Speciale/Lazzaretto: continuare a cambiare il volto della città


Il Lazzaretto è stato protagonista di una lunga e complessa trattativa che ha messo a rischio la sua stessa esistenza, fortunatamente questo rischio è stato scongiurato e si è trovata una soluzione. In questi mesi abbiamo cercato di capire il Lazzaretto oltre le sue mura e le sue iniziative pubbliche, attraverso le persone che lo animano. Abbiamo cercato di ripercorrerne la storia, quella più lontana e quella più recente, e abbiamo tentato di coglierne lo spirito. Questo è lo speciale che ne è uscito.

28 dicembre 2009 - 18:54

“QUEL CHE RESTA DEL LAZZARETTO”

PROLOGO

Le paure, le tensioni, le attese che attraversano una città, si ripercuotono sul suo paesaggio. Sui luoghi di condivisione dei cittadini, sugli spazi che vivono quotidianamente, qualunque essi siano. Che si tratti dell’ alimentari sotto casa, del ferramenta da cui si va a smadonnare quando mancano i pezzi di un mobile appena comprato; lo spostamento, la chiusura, la decadenza di questi llaz2-4b0158d4479beuoghi rappresentano anche una modifica che si apporta (volutamente o meno) alla fibra sociale stessa della città. Ne modifica e dirige i percorsi che prenderà. Sono luoghi che senza nemmeno accorgersene, rientrano a far parte del paesaggio generale di una città, della sua vita, della sua storia, che con la loro presenza o assenza ne modificano (anche impercettibilmente) il volto. Che si tratti dello spostamento, della chiusura, della decadenza dell’alimentari sotto casa, del ferramenta a cui si va a smadonnare quando mancano i pezzi di un mobile appena comprato, abbiamo detto. O dello sgombero di un centro sociale.

PRIMA PARTE

“Dietro ogni azione si nascondeva la protesta, perché fare, significava uscire da per arrivare a, o muovere qualcosa perché stesse qua e non là, o entrare in quella casa invece di non entrarci o entrare in quella accanto, ovvero in ogni atto era insita l’ammissione di una carenza, di qualcosa non ancora fatto e che era possibile fare, la protesta di fronte alla continua evidenza della mancanza, della diminuzione, della pochezza del presente.”

Julio Cortàzar, Rayuela

Dall’ammissione delle carenze nasce l’ esigenza dell’ azione: uscire da per arrivare a… . Il Lazzaretto ha risposto negli anni in innumerevoli modi e forme alla pochezza del presente. Modellato dalle reazioni estemporanee o meno dei tanti che l’hanno abitato, creatura plastica e mutevole, che propensa all’ azione sociale è stata crogiuolo di innumerevoli iniziative. Anche (soprattutto) perché, il Lazzaretto non è sempre stato il Lazzaretto. Prima della vecchia casa colonica (oggi valutata due milioni di euro) che si trova al centro di una terra di nessuno, senza passato, fatta di solo presente, di larghi svincoli, di cantieri, di centri commerciali e nuovi poli dell’ateneo, prima di quel vecchio edificio che si staglia in mezzo a tanto vuoto, c’era altro. Prima di via del Lazzaretto, nel 1991 c’erano due numeri civici di via del Pratello, il 76 e il 78 fatiscenti e col tetto sfondato e che l’amministrazione comunale dell’epoca non aveva nessuna intenzione di ristrutturare. Una parte del gruppo di persone che nel 1996 occuperanno lo stabile di via del Lazzaretto 17, le avremmo potute trovare nel 1991 a occupare i due numeri civici di via del Pratello. Perché prima del Lazzaretto c’era altro, c’erano le Case Occupate del Pratello.

