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Che succede al rap? Parla Aban: “Nato per tirare fuori le persone dalla merda, oggi in mano a qualche manager idiota”

Quarta puntata dell’approfondimento di Zic.it sul rap: Aban ci parla di Dax e di antifascismo, di violenza poliziesca e artisti mainstream indifferenti, delle radici che affondano nei centri sociali e della “deriva da discoteca”, del tema delle dipendenze e di quanto può essere preziosa la strada.

21 Maggio 2021 - 14:33

Nuova intervista per lo speciale sulla situazione del rap in Italia: ai dialoghi con Inoki, Kento e Principe segue questa volta l’incontro con Aban.

di Paraja

Quando abbiamo scoperto il segreto, l’intima essenza d’una cosa, ci sentiamo sicuri; così, per esempio, quando ci siamo accorti che la verga è troppo più debole della nostra caparbietà, essa non ci incute più timore, noi ci sentiamo ad essa superiori. Dietro la verga si ergono, più potenti di essa, la nostra ostinazione e il nostro coraggio orgoglioso. A poco a poco noi riusciamo a trionfare di tutto ciò che un tempo ci appariva sinistro e pauroso; della temuta potenza della verga, dello sguardo severo del padre, ecc., e dietro a tutto ciò noi ritroviamo la nostra atarassia, vale a dire l’irremovibilità, l’intrepidezza, la nostra resistenza, la nostra oltrepossanza, l’invincibilità. Ciò che poc’anzi ci incuteva timore e rispetto ora ci inspira coraggio; dietro ad ogni cosa si drizza il nostro ardire, la nostra superiorità; al brusco comando dei superiori e dei genitori noi contrapponiamo il nostro audace egoismo, o gli artifici della nostra astuzia. E quanto più sentiamo d’esser noi, tanto più meschino ci appare ciò che poc’anzi stimavano impossibile a superarsi. E che cosa è la nostra astuzia, la nostra accortezza, il nostro coraggio, la nostra ostinazione? Che cosa, se non spirito? (L’Unico e la sua proprietà – Max Stirner)

Parlare di e con Aban non è stato semplice, non si è trattata di una canonica intervista ma piuttosto di uno scambio continuo di impressioni, prospettive e visioni, fatto spesso anche di incomprensioni e conflitti, che in certi casi mi hanno costretto a rivedere alcuni punti di vista, a smussare pregiudizi che probabilmente nemmeno pensavo di avere, a rileggere situazioni e percorsi, fino a ritrovarci in piena notte a parlare di Stirner e di come un passo di un libro possa, a volte, cambiare un’intera esistenza. C’è chi si vende e chi no, chi ha consapevolezza e chi no, Aban è uno degli ultimi rimasti ad essere coerente ed io col suo ultimo album ho riscoperto una forza dal basso che non sentivo dai tempi di Lou X. E questo scalda il cuore.

Ho trovato molto interessante la scelta di presentare il tuo nuovo disco “Rap Inferno”, uscito il 7 maggio, con un pezzo schieratissimo su Dax, da cosa nasce questa scelta? Tra l’altro è molto importante per la memoria collettiva, anche dei ragazzi, che tu abbia inserito nel video della canzone anche parte del documentario sulla notte nera di Milano.

Penso sia una cosa doverosa, specialmente in un periodo del genere, in cui abbiamo toccato dei livelli di razzismo e di fascismo mai visti… stiamo lasciando persone morire nei barconi in mezzo al mare, ne stiamo chiudendo migliaia negli ex Cie dando prova a tutto il mondo che quell’impronta, quella matrice fascista, è ancora presente in questo paese. E Dax rappresenta questa lotta al fascismo; io non ho mai conosciuto di persona Dax, ma conosco molto bene tutti i suoi amici, ho seguito il movimento che si è creato attorno a questa tragedia, perché me lo sono sentito sulla pelle, semplicemente, e non puoi non sentirtelo sulla pelle.

