Un racconto di Jack London per ProletariaBoxe


E’ uscito il primo quaderno di autofinanziamento di ProletariaBoxeBologna, contenente il racconto “Il messicano” di Jack London.

12 novembre 2009 - 20:04

boxingLe copie del quaderno possono essere richieste alla palestra dell’Xm24, in via Fioravanti 24, il martedi dopo le 20 e il mercoledi dopo le 18 (oppure a proletariaboxe@gmail.it).  Il costo del quaderno è di 3 euro e serve per autofinanziare il progetto di ProletariaBoxeBologna.

Dalla presentazione del quaderno:

Questo breve racconto di Jack London (1), è del 1911, un periodo in cui gli incontri di boxe assomigliavano più a veri e propri massacri che a eventi sportivi. Siamo all´inizio dello scorso secolo, epoca attraversata da grandi movimenti sociali, dalla rivoluzione russa del 1905 con l´apparizione della forma sovietista, il potere diretto dei lavoratori, e dall´impetuoso crescere del movimento socialista e operaio in tutto il mondo. Il Messico era attraversato da numerosi fermenti rivoluzionari, capeggiati da vari dirigenti rivoluzionari: Villa, Zapata, ecc, dove le masse contadine iniziavano ad essere agenti diretti del cambiamento sociale. Questo racconto è un affresco di questo periodo dove si mischiano le dinamiche sportive della boxe, con la rabbia e il sangue delle masse popolari che si sollevavano.

La boxe è un insieme di violenza e logica, dove più si fondono questi elementi e maggiore è la resa dell´atleta. Il movimento del pugile è contraddistinto da passi di danza e pugni. Nel pugilato ci sono solo tre colpi: diretto, gancio, e montante, il resto è movimento del corpo, roteare del busto e gioco di gambe. Il pugilato spesso viene associato alla potenza e alla forza, ma ben più importante è la volontà, una corazza invisibile che un pugile si cala prima di salire sul ring, che gli permettere di non soccombere. I pugni fanno male, ma si è sconfitti sempre prima a livello mentale, perdendo fiducia nelle proprie capacità, e passivamente facendosi travolgere dalle onde avversarie. Sport dove la fatica e il dolore diventano compagni di viaggio, in ogni incontro anche il più facile, si deve accettare di essere colpiti. Le schivate, le finte, da sole non bastano a proteggersi dai colpi dell´avversario.

Non è possibile parlare della boxe, senza soffermaci su quel mondo parallelo che è il ring e la palestra, con i suoi riti, i suoi codici. Uno sport fatto di sacchi dove tirare i pugni, ma anche di specchi dove si riflettono i movimenti e si corregge la postura, come in una sala da ballo. Vi è poi la vestizione, rito nel rito, con le fasce alle mani, la conchiglia, i guantoni. L´atleta si presenta in “mutandoni” durante l´evento sportivo, elemento che accentua la percezione di violenza di questo sport, visto che l´atleta si presenta “nudo” a combattere. Vi sono poi nell´incontro molteplici situazioni, il pugno risolutore, la lenta demolizione, la testata “infame” o quella involontaria, il ko, il perdere ai punti, e le infinite polemiche sulle valutazioni arbitrarie, ma questo ci porterebbe troppo lontano, visto che lo scritto di London va ben al di là del mero racconto sportivo.

E´ uno scritto anomalo di London, dove lo scrittore cerca di far avvertire tutto lo spessore classista e “antimperialista” del pugille messicano, l´odio per questo sport inventato dai bianchi, e più in generale dalla società corrotta dei Gringos… Si mette in luce la differenza tra il gioco e la vita, tra l´essere e l´apparire: tra le necessità vive della rivoluzione messicana, il suo essere impetuosa ma estremamente povera, e la spensieratezza e l´opulenza statunitense, già allora un immenso contenitore di finti sogni e personaggi da rotocalco.

London scelse la boxe, oltre che per essere stato anch´esso un pugile, perché è per molti versi uno dei migliori contenitori di vizi della società. C´è il lato voyeristico di passività del pubblico, abbagliato da due corpi semi nudi che si macchiano di sangue, c´è poi il contesto commerciale legato alla boxe, che è il vero motore della storia che presentiamo, parabola amara di come ci osserva e ci combatte il “terzo mondo”.

