Uniti per lo sciopero verso il 6 maggio


“Quando a sognare sono migliaia di persone si chiama realtà”. Tpo, Sadir, e altre realtà del mondo associativo annunciano uno spezzone unitario al corteo Cgil del 6 maggio

03 maggio 2011 - 21:28

Che lo sciopero generale del 6 maggio indetto dalla Cgil sia diverso da quelli che abbiamo sempre attraversato si era capito già dal modo in cui è stato costruito, gridato nelle piazze, dall’alto dei monumenti e dal basso dei movimenti. Le possibilità che ci offre non sono invece nulla di già dato, ma piuttosto una cornice aperta che torna a dipendere dall’azione di tutt*. Ripercorrendo a ritroso le tappe di questo autunno sentiamo che essere ambiziosi è una necessità, che il 6 maggio è un’occasione per dimostrare che un’alternativa alla fuga, allo sfruttamento e all’impoverimento generale è possibile, qui ed ora.
Le lotte dell’autunno hanno visto un paese riavvicinarsi alla vita reale, quella oscurata dai media, quella fatta di incertezze, di chi vive giorno per giorno, di chi lavora per qualche mese. Di fronte a quello che sembrava un declino inarrestabile del lavoro e dell’università pubblica, no forti e costituenti hanno esteso i confini di una comunità politica che camminava in direzione ostinata e contraria a quella di un’uscita dalla crisi fatta di povertà per tutti, garantiti e non garantiti. Un camminare domandando che ha visto migliaia di corpi tornare in strada con la capacità di parlare oltre i contorni delle proprie storie, interpretando un dissenso diffuso e generalizzato.
Abbiamo visto scendere in piazza i volti di una generazione che ha deciso di non fuggire più, di affrontare la precarietà, sfilandola dal dramma delle proprie biografie individuali per trasformarla in un punto interrogativo sul futuro di questo paese. La generazione che non parla neanche più di “crisi della rappresentanza”, ma che la rappresentanza non l’ha mai conosciuta, se non quella costruita autonomamente scendendo in piazza. La generazione che non ha nostalgia del passato, ma che reclama un futuro determinato dal proprio agire. Quel futuro che gli è stato privato come il prezzo da pagare per una crisi di altri, di quelli che producono ricchezza attraverso le rendite e i patrimoni, di quelli che scaricano i rischi di un mercato finanziario instabile sul lavoro, protetti dal drammatico vessillo della flessibilità.
Sentiamo vicine e complici le voci che provengono dal maghreb e dal mashrek, voci di una generazione che nei profili radicali e costituenti sentiamo legata con un filo rosso alla nostra: senza futuro, senza lavoro e costretta alla fuga. E’ per questo che condanniamo senza alcun indugio l’intervento militare in Libia, perché le guerre degli ultimi dieci anni ci dimostrano come ricchezza è stata per chi lanciava bombe, mentre morte, povertà e destabilizzazione erano per chi dalla guerra sarebbe dovuto uscirne con un processo democratico.
Nell’ottica della crisi continuiamo a leggere l’incapacità dello Stato-nazione e dei suoi confini di far fronte alla turbolenze delle migrazioni globali, trasformando il sogno di migliaia di donne e uomini di un futuro migliore in una mera questione di ordine pubblico, da cavalcare e da gestire a fini elettorali. Lo scontro di questi giorni fra le diplomazie europee, impegnate a spartirsi le ricchezze della nuova guerra e a scaricarsi a vicenda le responsabilità, ci spinge oggi a riaffermare il nostro benvenuto ai fratelli e alle sorelle nordafricane. Sentiamo come necessità immaginare un mondo senza confini dove la libertà di movimento sia per tutt* un diritto a prescindere dalle provenienze geografiche.
Abbiamo visto nuove composizioni cromatiche mescolarsi lungo il cammino della lotta per i beni comuni. Dal movimenti per l’acqua, a quello della pace, passando per il movimento del no al nucleare torna ad essere essenziale opporre percorsi pubblici e collettivi alla “privatizzazione dell’esistente”. Risulta evidente il terribile calcolo razionale che si cela dietro la svendita dei beni comuni, dopo vent’anni di ubriacatura ideologica non crediamo più a chi ci offre la malattia come cura. Si tenta ora di recintare nel giardino dell’oligarchie ciò che appartiene a tutti, riproponendoci paradigmi di produzione energetica e di gestione delle risorse che puntano all’autodistruzione dell’uomo e della terra che lo ospita.
Vediamo emergere sempre di più una logica di governo escludente, che spinge ai margini ciò che non riesce ad interiorizzare, privando costantemente donne e uomini del diritto a scegliere e a determinare il proprio futuro. E’ questo il caso degli studenti al quale nessuna scelta viene data nei confronti della dismissione dell’università pubblica, ma è anche il caso dei migranti, ai quali nessuna possibilità di scelta viene data da una legge sull’immigrazione criminalizzante. La democrazia in questo paese è stata svenduta, erosa dall’alto, consumata dall’azione delle cricche, delle oligarchie e dei monarchi. E’ diventata appannaggio di pochi, delle elites di governo, mentre agli altri vengono lasciati ricatti e trappole condite dai talent show del sabato sera. Essere in tant* il 12 e 13 giugno ad andare alle urne per i referendum dell’acqua e del nucleare, significa anche riappropriarsi della possibilità di costruire barricate nei confronti dell’azione distruttrice di questo governo. Dire basta alla svendita dei beni comuni senza se e senza ma. E mentre scriviamo queste righe il governo con un arroganza senza più pudore e con il disprezzo totale verso la volontà dei cittadini cerca di impedire lo svolgimento dei referendum che milioni di persone hanno richiesto. Oggi, più di prima i percorsi di partecipazione attiva verso i referendum del 12 e 13 giugno, vanno oltre la centrale e fondamentale difesa dei beni comuni. Essi parlano direttamente di democrazia.
Generalizzare lo sciopero non significa semplicemente coinvolgere nello sciopero generale del più grande sindacato italiano anche il moderno universo contrattuale, ma significa dotarsi di strumenti adeguati per fronteggiare una nuova fase dove la vittoria dell’uno è indissolubilmente legata alla vittoria degli altri, perché nei confronti di questa crisi, sistemica più che contingente, può esistere solo un’uscita collettiva dalla crisi. E’ per questo che affermiamo con forza che la difesa del salario oggi passa attraverso la proposta di un reddito di cittadinanza e attraverso un nuovo welfare universale e su base individuale, che la difesa dell’occupazione è possibile solo se riusciamo ad immaginare un nuovo modo di produrre, che la lotta contro la precarietà si intreccia e si sovrappone alla difesa del contratto collettivo nazionale. Il 6 maggio saremo in piazza in uno spezzone unitario che sappia mescolare e contaminare claims prima che pratiche di sciopero, per invertire tutto ciò, per costruire un percorso di uscita dalla crisi che non sia al ribasso, che non parli di austerity, che non sia la privazione del futuro di un’intera generazione.
La primavera è già iniziata e Il 6 maggio è l’occasione per tornare a sognare collettivamente, è l’occasione per costruire realtà.

PRIMI FIRMATARI

Tpo Bologna
Sadir – Unicommon Bologna
Circolo Metropolitano Panenka
Associazione Ya Basta!
Spazio sociale studentesco – Link Bologna
Free Ccp – Cordinamento Giornalisti Precari
Fabbrica di Nichi – Bologna
Progetto praticanti

per aderire all’appello:  unitiperlosciopero.bologna@gmail.com

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