Editoriale / Un bambino di venti giorni, morto perché senza-casa


Quelli che oggi si domandano come sia potuta avvenire una tragedia simile, dove erano quando ZIC denunciava, in solitudine, il taglio ai servizi sociali?

10 gennaio 2011 - 19:06

La tragedia, questa volta, si è consumata in Piazza Maggiore, nel salotto buono della città. Ed è avvenuta il 4 gennaio, quando Devid Berghi, un bambino di venti giorni appena, è stato stato raccolto da un’ambulanza del 118 in centro, ma non ce l’ha fatta a sopravvirere. Tra le cause del decesso il freddo. Infatti, il bimbo, nato da pochi giorni, viveva tra la strada e la biblioteca Sala Borsa, con la mamma, il papà, un fratellino gemello e una piccola sorella. Lui non ce l’ha fatta a resistere, mentre sono riusciti a salvarsi i due suoi fratellini.
I volontari del Servizio Mobile di Piazza Grande, che si occupa di persone che vivono in strada, hanno detto che la mamma del bambino è una ragazza italiana di circa 35 anni, che “viveva in condizioni di forte disagio” ed era stata avvistata questa estate in Stazione. L’ultimo contatto con le associazioni di volontariato che fanno assistenza ai senza-tetto risalirebbe allo scorso 31 dicembre, quando il nucleo familiare è stato visto in Sala Borsa, dove stava in un posto al caldo.
La commissaria Anna Maria Cancellieri ha dichiarato che la madre avrebbe rifiutato l’aiuto che gli era stato offerto, forse per paura che i figli le venissero tolti, così come le era già accaduto.

Adesso i politici hanno tirato fuori il naso dai palazzi e si domandano come sia potuto accadere, così come chiedono spiegazioni i media “importanti”.

Ma in tutti questi mesi, domandiamo noi, dove eravate?
Quando Zero in condotta ha documentato i tagli ai servizi sociali, soprattutto quelli rivolti ai soggetti più deboli della popolazione, perché nessuno ha ripreso quelle notizie?
Eravate tutti impegnati a tessere le lodi delle straordinarie capacità di governo della Giunta commissariata.
Quando, insieme a pochissimi altri, abbiamo denunciato il silenzio di un’intera classe politica, di fronte a provvedimenti che stravolgevano il volto di Bologna, nessuno ha detto nulla.
Tra i partiti che pensano al futuro al governo della città forse l’idea che va per la maggiore è questa: “Lasciamo fare i tagli al commissario in tranquillità, questo è un lavoro sporco che non saremo costretti a fare noi, dopo…”.

Adesso tutti sono lì pronti con le lacrime da coccodrillo, ma probilmente sarebbe più onesto farsi un esame di coscienza ed assumersi, tutti, una fetta di responsabilità.

Le abbiamo già viste queste scene, dei “normalmente insensibili” che si stracciano le vesti quando succede il fatto grave, la tragedia che coinvolge un bambino, l’ultimo degli ultimi.
Un po’ di “umano sconforto” per qualche settimana e, poi, si ritorna alla burocratica normalità.
E’ successo per Florin, il bambino rumeno di 4 anni, morto nel rogo della sua baracca in via Triumvirato, vicino all’aeroporto, nel mese di novembre 2007. I suoi genitori, avevano fatto domanda di asilo politico. La loro richiesta era stata respinta e questo “aveva reso difficile l’intervento dei servizi sociali”. Avevano bussato per due anni invano alle porte della burocrazia comunale.

Il 3 aprile 2000 a rimanere uccisi nel rogo della roulotte dove dormivano erano stati Amanda e  Alex, due bambini slavi che avevano una mamma di 19 anni. Erano “ospitati” nel campo comunale di Santa Caterina di Quarto, ma la loro condizione non era molto diversa da quella di chi viveva nei villaggi abusivi lungo le sponde del fiume Reno.

Tre tragedie con tre amministrazioni diverse, una di centro-destra, una di centro-sinistra e una commissariata.
Drammi che vengono alla luce, dall’oblio complice delle istituzioni, solo quando si trasformano in morti innocenti.

La logica dell’emergenza con cui si è sempre affrontato il disagio sociale in questa città ha portato solo ad altre e più gravi emergenze.

Nelle povertà, lasciate sole nella loro disperazione, si perde ormai anche il futuro e non solo la vita di oggi, non solo il presente. Si perde il futuro di famiglie intere, che sperano e proiettano nella comunità le proprie speranze sui figli, ma che di risposte non ne ricevono mai.

In tutti questi anni, la mancanza di dialogo e di mediazione, l’autoreferenzialità delle istituzioni, la settorializzazione e il mancato coordinamento degli interventi pubblici, hanno fatto dell’accoglienza e dell’aiuto alle persone più deboli un vero e proprio tabù.
Invece di affrontare i problemi, soprattutto quelli nuovi portati dalla crisi, si sono raffinati i meccanismi permanenti dell’esclusione e dell’emergenza istituzionale, funzionale solo a se stessa.
L’espellere e il “disincentivare” sono state la strategie primarie dell’esclusione, per non includere nel sistema dei servizi sociali.
Sgomberi, fogli di via, provvedimenti amministrativi di allontanamento, provvedimenti di ordine pubblico, rimpatri forzati, mancata presa in carico, non applicazione delle leggi, impedimenti burocratici e non concessione dei permessi di soggiorno, sono stati metodi largamente praticati per non permettere la presa in carico. Sono metodi questi che, con la forza e con gli atti amministrativi, hanno consentito di allontanare e scoraggiare a permanere sul nostro territorio gli immigrati, i tossicodipendenti, i senza fissa dimora,.

“Quando l’unica risposta che siamo autorizzati a dare – ci ha detto un operatore sociale – è no, è chiaro che la gente smette di venire”.

Solo quando non si può fare altrimenti, si interviene. Ma è un intervento pubblico esiguo, parziale, settorializzato, privo di prospettive e di progettualità che imposta e nutre le dinamiche dell’esclusione, prolungando all’infinito i tempi della sua azione, annullando ogni finalità di integrazione, annullando i diritti delle persone. E’ un intervento pubblico che assistenzializza, ricatta, penalizza, quasi a volersi vendicare dell’accoglienza.

In questi anni si è rafforzato il bisogno di sicurezza che ovviamente ha riguardato qualsiasi cosa meno che la sicurezza delle persone più deboli.
Gli interventi securitari chiamati continuamente in causa dal binomio legalità/illegalità sono stati l’ultimo meccanismo della “strategia dell’esclusione”.
C’è stata una disattenzione intenzionale da parte delle Istituzioni sui diritti delle persone più deboli. Che, quasi sempre, non sono stati neppure considerati.

Si parla tanto di futuro tecnologico, ma qui si vede solo medioevo sociale.
Forse è proprio questa la schizofrenia a cui vorrebbero, in questi tempi, assoggettarci… diciamogli di NO.

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