A volte rifletto sul fatto che chi spinge l’antifascismo pubblicamente, utilizzando come veicolo la propria musica, insomma chi si espone mettendoci la faccia, possa avere sempre molti problemi, c’è sempre il rischio concreto che quando vai su un palco tra cento persone del pubblico possano esserci anche delle persone che non la pensano come te, per assurdo anche nazi capitati per caso, e tu non potrai ricordarti la loro faccia, loro sì e c’è sempre il rischio di fare da bersaglio ambulante. Tutto questo si può ancora avvertire nella tensione che si prova quando sai che in determinate città, in determinati luoghi, c’è ancora da tenere gli occhi aperti, perché con certi personaggi non è mai una battaglia faccia a faccia, paritaria, ma è sempre stata una battaglia che ha visto gente cadere colpita alle spalle. Sono convinto che ci sia bisogno di dare man forte a tutto quello che riguarda la consapevolezza e la solidarietà verso avvenimenti del genere, che non possono essere dimenticati, devono fare da esempio per la lotta vera, quella militante: poi sono convinto che ci sono molti modi per dimostrare che si lotta, ma va dimostrato, la gente deve sapere che c’è qualcuno che cerca di cambiare le cose (…), poi ognuno può essere lupo e può essere solitario e avere il suo “schema” in testa: il mio antifascismo è una filosofia politica, non sono un comunista, ma per me è un valore fondante (…) anche perché ho conosciuto prima la strada della politica.

Il documentario l’ho inserito perché pensavo ci fosse davvero il bisogno di imprimere nella memoria di chi è più giovane quello che è successo, ma anche il dopo, quando in ospedale i suoi amici che si erano ritrovati a vegliare il corpo vengono massacrati di botte come se fosse un mattatoio, senza nessuna motivazione reale, con una violenza brutale ingiustificata e l’uso di mazze da baseball (…) Mi sono preso a cuore così tanto la sua storia perché ho visto e vissuto tutto l’amore delle persone che gli sono state vicine nella sua vita, per quello che hanno dato e quello che continuano a dare. Quando lessi per la prima volta “La notte nera di Milano” di Brega credo di aver pianto un paio di volte al giorno (…), poi noi siamo stati almeno tre volte, forse anche di più, a Milano a partecipare all’anniversario e al concerto in memoria, abbiamo sempre cercato di dare il nostro appoggio e la nostra solidarietà, e senza bisogno che nessuno chiedesse, ci è sempre sembrata una cosa doverosa e giusta (…)

Stai seguendo quanto sta succedendo in Spagna, dove la magistratura negli ultimi dieci anni ha portato in giudizio molti rapper per le loro parole contro la monarchia, da Valtonyc costretto all’esilio in Belgio dopo una condanna a tre anni fino a Pablo Hasel recentemente finito in carcere. Che ne pensi?

Penso che una mobilitazione arrivi solo fino a un certo punto, e che non possa coinvolgere soltanto la Spagna, tutti i popoli che credono nella libertà di stampa e di parola dovrebbero combattere per tutelarla, ovunque, vigilando su chi utilizza metodi dittatoriali per mettere a tacere qualcuno (…) Ma la cosa sconvolgente è che accade così, alla luce del sole, e nessuno dice nulla, e nel rap italiano è la stessa cosa (…), dove un sacco di persone che millantano di stare dalla stessa parte restano zitte, mute, facendo finta che non stia succedendo nulla. Il solito atteggiamento all’italiana.

Sei ancora uno dei pochi che in Italia parla apertamente della violenza della polizia, cosa ne pensi di quanto accade negli Usa, e come mai in Italia non c’è nemmeno un dibattito sulla questione?

Penso che siamo ad un passo dalla stessa situazione e penso che di certo me ne dovrò preoccupare di più io rispetto a un artista mainstream, come un ‘Lucky Luciano’ o un ‘Carlito’s Way’, a loro non gliene frega nulla, non hanno mai lottato con la loro musica. Io ho fatto così tanta lotta con la mia musica, ho fatto il brano “Mestiere di merda”, e ormai la polizia mi conosce a Lecce, e quando mi fermano c’è una bella differenza tra il trovare un poliziotto che sa che al massimo ti sei fumato una canna per strada o uno che sa che hai scritto un brano del genere, e suo figlio magari se lo sentiva il giorno in cui ti ha fermato prima di uscire di casa… Questo per dirti che ci sono tante sfaccettature della lotta, che la lotta intesa come militanza è fatta dalla quotidianità, che ci sono cose che vanno al di là delle prime impressioni e delle apparenze: poi ci sono delle colonne portanti del messaggio (hip hop) che sono state spinte da decenni e per fortuna c’è chi le porta ancora avanti.

