Usa / #Occupy: Hot town, struggle in the city


Un bilancio, necessariamente parziale, del movimento esploso un anno fa negli Stati Uniti. Mentre in California resta viva la “Oakland Commune”, Occupy Wall Street vive pulsioni centrifughe, e si trova a misurarsi con la campagna presidenziale.

05 settembre 2012 - 18:29

Di Sean Patrick Casey, da New York, da sConnessioni Precarie

Hot town, summer in the city
Back of my neck getting dirty and gritty
Been down, isn’t it a pity
Doesn’t seem to be a shadow in the city
The Lovin’ Spoonful – Summer in the City

I ritmi e i tempi del conflitto sociale e politico sono irregolari e imprevedibili, ma il fenomeno #Occupy, con poche eccezioni, ha fatto vedere meno di se stesso negli ultimi mesi, dopo l’iniziativa solo parzialmente riuscita del primo maggio. Questa esistenza in tono minore si è senz’altro notata a New York, dove però nelle ultime settimane di agosto hanno cominciato ad aprirsi diversi spazi di organizzazione e mobilitazione verso il primo anniversario dell’occupazione di Zuccotti Park, il 17 settembre.

Se il movimento di Oakland (ribattezzato the Oakland Commune da molti militanti del posto) ha avuto la capacità di mantenere vivo uno spazio nel quale soggetti politici e singole persone potessero esprimersi con un’unica voce, relativamente omogenea e molto radicale, nei mesi dopo lo sgombero di Zuccotti Park OWS è andata per molti versi nella direzione opposta. Si sono moltiplicati a dismisura gruppi di lavoro, piccoli interventi locali, e manifestazioni sulle tematiche più ampie (dall’ambiente ai diritti dei disabili), ma senza vedere ricostituirsi quello spazio centrale nel quale i discorsi e le tensioni più sparute potessero trovare un confronto, un tentativo di sintesi, una discussione e un indirizzo collettivo. Questa espansione centrifuga è stata, e rimane, un aspetto ambiguo di OWS. Sicuramente gli ha permesso di entrare in contatto con più facce della complessa geografia di classe newyorchese, attraverso le tematiche della casa, del lavoro, dei diritti, del razzismo, dell’esclusione sociale e dell’ambiente, ma contemporaneamente ha significato la scomparsa, per il momento, di quella faccia unitaria, forte e combattiva (sebbene sempre in forma diversificata) che aveva dimostrato a settembre dello scorso anno. Si tratta, probabilmente, di un esito inevitabile, e non si può escludere che proprio queste voci e questi interventi diversificati possano essere la forza che permetterà al movimento di ricomporsi, riorganizzarsi e radicalizzarsi da qui in avanti. Qualunque sarà l’esito di questa ripresa di iniziativa e degli eventi costruiti a ridosso delle celebrazioni del 17 settembre, una cosa è certa: qualcosa si muove.

Verso il 17 settembre e la tre giorni di iniziative organizzati attorno al primo anniversario dell’occupazione di Zuccotti Park si sta concentrando lo sforzo organizzativo degli attivisti newyorchesi, per rilanciare il movimento non solo a New York, ma in tutto il paese. In città, nei parchi, nelle sale da caffè o su in internet, piccoli gruppi di lavoro decentrati stanno discutendo e organizzando i momenti che comporranno questa tre giorni di rilancio, il successo o il fallimento del quale forse darà anche la misura dell’efficacia di questo metodo organizzativo. Si tratta di un percorso accompagnato dall’ambiguo rapporto tra il movimento e le elezioni di novembre, e in particolare con i due maggiori partiti in corsa per le presidenziali. Questa ambiguità non è nuova, ed emerge ogni quattro anni nel dibattito dei movimenti per la giustizia sociale negli Stati uniti. A renderlo evidente sono le diverse mobilitazioni attorno alle due convention, organizzate da vaste coalizioni a cui i siti di #Occupy rimandano e a cui gli attivisti di #Occupy partecipano. Se la convention repubblicana è stata esplicitamente contestata, attorno a quella democratica si è costruita una mobilitazione dal nome ambiguo: «Marcia a sud di Wall Street (la zona commerciale di Charlotte, città che ospita la convention), costruire potere popolare alla Democratic National Convention». Questa impostazione sembra aderire all’idea di agire come base di pressione sul partito democratico, di scegliere il minore dei due mali, una posizione che gli attivisti più radicali di #Occupy hanno sempre cercato di arginare e sconfiggere per favorire un’organizzazione autonoma decentrata, apartiticità e intervento diretto nelle tematiche sociali. Sarà molto interessante comprendere se questa posizione possa prevalere nel corso di un anno di campagna elettorale, quando la pressione per dare un appoggio, se pure critico, al presidente Obama sarà fortissima. Se la storia recente americana insegna, qualsiasi posizione che non preveda il sostegno critico di Obama verrà bollata di estremismo e accusata di fare un favore ai repubblicani.