Le case sono occupate da due collettivi: il C.O.S.C. (Comitato occupanti senza casa) e KI NON OKKUPA PREOKKUPA lazzaretto_autogestito2attivi già dalla metà degli anni ’80 e che all’inizio degli anni ’90 possono contare su una settantina di appartamenti occupati nella sola Bologna. Pubblicano addirittura un libro, una specie di manuale di occupazione di centri sociali per principianti. I ragazzi occupano dai tetti, come dei gatti, si ruba durante la notte il materiale per la ristrutturazione dai cantieri, ma nessun sa come si rifà un tetto, allora al coordinamento del lavoro ci pensa un muratore in pensione dirimpettaio delle case occupate, che dalla sua finestra dirige i lavori. Immaginate di passare per via del Pratello e di vedere un gruppo di frikkettoni che tirano con delle corde e gru improvvisate dei travoni da sei metri bloccando il traffico, e con un vecchio che li dirige urlando ordini dalla finestra. Undici appartamenti inagibili vengono ristrutturati, e diventano il centro propulsivo e il laboratorio di sperimentazione di mille realtà alternative dell’Italia di quegli anni. Nello scantinato dove si organizzano feste e spettacoli, provano e suonano i Massimo Volume, il Parto delle Nuvole Pesanti, si formano i Dire Gelt (“I soldi dell’affitto” in Yiddish). Muove i suoi primi passi anche Rita Pelusio (con il gruppo Teatro delle Struzzo), che anni dopo passerà dallo scantinato di via del Pratello alla prima serata di Zelig e Colorado Cafè, leggenda vuole che anche una già famosissima Gianna Nannini abbia cantato in quello scantinato. Nel giardino interno d’estate si allestisce una divertentissima quanto lurida piscina disponibile per tutti. Si organizzano “feste della madonna” come la Festa del Pratello del ’94, che dura tre giorni e tre notti no-stop, si vende birra per due lire, entrano a far parte dell’autogestione anche gli Ex-Isolani, si crea la prima tv pirata la PRATE-TV, in diretta e in onda su tutta la via. Dalle case occupate nasce e si sviluppa anche il progetto Telefono Viola, numero verde per le vittime di abusi psichiatrici, inizia la collaborazione con l’Archivio Lo Russo di Bologna, i due numeri civici diventano il punto di contatto per mille storie, scontri, incontri, per miriadi di persone ed esperienze diversissime fra loro. Gli occupanti del Pratello finiscono col formare una sorta di strana famiglia allargata: chi è alla prima esperienza nell’occupazione delle case, chi va solo per cazzeggiare, chi perché ha bisogno di una sala prove, chi va solo per farsi una birra e ascoltare un po’ di musica, chi ha in mente da anni l’idea di un progetto politico e trova solo nelle case occupate gli spazi disponibili per realizzarlo. E come tutte le famiglie, non sempre i suoi membri hanno un rapporto facile tra loro. Un appartamento ad esempio è dato al collettivo di femministe separatiste Artemide e le Furie, cui era interdetto l’accesso ai maschi, collettivo che si ritrova a dividere gomito a gomito spazi comuni con gruppi punk, o con le prime posse rap che si formano in quegli anni. Convivenza difficile anche con chi in via del Pratello ci abita da anni. I residenti si dividono in due blocchi: da un lato c’è chi manda i figli a giocare tranquillamente nel giardino interno con i cani dei punkabbestia, e si dice felice di vedere così tanti giovani in giro per il quartiere, e che hanno rimesso a nuovo quelle case abbandonate a loro stesse da anni, e c’è chi non ne più di feste continue e di vedere gente strana che non si capisce bene cosa faccia per vivere. Nascono comitati pro e contro case occupate, a dimostrazione di quanto sia difficile la condivisione di spazi comuni. Condivisioni non facili, non prive di scontri ma possibili.

Dopo quasi sei anni di occupazione, il comune decide che è ora di sgomberare, ristrutturare e vendere le case. Chi stappa una bottiglia, chi dà la sua solidarietà e organizza manifestazioni di sostegno per gli occupanti, che nel frattempo sono tornati sui tetti da cui erano entrati, come dei gatti. Il 16 agosto 1996 si procede allo sgombero. I ragazzi sbarrano le porte con tubi di ferro, la polizia li sega senza problemi ma non entra. Sul tetto gli occupanti hanno di tutto, cibo, materassi, acqua, il sostegno degli amici che li incitano da sotto i portici, cuscini che vengono sventrati e che vedono il loro contenuto svuotato sopra gli agenti in assetto anti-sommossa. Piume d’oca sopra gli elmetti, questo PB250001l’atto più violento messo in atto dagli occupanti. Si aprono le trattative. Le case non saranno vendute, ma date in assegnazione a famiglie bisognose come case popolari una volta ristrutturate. Case popolari in pieno centro, con il prezzo degli affitti che aumenta di anno in anno. Primo risultato della resistenza allo sgombero. Secondo risultato: agli occupanti verrà assegnato uno spazio, una vecchia casa colonica, anche lei col tetto sfondato ma in mezzo al verde, fuori dal centro storico, in via del Lazzaretto 17. L’accordo prevede tre mesi di utilizzo dello spazio, dopo si provvederà per un’altra sistemazione. Tredici anni dopo passando adesso per la stessa via si può notare la stessa cascina decisamente messa meglio rispetto al passato, ma circondata da una strano recinto, fatto di pannelli di legno, sbarre, reti di materasso e tubi di ferro. Sul pannello che blocca l’entrata, c’è una scritta in rosso: QUESTO RECINTO NON DIFENDE UNA PROPRIETA’ MA DIFENDE UN DIRITTO.