Anche in Italia la repressione è molto forte verso diverse forme artistiche, che ne pensi di quanto successo al writer Geco?

Penso che sia dura, la repressione è sempre stata forte, ma al di là di essere messo a processo che è una cosa odiosa, quello che distrugge le vite è il calcolo dei danni, perché sappiamo come funziona.

Sei tra i pochi rapper ad aver affrontato il tema della dipendenza con il brano “17”, un tema toccato o in maniera puritana e perbenista oppure in modo molto superficiale, a volte fin troppo celebrativa verso il suo uso, e con l’utilizzo di stilemi tipici del Gangsta e Coca Rap. Cosa ti ha spinto ad affrontare l’argomento?

Non penso possa esistere una visione perbenista in quest’ambito, ognuno ha le sue idee in merito, comunque chi riesce a restare fuori dalla droga in una situazione del sociale come quella di oggi è già fortunato (…) In questo senso ho sempre avuto una visione militante, è dal 2000 che faccio benefit (…), è dai miei inizi che non ho mai accostato qualcosa che possa far male alla mia gente a quello che potrei dire con la musica. Inoltre, non penso sia solo una questione di droga, è una questione di strada, di armi e di violenza, ma la strada che cantiamo noi non è solo criminalità, la strada è una cosa preziosa, ricca di sfaccettature, così ricca che può essere di tutti senza bisogno che nessuno abbia bisogno di un titolo per dimostrarlo, un criminale può essere di strada, un fruttivendolo, per assurdo pure gli sbirri sono di strada. Comunque, fa schifo tutta la situazione generale, e non è soltanto una questione di droga, è che si sta abbassando il livello di comunicazione del rap. Una cultura nata per cercare di tirare fuori le persone dalla merda e dare un’alternativa, com’è stato per noi, adesso è in mano a qualche manager un po’ idiota, che ha pensato di poter riportare, scimmiottandole, tematiche e atteggiamenti che in America esistono, ma che qui non hanno nessuna attinenza col nostro vissuto, mischiandoci poi tutta questa violenza e una presunta scena Gangsta Rap che in Italia non esiste. In Italia se dici di essere gangsta, se veramente vogliamo metterla nei termini giusti, stai dicendo di essere mafioso, ti professi camorrista, perché in Italia è la mafia la vera criminalità, non il gangsta americano, che è un cane sciolto che prende e si compra le rocce e comincia a venderle per i ***** suoi in una sorta di rivisitazione del sogno americano. In Italia quando ti definisci gangsta stai dicendo che stai appoggiando un determinato tipo di vita e di mentalità che non ha niente a che vedere con quello che può sembrare “America”.

È un’idiozia frutto dell’ignoranza, perché quei ragazzini che oggi cantano queste tematiche lo fanno perché sono ignoranti, e perché qualcuno gli ha dato il là per cominciare. L’hip hop in Italia ha una radice che parte dai centri sociali e ha un suo perché anche il fatto che poi se ne sia slegato, ma a quanto pare non in bene, perché quello che poi è successo è una deriva da discoteca. (…) Molti rapper, spesso anche famosi, ridono di quando suonavano nei centri sociali, gente che se non fosse stata per i centri sociali sarebbe stato ancora con il culo seduto al fast-food a fare finta d’essere un rapper, questo è il problema fondamentale. Se parliamo di droghe penso che chi ne parla con leggerezza probabilmente non le abbia usate o non abbia ancora capito che cosa sta usando e se ne accorgerà ben presto (…)

Del pezzo “17” ho curato io la regia, quindi sapevo a cosa andassi incontro, ma ho vissuto una vita, da questo punto di vista, di totale emarginazione, anche da parte delle persone che avevo più vicine e  comunque sono persone che avevano il mio stesso stile di vita. (…) Ma non solo, spesso si è emarginati anche da chi si professa compagno e magari dovrebbe avere molta più attenzione per le marginalità.

> > > Video:

Dax (la notte nera di Milano)

Mestiere di merda

A Ferro E Fuoco feat Lou X (prod Disastro & Lou X)