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Speciale / La Esma di Buenos Aires, dove il vuoto è testimone

Viaggio nel luogo da cui durante la dittatura argentina scomparvero migliaia di desaparecidos. Domani Resistenze in Cirenaica ne parla a Vag61 con Alejandra Naftal, direttrice del Museo Sitio de Memoria Esma.

04 Ottobre 2018 - 14:30

Pubblichiamo un testo che racconta cos’è stata e cos’è oggi la Esma di Buenos Aires, la Escuela de mecánica de la Armada, “uno dei peggiori centri clandestini di detenzione e dal quale sono scomparse migliaia di desaparecidos dell’ultima dittatura argentina“, come recita la presentazione di un’iniziativa a cura di Resistenze in Cirenaica che si svolgerà venerdì 5 ottobre alle 19,30 al Vag61 di Bologna con la partecipazione di Alejandra Naftal (direttrice del Museo Sitio de Memoria Esma, ex Centro Clandestino de Detenciòn, Tortura y Exterminio), Mariana E. Califano e il Centro di documentazione dei movimenti “Francesco Lorusso e Carlo Giuliani”.

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La Esma

di Teresa Rossano

Quando arrivi alla Esma ti colpisce la normalità del vuoto.
L’edificio è grande, fra gli alberi, sull’Avenida Libertador. Parquet e sale che si susseguono una dietro l’altra, su tre piani, vuote e come pronte all’uso nella normale routine della quotidianità. C’è perfino un appartamento, c’è il piano della cucina, molto funzionale, il lavabo, gli sportelli, i grandi saloni, le camere.
Tutto vuoto. All’ingresso, fuori, un pannello acrilico trasparente con i volti dei ragazzi e delle ragazze che di qui sono passati, fuori perché le madres non hanno voluto che i volti delle figlie e dei figli entrassero nel luogo dove hanno sofferto, dove sono stati torturati e trascinati verso la morte. Gli stessi pannelli trasparenti abitano i saloni e i corridoi insieme ai video che raccontano, che spiegano. Quando entri e quando esci ti siedi in terra nel mezzo del salone, le tende si abbassano e si fa buio, tutto intorno a te i volti della dittatura, del terrore, delle voci assassine che parlavano di libertà mentre la gente spariva dalle strade e dalle case e mai più riappariva. Difficile elaborare la sparizione. Non hai una prova, un corpo, una certezza, così dicono le madres. Non puoi rielaborare il lutto, non ti abbandona la speranza che si trasforma in malattia e mangia l’anima giorno dopo giorno. L’unica salvezza sono le altre, gli altri, trovare la forza di lottare, non cedere alla disperazione e all’isolamento, quell’isolamento in cui qui, forse vicino a casa, sono stati tenuti i desaparecidos, per mesi e, a volte, per anni.
La guida è molto brava, una giovane ragazza dal vestito a fiori, seria, molto chiara nel parlare, misura ogni parola, coglie ogni sguardo, scruta le espressioni e la sofferenza dei visi. Ti avvisa di ciò che troverai, del muchissimo calor all’ultimo piano. Ci si può passare anche velocemente, dall’ultimo piano, se non si resiste, ma nessuno vuole passare oltre. Tutti pensiamo che chi stava rinchiuso qui soffriva il caldo e il freddo, con le catene ai piedi e ai polsi, e sempre, sempre stava con un cappuccio in testa. In molti casi per anni. Non c’è aria condizionata ma, se ne hai bisogno, ti offrono un po’ d’acqua. Per fare qualsiasi modifica ci vuole un permesso speciale, il vuoto è testimone.

É l’ultimo piano, quello dove alcuni detenuti “lavoravano” scelti addirittura per le campagne stampa, perché i signori militari sapevano bene di avere un ottimo patrimonio intellettuale da sfruttare. Perché si venisse scelti non si sa, non c’era sempre una logica, l’arbitrarietà è la regina del terrore. Alcuni lavoravano, separati da pannelli acrilici nell'”acquario”, alcuni restavano sempre sdraiati nel loro loculo. Tutti isolati, senza poter vedere, senza poter comunicare. A volte qualcuno era condotto nella mensa da un ufficiale, senza un motivo, senza un perché, probabilmente solo per essere mostrato, per mostrare l’assoluto potere dell’arbitrio. Si era soli, separati da tutto ciò che si era e si era stati solo fino a un giorno prima, soli con il terrore e le stanze di tortura qualche gradino più in basso. Soli senza la luce del sole, con i neon giorno e notte. Soli, senza l’albero in fiore che si affaccia insperato in fondo a muri grigi e ai loculi scavati in terra. Si sentivano, però, i rumori della strada, l’intenso traffico dell’ Avenida Libertador, addirittura lo schiamazzare dei ragazzi di una scuola durante l’intervallo, in cortile. Solo così, chi è sopravvissuto, ha potuto ricostruire il luogo in cui si trovava. Perché questo posto, la Esma, si trova in un quartiere medio-alto della città, la gente intorno ci vive, va a fare la spesa, prende l’autobus di fronte. I ragazzi andavano a scuola qui di fianco, mentre lavoravano le camere di tortura. Compiva le sue atrocità in mezzo alla vita di tutti i giorni, in un luogo molto popolato di una città in preda alla paura, non troppo lontano per le distanze di qui, dalla Plaza de Majo dove le donne col fazzoletto bianco hanno iniziato la loro lunga lotta, assalite e picchiate dalla polizia a cavallo.

