Storia di “normale” razzismo a Cazzago San Martino (Bs)


Nel locale alla moda vige l’apartheid: «Voi non entrate». Perché? «Lo sapete, siete extracomunitari, è la regola». Riceviamo e pubblichiamo.

06 aprile 2010 - 23:33

Qui di seguito la lettera che racconta l’episodio, scritta dai ragazzi che l’hanno subito.


Francois, Joseph e Jean Paul Frattini, questi i nostri nomi. Suoni francesi accostati ad un cognome tipicamente italiano. Non un’ambigua scelta dei nostri genitori, bensì un’attestazione delle nostre origini. Nati da madre haitiana e padre italiano, siamo cresciuti e abbiamo vissuto tutta la nostra vita a Brescia. Ciononostante, la nostra pelle porta con se la condanna di una discendenza troppo scomoda. Non è mai passato inosservato il nostro colorito acceso, ma fatta eccezione per qualche vile commento bisbigliato vigliaccamente sottovoce, abbiamo sempre vissuto serenamente. Questo fino a poco tempo fa, precisamente fino alla sera di venerdì 19 marzo, quando un atto di discriminazione razziale ci ha coinvolti in prima persona.
Avevamo programmato una “serata tra brothers”, scegliendo come meta fortuita il locale molto noto Hotel Costez, situato nel centro di Cazzago San Martino, già frequentato in passato da Joseph e Jean Paul. L’ambiente abbastanza elegante e raffinato, ci impose una cura particolare nell’aspetto e nell’abbigliamento: la politica di molti locali moderni esige di adeguarsi a determinati standard. Nonostante tali sforzi, ad una distanza di circa 10 metri dall’ingresso, fummo bloccati da un buttafuori, che senza troppe remore, ci vietò di entrare. Convinti si trattasse di un malinteso, chiedemmo chiarimenti. La risposta ci sconcertò (ed è forse proprio da questa risposta che deriva la più grande inquietudine): “Eh dai ragazzi, lo sapete!”. Cosa sappiamo? Ci ha forse scambiato per qualche giovane irrequieto con cui ha avuto problemi in passato? Difficile, data la particolarità dei nostri tratti somatici. Ciò che ben sappiamo e di cui andiamo fieri, è che siamo neri, e questo non deve impedirci di accedere ad un’area apparentemente troppo vip per noi. Pochi secondi d’attesa e le paroline magiche furono pronunciate: “Siete extracomunitari e non potete entrare.” La schiettezza con cui sostenne questa tesi e la totale mancanza di rispetto per una categoria sempre meno tutelata, non fece che rafforzare la nostra convinzione di voler entrare. Decidemmo di non mostrare la carta di identità per provare la nostra italianità, e continuammo nella parte che ci era stata assegnata. Il buttafuori, armato di guanti in pelle pensati per queste ardue situazioni, continuò a sostenere che era una regola e come tale non poteva essere violata. Certo, una regola non scritta, ma non per questo meno valida. Dopo vari tentativi, ci accordammo per restare nella zona esterna del locale, confinati come cani. Non paghi dell’obiettivo raggiunto, ci intrufolammo all’interno. Ma lesti gli auricolari comunicanti si segnalarono la presenza di tre intrusi indesiderati. Un altro imponente buttafuori, non più “ragguardevole e educato” del collega, ci accompagnò all’uscita. A nulla servì mostrare i documenti per intaccare le loro ferree convinzioni: neri eravamo e neri restavamo. Questione di pelle.
Nadine Gordimer, scrittrice sudafricana e premio nobel per la letteratura, durante una conferenza del 1959, nei difficili anni dell’apartheid, disse: “Non è possibile riuscire a contraddire fino in fondo con i fatti un clima di privilegio. Noi abbiamo la parte migliore di ogni cosa; come è difficile non sentire, in qualche angolo segreto di noi stessi, che in effetti siamo migliori!” E allora ci chiediamo, alla luce di quello che è successo, se questo stesso sentimento di superiorità che ha indotto il proprietario di un locale a vietare l’ingresso a tre connazionali perché non bianchi, sia diffuso a tal punto da essere universalmente condiviso o quantomeno tollerato. Probabilmente siamo stati fin troppo fortunati e abbiamo vissuto in una bolla di cristallo che ci permetteva di vedere, ma al contempo essere protetti. Ora ci sentiamo feriti e non abbiamo voglia di tacere ed essere taciuti.E dopo 27, 28 e 34 anni vissuti in Italia, sentirsi estranei e discriminati nella propria casa, ha fatto scattare qualcosa. Informare e raccontare quello che ci è accaduto, é il mezzo non violento che abbiamo scelto per difendere tutti coloro che non possono o non riescono ad avere voce in capitolo. Sono tanti e tutto ciò non può più essere tollerato.
Le domande che ci poniamo oggi sono tante e forse molte difficilmente troveranno una risposta razionale. Tra tutte, una spicca per bizzarria: i buttafuori, si saranno accorti di essere extracomunitari? Perché forse qualcuno dovrebbe spiegargli che hanno delegittimato la loro stessa categoria.

Ora è in corso una denuncia penale a carico del titolare del locale in questione e toccherà alla magistratura dare un responso.

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