DI ISADORA D’AIMMO

Roma, 26 maggio 2011, Nena News (nella foto il presidio fuori all’Universita’ di Sanaa) – Questa mattina lo Yemen ha conquistato gli onori delle prime pagine dei giornali online che hanno riportato la notizia degli scontri della notte tra i sostenitori del Presidente e gli uomini dello sceicco al-Ahmar. È la cronaca degli inizi della guerra civile. Gli yemeniti di piazza Taghyir ne sono convinti, ma dichiarano che faranno di tutto per proteggere la loro rivoluzione in cammino. Piazza Taghyir vuole la pace, continua a occupare le strade ad oltranza, reclamando una transizione nonviolenta e democratica. Sono determinati: la guerra non deve travolgere la piazza.

La nuova fase della crisi yemenita è iniziata qualche giorno fa, quando Ali Abdallah Saleh, invece di dimettersi come promesso, ha rifiutato di firmare l’ennesimo accordo maturato nell’ambito dell’iniziativa del Consiglio di Cooperazione del Golfo.

In risposta, lo sceicco Hamid al-Ahmar, capo della federazione tribale degli hashidi, alla quale è affiliata la tribù dello stesso Saleh, è arrivato a Sanaa coi suoi uomini. Hanno attaccato e occupato alcune sedi cruciali del Governo, come il Ministero degli Interni, dell’Amministrazione locale, dell’industria e del commercio, l’agenzia stampa Saba e un ufficio della Yemenia, la compagnia di bandiera. In questo momento gli scontri si stanno estendendo anche in altre zone a nord-nordovest di Sanaa, e il quadro complessivo è piuttosto incerto.

Lo sceicco Hamid al-Ahmar – foto Reuters

L’inizio della guerra aperta di al-Ahmar contro Saleh non è una tardiva adesione al movimento di protesta, e vale la pena specificare che i suoi obiettivi sono diversi. Al-Ahmar appartiene da sempre alla struttura del potere di Saleh, come anche il Generale ‘Ali al-Muhsin. Sia l’uno che l’altro sono già da tempo considerati “cospiratori” e anche se hanno provato ad associare la propria lotta per il potere alla primavera araba, la piazza li ha “distinti”.

Lo sceicco appartiene ad una famiglia importante nella politica yemenita. È figlio del defunto ‘Abdallah Ibn Husayn al-Ahmar, capo supremo degli hashidi, figura di spicco nella rivoluzione che determinò la fine del regno degli imam, nonché promotore e sostenitore di Saleh. Hamid è un ricchissimo uomo d’affari – una delle principali compagnie di telefonia mobile, la Sabafon, è di sua proprietà, insieme a numerose altre aziende di primo piano. Politicamente, è un quadro dell’Islah, il partito per la Riforma (islamica). È considerato l’ideatore della coalizione di opposizione, il JMP, e la guida dell’opposizione tribale. Secondo i dispacci dell’ambasciata americana resi pubblici da WikiLeaks, avrebbe iniziato a cospirare contro Saleh già alla fine del 2007 e a cercare l’alleanza con il Gen. ‘Ali al-Muhsin. Questi, al fianco di Saleh dal 1978, è noto come l’uomo che ha sedato brutalmente le spinte secessioniste in Yemen del Sud nel 1994, all’indomani dell’unificazione. Recentemente, nei primi mesi del 2010, si è distinto per la repressione al Nord, nella zona di Saada, contro i ribelli Huthu (sciiti zaiditi, teologicamente vicini alla sunna). Infatti, nonostante il generale silenzio dei media occidentali, a Saada è stato compiuto un massacro e mentre ancora si bombardava la comunità internazionale discuteva di ricostruzione e emergenza umanitaria senza riuscire a fermare i bombardamenti.

Per comprendere la complessità del quadro attuale, vanno ricordati anche altri fattori. Nell’ex Yemen del Sud il cambiamento conseguente all’unificazione è stato mal accettato, per ragioni sia politiche ed economiche che culturali. Lo Yemen del Sud, infatti, con l’Unione Sovietica aveva sviluppato strutture e comportamenti sociali aperti e moderni, che configgono con alcuni aspetti culturali del Nord, plasmatisi durante il “Medioevo degli imam”, capitolato nel 1962. Il Sud, inoltre, dopo soli vent’anni di unificazione, si ritrova più povero e vede le proprie risorse destinate non allo sviluppo, ma alla cementificazione di un sistema di potere su base tribale, anti statale, corrotto e clientelare oltre che profondamente escludente. Tuttavia, un aspetto interessante di questi ultimi mesi è che in un certo senso l’attivismo politico della piazza di Sanaa sembra aver ridefinito le aspirazioni secessioniste del Sud come volontà di secessione da Saleh e da quel sistema di potere, ma non necessariamente dallo Yemen.

Va poi considerata la presenza di al-Qaidah, al di là del suo effettivo attivismo in Yemen. È stata utilizzata da Saleh come strumento di controllo sociale e politico ma anche come elemento di pressione economica nei confronti della comunità internazionale quando questa ha provato a subordinare gli aiuti allo sviluppo all’attivazione di riforme democratiche nel paese. Basti pensare che dopo il fallito attentato del 2009, gli Stati Uniti hanno speso circa 300 milioni di dollari per la lotta al terrorismo e la preparazione delle truppe del presidente Saleh, fornendo tecnologie e attrezzature militari, nonostante il regime fosse riconosciuto come antidemocratico e repressivo. L’Arabia Saudita ha invece sostenuto il Governo yemenita per prevenire eventuali ingerenze iraniane.

Un altro strumento di “pacificazione” sociale è rappresentato dal qat. Sono foglie fresche che vengono masticate e tenute in bocca per molte ore. Hanno un effetto stimolante ed erano storicamente utilizzate per sostenere ritmi di lavoro intensivi e per ridurre gli effetti dell’altitudine nel deserto. Oggi, in questo Yemen improvvisamente trasformato, in cui sembrano più evidenti gli aspetti deteriori dello sviluppo, e non quelli positivi, il qat è masticato ogni giorno dall’una in poi. Il paese sembra improvvisamente fermarsi ed assopirsi in questa ruminazione collettiva ed ossessiva. All’ora del qat, ci si dimentica sostanzialmente di tutto, anche della grave situazione socioeconomica.

Lo Yemen è il paese arabo con l’indice di sviluppo umano più basso. Metà della popolazione vive con meno di 2 dollari al giorno. Il tasso di disoccupazione è in crescente aumento, insieme alla densità abitativa della capitale e a un processo di desertificazione allarmante. La povertà, che significa mancanza di presente e di futuro per la maggioranza, implica una bassa qualità della vita anche per i ricchi. Tra i maggiori disagi quotidiani, la mancanza cronica di corrente elettrica e di acqua.

Anche in queste ore, di guerra in alcune strade e di rivolta in altre piazze, la capitale non ha corrente elettrica e il carburante scarseggia. La corrente serve anche ad estrarre l’acqua dai pozzi e a pomparla nelle cisterne sui tetti, che altrimenti restano vuote. Senza corrente non funziona neanche internet e i telefonini non si possono ricaricare. Il movimento teme la guerra civile, ma i giovani, le donne, gli intellettuali, le famiglie, la moltitudine che il presidente ha denigrato come una “mescolanza di sessi” coordinata da Tel Aviv, vogliono una transizione e restano in piazza affinché possa essere democratica e pacifica.