Erano una risorsa i detenuti e le detenute. C’era chi sapeva scrivere e gestire una campagna stampa, prelevato direttamente dall’università magari solo per aver prestato un mazzo di chiavi a chi aveva paura di dormire a casa. C’era chi sapeva sviluppare i negativi e stampare le fotografie per i documenti falsi che servivano alla divisione 3.3 quando andava a caccia di sovversivi. Il detenuto fotografo Victor Basterra doveva stampare quattro copie di ogni foto. Lui ne stampava cinque, una la nascondeva e poi, quando del tutto inaspettatamente, lo mandavano a casa in semilibertà, le sotterrava in giardino. Se le nascondeva addosso, nei genitali, con grande rischio per la sua vita. Ma dopo, anche dopo che con Menem era arrivata la “democrazia”, ha aspettato di avere la certezza di non essere più controllato e le ha tirate fuori le foto, ragione degli anni passati a guardare e riprodurre i volti dei suoi torturatori. Li ha immortalati, li ha nascosti e li ha tenuti a mente, chissà quale ossessione, per poterli poi portare in tribunale, dove ha testimoniato, per anni. Molti volti dietro i cappucci si devono a lui. Aveva il suo laboratorio fotografico nel sotano, la cantina, vicino alla camera di tortura. Fra il laboratorio e l’infermeria c’era “l’Avenida de la felicidad”, il corridoio che ti portava su per la scala nel cortile, dove eri caricato su un camion e poi su un aereo, per il volo nell’oceano, ancora vivo. Prima, magari, ti facevano telefonare a casa, per chiedere soldi, o solo per rassicurare, per tacitare le famiglie che continuavano a chiedere, a cercare. Parole per il silenzio, come dice il cartello vicino al telefono.
Prima dell’ultimo viaggio ti iniettavano il Penthotal, che gli assassini chiamavano Pentoaviar, eri stordito ma cosciente. All’inizio era sufficiente gettare i ragazzi e le ragazze, legati e sempre incappucciati, nel Rio de la Plata ma poi, il fiume ha cominciato a restituire i corpi e così, dopo un attento studio delle correnti, l’oceano è sembrato una tomba più sicura.

Al piano di sotto c’è la “sala parto”, un ufficiale se ne vantava e portava altri a visitarla. Niente di più che una stanza, assistenza medica ridotta, però, in caso di complicazioni, si veniva portate all’ospedale della Marina. Era importante salvare il bambino, da dare in “adozione” a famiglie di militari, di conniventi con la dittatura. La madre lottava strenuamente per rimanere in vita, conosceva il suo destino ma accettava il latte e la frutta che le venivano concesse solo perché contenitore di quel figlio o figlia che le sarebbe stato strappato dopo solo dieci giorni. E poi, il destino era segnato, nessuna illusione, ma forse una speranza di vita. Graffiti di orsetti, braccia che ti accolgono in un mondo che si ha paura a ricordare. Altri figli, sequestrati nelle case durante gli arresti, nascosti dalle madri e dai padri negli interstizi, fra i mobili, sono stati venduti, usati come premio, merce di scambio, insieme ai mobili, ai libri, alle case dei sequestrati occupate dai sequestratori. Queste bambine e questi bambini, però, i nipoti e le nipoti, sono stati cercati con tenacia dalle abuelas e in alcuni casi sono stati trovati. Esiste un archivio dove le famiglie dei desaparecidos hanno lasciato i loro dati, ci si va quando non si è sicuri della propria infanzia, a casa non c’è una foto della mamma incinta. C’è qualcosa che non torna nelle somigluianze e si va a fare le analisi. A volte si riesce a risalire alla famiglia biologica, le nonne riabbracciano i figli delle figlie desaparecidas. Ricostituire l’appartenenza però è un’altra storia. La vita si sconvolge, sono storie di foto e di volti che si deformano all’improvviso. La strada della consapevolezza è dura e in salita anche se, la maggior parte delle volte, porta verso la vita. Spesso il sorriso della abuela si accompagna alla costernazione del hijo, che non sa più cosa farne della “sua” famiglia, di quelli che credeva i suoi genitori, della sua infanzia rubata. C’è un timbro, sui pannelli che riproducono le lettere che le desaparecidas erano costrette ad inviare alla famiglia. Il timbro significa “ritrovato”, una nonna ha abbracciato un nipote o una nipote già grande, cercando, sulla scia del sangue, traccia di una figlia scomparsa, tracce che hanno attraversato anni e vita, solcando rughe sul viso della madre e segni sul viso di un bambino che ha il volto di un uomo o di una donna mantenuto vivo con la tenacia del dolore. Penso a Estela e al suo nieto, un musicista rock famoso in Argentina. Ai loro volti catturati dalle telecamere. Sorridente e raggiante quello di lei, sofferente quello di lui, una vita da risistemare, dice con disagio. Deve fare i conti con quelli che credeva essere la madre, il padre, la sua famiglia. Come affrontare tutto questo, pur avendo deciso, liberamente, di sottoporsi alle analisi.