Nonostante l’incertezza che regna sul futuro del brand #Occupy, una cosa certa è che la tensione al conflitto di classe che ha avuto al suo interno uno spazio di crescita non è morta. Al contrario, anche nell’insopportabile caldo di agosto sta mettendo in campo momenti di organizzazione, agitazione e conflitto. La rete di militanti e lavoratori, sindacalizzati e non, che era nata attorno al gruppo «Labor Outreach» esiste ancora, come pure la rete «99 Pickets», nata attorno allo sciopero del primo maggio. Nelle ultime settimane sono partite campagne in diversi luoghi di lavoro, che hanno visto momenti forti di mobilitazione, solidarietà e conflitto. A luglio e agosto 8500 lavoratori hanno subito la serrata della Con-Edison, azienda cittadina di forniture elettriche, che tentava così di imporre al sindacato la modificazione del piano pensionistico. I cantieri del gigante delle telecomunicazioni Verizon sono stati picchettati da un gruppo di pensionati ancora attivi nel combattere per i diritti di chi lavora, e l’iniziativa è stata sostenuta da diversi militanti delle reti nate quest’anno. I lavoratori dei sindacati CWA e IBEW lavorano da un anno senza contratto, ma in ogni negoziazione la dirigenza è stata irremovibile: qualsiasi nuovo contratto prevederebbe lo sventramento delle pensioni, l’aumento della precarietà e la riduzione della copertura sanitaria. Tutto questo senza mettere in discussione le migliaia di posti di lavoro esternalizzati negli ultimi anni. L’iniziativa voleva essere il primo passo verso una mobilitazione più ampia per quest’autunno. Due settimane dopo, attivisti del «99 Pickets», accompagnati dalla Rude Mechanical Orchestra, orchestra militante newyorchese, hanno fatto irruzione in diversi negozi della Verizon, portando l’attenzione sulla campagna nei luoghi di consumo.

Nella seconda metà di agosto si sono visti due esempi del modo in cui l’organizzazione dei precari sta riuscendo ad arrivare laddove è più difficile, e a creare connessioni che vanno ben al di là del singolo luogo di lavoro. A marzo i lavoratori de supermercato Golden Hill di Brooklyn hanno fatto causa al loro padrone per anni di salari inferiori al minimo sindacale e il mancato pagamento degli straordinari. A maggio si sono costituiti in sindacato. Il 12 luglio è morto uno dei lavoratori, Felix Trinidad, di 34 anni. Malato da tempo, aveva rimandato una visita medica per la mancanza di giorni di malattie, assicurazione sanitaria, e il salario da fame con il quale a malapena riusciva a mantenere la sua famiglia. Durante tutto il corso della sua malattia, Felix ha continuato a frequentare le riunioni, organizzare i suoi colleghi e partecipare alla campagna, che ha visto un forte sostegno di militanti attivi da anni nelle lotte sociali, nuove reti nate attorno a #Occupy, ma anche – e questo è forse il dato più importante – di realtà di community organizing del quartiere, che hanno permesso una partecipazione numericamente maggiore e più continuativa ai picchetti.

A maggio i lavoratori di uno dei ristoranti della catena Hot & Crusty di Manhattan, con il sostegno e l’intervento del sindacato Laundry Workers Union, avevano creato un sindacato indipendente, denunciando anni di soprusi, bassi salari e ricatti legali ai lavoratori. In questo settore i lavoratori sono quasi esclusivamente migranti ispanici, spesso irregolari, e il ricatto legato al loro status giuridico è usato quotidianamente per imporre livelli sempre più alti di precarietà e sfruttamento. Ad agosto è arrivata la notifica della chiusura del primo ristorante sindacalizzato. Per i lavoratori questa è stata palesemente una rappresaglia e un atto intimidatorio verso i lavoratori di altri ristoranti della catena. L’intenzione dei padroni è di chiudere il ristorante, perdendo molti soldi nel breve periodo ma garantendosi la possibilità di una futura riapertura con nuovi lavoratori non organized. Il 31 agosto i lavoratori hanno risposto occupando il ristorante e lanciando un picchetto a oltranza. In sostegno all’occupazione sono arrivati attivisti sindacali e #Occupy, militanti della sinistra radicale cittadina, e wobblies del IWW. Alla fine del primo giorno la polizia è intervenuta duramente, arrestando cinque dei presenti, ma il giorno dopo il picchetto è ripartito ed è proseguito anche nel corso del Labor Day. Le ordinate celebrazioni nazionali della festa del lavoro sono così state disturbate da un esempio di lavoro insubordinato che agisce in uno dei molti centri del capitalismo globale.

Tirare le somme in merito al movimento #Occupy è un compito impossibile in questo momento; le lotte che riuscirà o non riuscirà a organizzare, sostenere e portare avanti saranno determinanti. Sicuramente la mobilitazione di settembre ci darà delle indicazioni sulla forza attuale del movimento, e sulle sue potenzialità per il futuro. Una cosa si può però dire già ora, con certezza: la scommessa sulla quale molti dei militanti di #Occupy hanno puntato, di privilegiare il terreno di classe come luogo d’intervento, di dare al 99% una fisionomia reale e di intervenire direttamente per creare connessioni nei luoghi di lavoro non è stata perdente. La sfida di organizzare l’inorganizzabile, connettere i diversi pezzi del lavoro vivo e produrre nuovi modelli di mobilitazione e solidarietà di classe continua a offrire una prospettiva reale al movimento newyorchese. Una prospettiva che non si limita alla manifestazione e alla contestazione, ma che si pone il problema dell’organizzazione e del rovesciamento dei rapporti di forza.

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