Qualcuno potrà trovare romantici alcuni passaggi del racconto, che però vanno letti in un´ottica realista, cogliendo quel cieco odio che muove la rivolta dei dannati della terra. L´odio del giovane messicano, il suo dover combattere alle regole o meglio alle “non regole” dei gringos, è l´altra faccia del racconto, che estremizza con licenza poetica due tipologie umane: i due pugili che si combattono, che diventano le due nazioni, Messico e Usa, e più semplicemente alla fine le due classi che si fronteggiano, lavoratori contro padroni.

Viviamo un epoca dove lo sport è praticato più a livello di tifo che nell´esercizio di una determinata attività. Ci si anima per il cosiddetto tifo, ma non ci si accorge che si è sempre più relegati a spettatori, paganti passivi, mentre l´azione, la decisione viene relegata ad altri. Siamo arrivati alla forma più parossistica relegando lo stesso tifo, attività passiva ma ritenuta troppo esuberante, alla segregazione casalinga, dove comodamente in poltrona, chiusi nei nostri loculi possiamo sognare guardando alla tv a pagamento gli atleti.

Lo sport, forte veicolo di massa di energia e passione, è stato scarsamente attraversato da esperienze di sinistra in Italia. Ci sono pochissime associazione sportive e palestre fondate sui valori socialisti, quando esistono sono relegate a nicchia o appendice di strutture, quasi ad essere accessori, per far bella figura.

Centinaia di giovani, cosi come di compagni, seguono lo sport, ma ben pochi hanno la capacità di trasformare questo ampio interesse in un´arma culturale e politica. Ogni sport, sai individuale che di squadra, ha degli elementi legati al predominio (inteso come violenze e sopraffazione), tuttavia vi è in ogni attività sportiva un livello di lavoro collettivo, sacrificio, disciplina, capacità di valutare i propri limiti, che rispondo ai più naturali principi di un comportamento legato al pensiero socialista e alla lotta operaia organizzata.

In nazioni come Cuba, dove lo sport è praticato a livello di massa, non esiste il professionismo, in quel contesto lo sport diventa autenticamente disciplina popolare, che serve inoltre a prevenire anche determinate malattie.

La sinistra, le organizzazioni comuniste, le associazioni, i collettivi, dovrebbero avere la forza di sviluppare un proprio movimento sportivo, slegato dalle logiche professionistiche, protetto dalla piovra del profitto e libero di sperimentare un diverso modello di socialità. Si organizzano numerose feste, campeggi, nei circuiti di sinistra o eventi culturali come concerti musicali e spettacoli teatrali, ma ben poco si fa rispetto alle manifestazioni sportive. Ritornare ad esercitare una egemonia culturale nella società vuol dire anche avere la forza di intervenire in aspetti definiti secondari come spesso erroneamente è considerata l´attività fisica (2).

Questo sicuramente non risolverebbe i problemi di una società ingiusta e malata come la nostra, ma sarebbe un ottimo veicolo di aggregazione e di identificazione, magari riuscendo addirittura a strappare alcuni giovani delle nostre periferie all´abbandono, all´oblio, alla droga e all´alcol, questo senza dover inchinarsi ai valori borghesi, ma avendo la forza di offrire un altro modo di praticare lo sport e più in generale di sperimentare la forza di una collettività.

Inoltre una sana attività sportiva, e di combattimento, è un piccolo ma crediamo importante contributo all´autodifesa militante, che in questo periodo contraddistinto dall´emergere di nuove destre, Lega e neo-fascisti, assume un carattere importante.

Dare vita a esperienze di sport popolare vuol dire prima di tutto praticarlo e creare le condizioni perché diventi una possibilità per tutti/e.

Proletaria Boxe Bologna

1) Jack London, pseudonimo di John Griffith Chaney London (San Francisco, 12 gennaio 1876 – 22 novembre 1916), è stato uno scrittore statunitense, noto per romanzi quali Zanna bianca e Il richiamo della foresta

2) Mao Tse Tung, Uno studio sull´educazione fisica, Sansoni, 1971, Firenze

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