SECONDA PARTE

Nel 1996, una parte del gruppo di occupanti delle case di via del Pratello sgomberati dalla polizia (diciotto persone, cui si aggiungerà una bambina che di lì a qualche mese nascerà già come occupante), approda dunque in via del Lazzaretto in 17, in uno stabile che era stato in precedenza una comunità per tossicodipendenti e da tempo abbandonata a sé stessa. Forti dell’esperienza di sei anni al Pratello, il gruppo ha ormai già maturato una buona esperienza politica oltre che una grande attenzione alla qualità della vita, al recupero e alla ristrutturazione degli spazi, con un occhio puntato alle esigenze del territorio; ben consci del proprio valore propositivo nell’assenza o carenza istituzionale. Dalle esigenze artistiche e musicali del gruppo in crescita si crea un teatrino, una sala prove e un auditorium, si fa musica, si discute si dividono le spese.

Nel 1998 la prima svolta: da un operatore del comune arriva la richiesta di poter ospitare per qualche giorno undici famiglie rom in fuga dalla guerra nei Balcani. Non riescono a trovare spazio nemmeno nei campi profughi per i dissidi IMG_3709con altri rifugiati, trattandosi di profughi serbi, che al tempo della pulizia etnica kosovara non erano visti di buon occhio da nessuno. Ma il Lazzaretto accetta di ospitarli per “qualche giorno”, tre o quattro al massimo. Ci resteranno per quasi sei anni, sempre irregolari ma forse meno emarginati. Ospitati nel teatrino del centro sociale, tra non pochi problemi scompigliano l’equilibrio della casa. Difficile la convivenza, dati i problemi di lingua (nessun membro delle famiglie è in grado di pronunciare una parola in italiano, anche se qualche italiano finirà con l’imparare il serbo) e gli attriti culturali (vedi i litigi con il gruppo delle femministe per il loro rapporto spesso violento con mogli e figlie), oltre ai problemi di sovraffollamento .  Dall’esigenza di far interagire tra di loro vecchi abitanti e nuovi inquilini, che (leggenda, o stereotipo vuole) in quanto rom, dotati di una forte vena artistica e da un’altrettanto forte, vena “teatrale”, nasce lo spettacolo: “Com’è fatta la terra di mio padre”. Lo spettacolo, ideato da Giorgio Simbola, uno dei pochi rimasti dall’esperienza del Pratello e oggi portavoce del centro sociale, che è anche l’unico italiano dei venti attori, tra cui cinque bambini, voleva rappresentare il senso di spaesamento provato dai figli degli emigranti, che si ritrovavano a vivere in una terra che non era la stessa dei loro padri, senza riuscire a coglierne la differenza, e senza riuscirne a capirne il perché. Lo spettacolo riscuote da subito grande successo da parte della critica, vince il concorso Scenario 1999/2000, e ottiene il sostegno dell’ università di Bologna e della Regione, replicando da qui in poi per due anni in teatri di tutta Italia, percorsa su e giù con due furgoncini e rappresentando una delle prime esperienze assolute di teatro Sociale nel nostro paese.