Degli arresti, delle torture, lo sapevamo già negli anni Settanta. Mi ricordo le parole e gli sguardi degli esuli dell’America Latina, dal Cile, dall’Argentina. Scendevamo in piazza insieme a loro. Chi invece “non sapeva” erano i governi che, spinti da un indecenza insostenibile, hanno inviato una commissione per i diritti umani in Argentina solo per poter giocare i mondiali di calcio che esigevano un minimo di rispettabilità. E allora, alla Esma, via alle pulizie generali, si occulta la scala verso il sotano con uno stemma della Marina, si chiudono muri e passaggi che ora, dopo tutti questi anni, si mostrano attraverso pitture che si scrostano, muri che si macchiano, aggiunte che si rivelano. Nessuno trovò niente da eccepire. Massera, Videla, Agosti, hanno ricevuto molte strette di mano e la benedizione della Chiesa cattolica. D’altra parte, di proprietà della Chiesa cattolica argentina era un edificio sul delta del Paranà che è stato ceduto alla giunta militare. Isolato e ideale per portarci “in vacanza” i sovversivi, un’altra storia da raccontare.

Era una scuola di meccanica la Esma, c’erano i professori e gli allievi. Si studiava la guerra, anche quella contro il nemico interno, i sovversivi e le sovversive, con l’ausilio degli istruttori francesi e americani. I Francesi della repressione in Algeria, La Escuela de las Americas dell’imperialismo latino americano. Stesse tecniche, stessi scopi. Non è un mistero per nessuno, lo abbiamo gridato per anni, ora è scritto sui pannelli della escuela militare, ma questa storia non arriva alle pagine dei giornali quando c’è da dar conto delle guerre e del terrore nelle cui ombre lunghe siamo ancora immersi. Ciò che sappiamo lo si deve a una volontà umana e politica incrollabile, é passato dai tentativi di Alfonsine di demolire la Esma, evitato solo grazie al ricorso in tribunale delle madres. È passato attraverso 20 anni, dal 1983 alla data del primo processo nel 2003, durante i quali i militari hanno avuto mano libera, hanno distrutto, cancellato, smantellato prigioni e camere di tortura che sono diventati questi bei saloni di oggi. È passato dalle storie dei desaparecidos, dei torturatori dei quali nessuno osava parlare, dal suicidio di una donna, figlia di uno degli “Jorge”, come venivano chiamati i capi, che dava le sue feste di adolescente nella bella casa del primo piano, circondata dalla sofferenza e dalla tortura.

Nell’ultima sala, quella in cui si decideva la sorte degli “ospiti”, anch‘essa vuota, si abbassano le tende alle finestre che danno sul giardino. Su ognuna il volto da giovane e da vecchio di coloro che qui hanno torturato, picchiato, ucciso nei voli della morte. Volti di anziani impuniti, qualcuno è morto, alcuni sono stati condannati agli arresti domiciliari, molti sono in attesa di un giudizio che arriverà dopo quello naturale dell’età. Al nostro sgomento, riappare la nostra giovane guida. È importante ci dice, che siano stati portati in tribunale, è importante che ci siano i processi perché così si costruisce la nostra democrazia. Oggi l’Argentina è una democrazia. Andate in giro e raccontatelo.