Yemen / Per Saleh amnistia e fuga


L’ex-presidente yemenita graziato dal Parlamento fugge negli Stati Uniti, mentre si profilano elezioni presidenziali manovrate dall’Arabia Saudita. La piazza continua a chiedere giustizia.

24 gennaio 2012 - 12:05

Di Giorgia Grifoni da Nena News

Roma, 23 gennaio 2012, Nena-News. Il ‘macellaio’ di Sanaa, come lo chiamano i manifestanti, è scappato. Ha chiesto perdono, ha fatto le valigie e, poche ore dopo che il parlamento votasse il disegno di legge per l’immunità a 23 personalità politiche coinvolte nella rivoluzione yemenita, è volato negli Stati Uniti. Un voto unanime del Parlamento, considerato uno dei punti fondamentali dell’accordo promosso dal Consiglio di Cooperazione del Golfo lo scorso 21 novembre, che salva l’ex-presidente yemenita da un processo giusto e fortemente voluto dalla piazza. I manifestanti sono accampati da due giorni per protestare contro la decisione del Parlamento: chiedono ancora il giusto trattamento per il responsabile dell’uccisione di più di mille persone e il ferimento di quasi 20.000 yemeniti.

A un occhio non allenato, poteva apparire come la rivoluzione finita ‘bene’: dittatore che viene costretto dai paesi vicini a dimettersi, passaggio immediato dei poteri al vice-presidente, spartizione dei ministeri tra maggioranza e opposizione, elezione di un candidato anti-governativo come primo ministro. E poi il punto più importante: una data certa -21 febbraio- per le elezioni cosiddette libere, il traguardo agognato di ogni rivoluzione che si rispetti. C’è sempre un ‘però’, anche nella pagina yemenita: per permettere la transizione, Saleh doveva andare in esilio. Ovviamente, tra i paesi pronti ad accoglierlo, si facevano già i nomi di Stati Uniti e Arabia Saudita. Un piccolo dettaglio, se comparato all’interesse generale del paese.

Guardando meglio, si scopre in primis che Saleh non si è mai ufficiosamente dimesso. Certo, ha firmato un documento sotto gli occhi delle petromonarchie del Golfo, ma in realtà è riuscito a concedere l’amnistia “per tutti gli yemeniti che hanno commesso errori” durante la rivoluzione. Tutti tranne i responsabili dell’attentato al palazzo presidenziale del giugno scorso, quando il dittatore venne trasportato a Riyadh per curarsi. Con un annuncio alla Tv di Stato lo scorso 27 novembre, Saleh ha quindi usato i poteri che avrebbe dovuto lasciare al momento della firma a Riyadh.

Manifestazioni di piazza lo scorso febbraio nella capitale yemenita

Il passaggio al suo vice, Abdel Rabbo Mansour Hadi, non è quindi avvenuto, anzi: alcune fonti dicono che si dimetterà ufficialmente il mese prossimo. Per quanto riguarda Hadi, fidato collaboratore di Saleh da anni, le notizie sono due: il Parlamento lo ha indicato come candidato unico alle prossime elezioni presidenziali – ovvero ‘il candidato del consenso’- e un decreto presidenziale lo ha elevato al rango di Maresciallo capo, il grado più alto delle forze armate. Che vinca o meno le elezioni, Hadi si troverebbe comunque nella posizione di poter comandare i militari. Il nuovo premier Basindwa ha invece poteri molto limitati rispetto al presidente: è fuori questione che il Parlamento, come il nuovo presidente del consiglio ha più volte affermato in passato, possa cambiare il sistema vigente da presidenziale a parlamentare. Con le elezioni alle porte, senza una modifica sostanziale della Costituzione in questo senso, lo Yemen rischia di ritrovarsi al punto di partenza.

Sembra tutto sotto controllo per l’Arabia Saudita: Saleh è ancora in carica dietro Hadi, che quasi sicuramente sarà il nuovo presidente dello Yemen; i ministeri sono stati spartiti in modo molto ingegnoso: al partito di Saleh restano Difesa, Esteri e Petrolio e i Salafiti, puri sunniti, sono stati introdotti nel nord del Paese da Riyadh per combattere gli Zayditi. Questi ‘eretici’ sciiti, che da secoli abitano al confine con l’Arabia Saudita, con la loro confederazione più potente, gli Houthi, minacciano da anni il potere centrale. Ma Riyadh non ha fatto ancora i conti con al Qaeda, risorta nel sud-est del paese. Il 14 gennaio scorso centinaia di estremisti legati al movimento avrebbero occupato la città di al-Rada’a, liberando 52 detenuti dalla prigione centrale e dimostrando a tutti l’assenza delle istituzioni. Il leader del gruppo è Tareq Ahmad Nasser al-Dhahab, capo della tribù Kaifa e cognato di Anwar al Awlaki, estremista ucciso da un drone americano lo scorso 30 settembre a al-Jawf. Al-Dhahab parla già di Califfato nel sud-est del paese, ma fonti all’interno dei Kaifa assicurano che lascerà la città se suo fratello Khaled verrà liberato. Il gruppo di al-Dhahab è responsabile di aver sequestrato 11 soldati a un checkpoint fuori al-Rada’a e l’esercito circonda da qualche giorno la città. Si profila un nuovo conflitto per un paese già in ginocchio e ‘Noon Arabia’ si chiede, rassegnata, su Twitter: “Alla fine, Saleh si prende l’immunità. E lo Yemen cosa si prende? Rimane senza elettricità. Fino a oggi”. Nena News.

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