Storia / Le Repubbliche partigiane del giugno ’44


Tra la parata del 2 giugno per la Festa della Repubblica e quella del partito de La Repubblica (nei prossimi giorni a Bologna), a Vag61 è andata in scena la “Festa delle libere Repubbliche pop”.

12 giugno 2012 - 11:51

Ci sono molte storie che raccontano come sulle colline, nei terreni impervi e soprattutto in montagna, i trasporti delle merci, dei materiali bellici e delle truppe militari siano difficili.

Al tempo stesso, altre storie raccontano come le alture abbiano invece permesso un flusso di umanità che ha sempre rifiutato lo Stato e che si è organizzata per tenerlo a distanza, accogliendo contadini impoveriti, fuggiaschi e fuorilegge, eretici e ribelli, disertori e abitanti di villaggi fuggiti all’arrivo degli eserciti.

Sarà perché l’organizzazione sociale di questi luoghi è tendenzialmente egualitaria, basata su semplici accordi tra comunità e reti familiari, e tende a mantenere vive le tradizioni.
Non è un caso che, da sempre, sono diffusi i forni comunali, ci si aiuta a costruire le case, a uccidere il maiale e a vendemmiare. E poi i montanari hanno sempre avuto la necessità concreta di vivere in forme comunitarie: “gli incontri popolari e le assemblee di villaggio hanno costituito le istituzioni umane che si sono dimostrate nei tempi gli strumenti più adatti a un sistema di autogoverno”.Sarà perché i montanari, alla scrittura, preferiscono la narrazione orale e, in questo modo, garantiscono lo scorrere di storie raccontate che esondano dall’alveo della storiografia ufficiale, scritta di solito dai vincitori.E’ forse per tutte queste ragioni che, tra il mese di giugno e il novembre del 1944, in alcune zone di montagna, nelle vallate alpine o a ridosso dell’Appennino ligure e tosco-emiliano, il movimento partigiano riuscì a liberare piccole aree che divennero vere e proprie enclaves nel territorio occupato dai nazi-fascisti.

Nacquero così quindici “repubbliche partigiane”, le “piccole” (come la Val di Lanzo, la Val Maira, le Langhe, la Valsesia in Piemonte, l’Oltrepo pavese in Lombardia, la Repubblica di Torriglia in Liguria, la Repubblica di Montefiorino nell’Appennino modenese) e le “grandi” (come la Val d’Ossola e l’Alto Monferrato in Piemonte, la Carnia in Friuli).

Per brevi periodi, di pochi giorni o di qualche mese, le “repubbliche partigiane” divennero vere e proprie “isole di libertà”, i sogni di democrazia degli antifascisti passavano dall’utopia alla realtà, rapporti tra le formazioni partigiane e le popolazione si concretizzarono in forme particolari di convivenza, nella partecipazione dal basso all’amministrazione e alla vita politica delle “zone liberate”.
Vennero calmierati i prezzi dei generi alimentari, distribuiti il pane e la carne, combattuti il contrabbando e il mercato nero. Ovunque si provvide alle strutture sanitarie, agli asili, alle scuole, ai ricoveri per gli anziani. Dove fu possibile, si svilupparono anche attività culturali, con cinegiornali, mostre fotografiche o disegni sulla vita partigiana.
Si unificarono i comandi e si crearono milizie popolari. Spesso, con i mezzi dei partigiani, si riorganizzò il trasporto pubblico delle “corriere “ da paese a paese.

Furono parecchi i montanari, gli agricoltori, i pastori, gli artigiani ma anche i contrabbandieri che collaborano attivamente con la Resistenza senza far parte di alcuna formazione guerrigliera, e questo avvenne ancora di più nelle giornate delle “repubbliche partigiane”, in cui molti di loro fecero parte di giunte popolari o comunque di strutture collettive di autogoverno.

Quello che avvenne in quelle settimane, in quei territori, fu il fatto che non era soltanto nei comandi di brigata che i problemi venivano discussi. Non erano le giunte comunali che decidevano nel ristretto numero di poche persone, ma le esigenze e le necessità circolavano nei discorsi di tutti… così come i modi migliori per risolverle…

La Resistenza venne vissuta non più solo come azione armata antifascista, ma come un movimento popolare organizzato, basato sulla partecipazione e sull’autogoverno, che si proponeva la trasformazione economica e sociale, nuove forme collettive di gestione della cosa pubblica, la difesa del territorio, cioè un nuovo modo di vivere. Più alto fu il livello di autonomia praticato, più si modificarono le condizioni lavorative e gli stili di vita.

La realizzazione delle prime “zone libere” coincise pure con l’inizio di una fase espansiva della resistenza armata, trasformando le bande partigiane in un esercito popolare capace di liberare il territorio nazionale. I comandi alleati, i “politici” delle strutture centrali della Resistenza richiamarono i partigiani e le giunte popolari dei territori liberati alla “moderazione”… al non andare oltre alla normale amministrazione… e misero in discussione le forme comunitarie in costruzione e l’autonomia decisionale, il rapporto con i comandi alleati, il CLN e i partiti che ne facevano parte.

La storia delle “repubbliche partigiane”, fu una storia di sangue e di vita, vissuta tra mille contraddizioni e mille passioni. Fu, purtroppo, una storia troppo breve. Ci fu una durissima controffensiva delle 25 divisioni tedesche di stanza in Italia, munite di carri armati, aviazione e di tutto il potenziale bellico di un esercito moderno. I partigiani erano armati soltanto di armi leggere… e poi gli aiuti, tante volte promessi dagli anglo- americani, non arrivarono mai. Non ce la fecero a resistere…
I tedeschi rioccuparono quei territori e si diedero alle distruzioni e alle razzie. Gli antifascisti e gli abitanti di quelle zone, abbandonarono i loro paesi e le loro terre, per rifugiarsi altrove.

In virtù della cosiddetta “memoria condivisa”, nelle celebrazioni ufficiali, da questa storia hanno fatto scomparire il conflitto sociale e il senso di rivolta di quella esperienza. Hanno cercato di cancellare il valore sovversivo, l’esigenza di giustizia sociale, di autonomia e di libertà che stavano alla base delle repubbliche partigiane.

Franco Fortini, in suo libro del 1963, sulla Repubblica dell’Ossola scrisse:“Potei intravedere, un volto della gente dei nostri paesi fino allora sconosciuto. Eancora oggi non sarebbe così ostinata la speranza, se non ci tornasse, di tanto in tanto, la memoria di quel volto”.

In questi tempi, “quel volto” l’abbiamo rivisto nei luoghi della“Libera Repubblica NoTav della Maddalena”, in Val Susa.
Anche in questo caso, il territorio è stato  momentaneamente ripreso da un esercito di poliziotti e carabinieri. Ma, nella sua breve esistenza, è stato molto più di un presidio allestito per impedire la realizzazione del cantiere per l’alta velocità Torino-Lione.

E’ stato, invece, un territorio liberato, che non figura su alcuna mappa del consentito. Un luogo in cui si sono condivisi il cibo e la costruzione delle barricate, le discussioni e la musica. E’ stato uno spazio sottratto alla sovranità dello Stato, che ha dimostrato che ci può essere un’altra vita, fatta di valori veri, alternativi a quelli che vengono propinati nella reclusione domestica davanti al televisore, nelle strade vuote di incontri e brulicanti di merci.Nella Libera Repubblica della Maddalena si è rivista la “montagna ribelle e antifascista” del ’44, si sono rinnovati i segni di fratellanza, di lotta collettiva e di autogestione di quei tempi… Cioè è tornata a farsi largo la speranza!!!
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