Anche qui non si contano le difficoltà della convivenza, con Giorgio che deve sempre stare attento a posti di blocco e controlli (visto che era l’unico con i documenti in regola) e controllare che gli attori non rubino la nafta dalle caldaie dei teatri per non pagare la benzina necessaria per gli spostamenti del tour. In quegli anni si riesce anche a far ammettere a scuola due bambini rom, anche se tra mille difficoltà. Quando muore un’anziana delle famiglie, si organizza una colletta, si smuovono conoscenze politiche e dell’associazionismo per seppellire la donna nel suo paese natio. Arriverà solo un mese e mezzo dopo a Belgrado. E’ il momento per il Lazzaretto della musica etnica, balcanica, delle lunghe improvvisazioni jazz, dei reading di poesie, degli spettacoli teatrali. La fine della convivenza è segnata dall’approvazione della sanatoria per gli immigrati irregolari del 2004, alla quale però possono benficiare solo quelli in possesso di un contratto di lavoro.

La storia recente del Centro Sociale Lazzaretto vede una nuova apertura a Bologna, alla Bologna delle proteste, delle feste notturne in cui si balla, ci si confronta e si prendono iniziative. E’ la storia di uno spazio che ancora una volta si è ricreato partendo dalla lucida consapevolezza dei propri diritti e dei diritti che riguardano tutti: diritto alla casa, diritto ad avere spazi liberi dalle logiche del divertimento-a-pagamento e in cui trovarsi per mischiare, fondere e creare le più disparate esperienze culturali. Iniziano le collaborazioni con Asia Rdb,con Bologna prende casa, nasce un’etichetta indipendente (la Lazzarecords) e uno studio di registrazione dove vengono prodotti quattro album completamente autoprodotti, gli spazi interni ed esterni dello stabile subiscono nuove ristrutturazioni. Il 27/09/2005 si arriva a una convenzione col Comune, cinque anni, poi si vedrà. Qualche mese fa la doccia fredda: l’area su cui sorge il Lazzaretto interessa un cantiere che prevede la cementificazione di 45.000 metri quadri, si deve costruire unIMG_3454 complesso residenziale. Si aprono le trattative. Il comune propone degli spazi, che il Lazzaretto non è in grado di gestire: troppo grandi, troppo piccoli, troppo lontani dal centro, troppo in centro; gli occupanti richiedono quindi due spazi per consentire al Lazzaretto di continuare la sua attività artistica e di aggregazione che da sempre lo caratterizza, e un altro per la vita quotidiana degli occupanti. L’assessore Lazzaroni definisce le richieste “surreali e schizofreniche”. Di rinviare il progetto di cementificazione dell’area non se ne parla nemmeno, la cittadinanza ne ha bisogno, dicono. E lo spazio si scontra ancora una volta con la miopia delle istituzioni, visto che in questi mesi di incontri rinviati, di “vi faremo sapere”, di Casa Pound che si interessa degli spazi promessi al Lazzaretto, dell’assessore Lazzaroni che non fa differenza fra chi si definisce “fascista del terzo millennio” e di chi da anni cerca di migliorare la qualità di vita di chi una vita decente forse non l’ha mai avuta. Ma in tutto questo è rimasta la gente che sa cosa sia e cosa rappresenti veramente il Lazzaretto. Quello che rimane (e che rimarrà), sono i volti che hanno ballato e cantato sopra e sotto il palco del Lazzaretto, che hanno ascoltato una poesia o della buona musica, o uno spettacolo, che vi hanno trovato uno spazio di aggregazione in questi anni; le stesse facce che si sono strette attorno a Giorgio e agli altri occupanti che con la voce rotta annunciavano un nuovo rinvio del Comune per decidere sul loro destino. Come se si dovesse semplicemente discutere di una questione di immobili, senza tenere in conto che si stesse parlasse di un progetto costato anni di fatiche, di lotte, di piccole e grandi conquiste che hanno modificato le vite di chi ha attraversato quell’esperienza. Questo, oltre a tutto ciò che il Lazzaretto ha rappresentato per tredici anni a Bologna, resterà: quello che il Lazzaretto ha fatto (consciamente o inconsciamente) per la città. Questo rimane del Lazzaretto.

EPILOGO

Fortunatamente del Lazzaretto non solo è rimasto molto ma molto si continuerà  a creare, dopo giorni di incertezza sembra si sia finalmente trovata una soluzione, un nuovo spazio, nuove mura, per  ricreare di nuovo intrecci possibili tra volti, esperienze e lotte, nel tentativo di continuare a cambiare il volto della nostra città.

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