbine”, i ventenni o giù di lì; l’altra notte a Crash ce n’erano parecchi, ma in pochi giorni non siamo riusciti a trovare sociologhi in grado di analizzarli a dovere.

Da questo pubblico, variamente umanizzato, Freak Antoni non è rimasto deluso. Al primo coro di “scemo scemo” che ha sbattuto contro la volta del capannone (un tempo industriale), Freak ha fatto vedere un sorriso compiaciuto e ha risposto: “Grazie, così mi lusingate troppo. Mi fate credere che siamo il vostro gruppo preferito… Forse perché siamo troppo democratici e vi facciamo dissentire, nel senso che vi facciamo venire la dissenteria…”.

Poi è partita la sequenza dei pezzi che hanno reso famosi gli Skiantos, da “Kinotto” a “Panka Rock”, chissà come mai il ritornello “Brucia le banche, bruciane tante” non è ancora diventato la colonna sonora dei cortei odierni?

Poi sono arrivate le canzoni degli “anni di pongo” e tutta la platea del Crash si è trasformata in un unico gruppone, più demenziale che rock, dove solo le “svisate” della chitarra elettrica di Dandy Bestia hanno fatto breccia tra i cori ripetuti: “Karabigniere -bigniere -bigniere”… “I gelati sono buoni , ma costano miglioni”… “italiano terrone che amo”, “Mi piacciono le sbarbine… ye ye ye”.

Infine, il finale con le lacrime agli occhi, con “Sono un ribelle mamma” e il canto collettivo che copre la voce di Freak.

E, per il ribelle, la mamma, con tutte le sue ansie e le sue apprensioni, è, in questa canzone, come il tatuaggio col cuore infranto sul bicipite dei vecchi coatti: “Mamma perdonami”.

Questa la cronaca di una serata memorabile. Per parlare, invece, degli Skiantos e di cosa sia stato il fenomeno del rock demenziale, abbiamo preso un vecchia intervista di Roberto “Freak” Antoni, pubblicata tanti anni fa sul libro “Centofiori”, editato da Mongolfiera.

Diceva Freak nel suo intervento: “In Italia, verso la metà degli anni ’70 scoppiò il fenomeno del punk rock, dal quale è uscito poi il rock demenziale. Il punk voleva rompere con tutti i miti e le mitologie del passato, compresa l’industria che confezionava le rock stars e gli aspetti come il virtuosismo. Perché non se ne poteva più! C’era una tale inflazione di questi miti che non si potevano reggere e sopportare oltre. Anche in politica o socialmente, a livello generalizzato, si poteva assistere a un disagio, a una ripresa con acredine, con virulenza, delle contestazioni degli anni ’60. Proprio dal rifiuto del mito del virtuosismo, sono nati slogan come “Riprendiamoci la musica” o “Tutti sono creativi se hanno voglia di creare” o “Tutti possono suonare se hanno voglia di farlo”. Discorsi abbastanza veri, ma anche molto ideologici. Era un periodo di grandi sforzi ideologici e anche di grandi ingenuità. Allora si diceva che non ci importava essere virtuosi, che ci bastava la tecnica per esprimere quello che avevamo in testa e non quella fine a se stessa (solo per fare i fenomeni sul palcoscenico). Ci interessava che ci fosse una grande comunicazione generalizzata, che tutti partecipassero.

Rispetto a quel periodo io credo di aver assorbito molte cose, di averle passate a un vaglio critico strettamente personale. C’era molta ingenuità, che si pagava sulla propria pelle, con estrema onestà.

Allora dicevamo che occorrevano gesti di coraggio, la voglia di andare controcorrente, di rompere con la retorica. Gli ideali degli Skiantos erano questi, formare un gruppo che dicesse cose diverse”.

– Voi vi faceste largo a “cucci e spintoni”, colapasta e scudi improvvisati, negli anni ’70…

“Sì, a metà degli anni ’70, lo spazio musicale giovanile sembrava compresso tra la Disco Music e i cantautori, non i primi che erano geniali, ma quelli più melensi, tradizionali e retorici. Noi volevamo rompere gli schemi di ascolto passivo che il pubblico ha sempre nei confronti delle stars. Per questo tiravamo verdura, i creakers o altre cose. Volevamo creare con il concerto un grande gioco, un grande heappening; questa era la nostra grande, sincera utopia. I ragazzi di adesso hanno un’idea di quel periodo come di un’età dell’oro, di una stagione favolosa; forse questa senzazione un po’ è vera. Da allora ad oggi, a Bologna, sono nati e morti tantissimi gruppi di qualsiasi genere che hanno provato nelle cantine e nei garage. Certo, allora ci fu lo scoppio. Era la prima volta che tanti gruppi si vedevano, si contavano, provavano a suonare, a fare casino, movimento, creare agitazione e circolazione delle idee”.

– E’ stato difficile vivere professionalmente del lavoro di musicista?

“Gli Skiantos hanno provato di fare della loro storia un lavoro, inteso però non come una rinuncia al divertimento, alla creatività, a un certo tipo di onestà artistica. Forse è un luogo comune, ma credo che se fai delle cose per il solo denaro, alla fine sei costretto ad accettare i consigli degli imbecilli che hanno sempre circondato il mondo della musica… Noi i soldi non siamo riusciti a farli… forse un po’ di gloria sì… Ci siamo fatti questa Gloria, che era una gran bella ragazza…”.

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