Speciale Zero in Condotta: Aldro ucciso senza una ragione [audio]


Scarica il numero speciale di Zic sul caso Aldrovandi e sulla vicenda processuale, leggi e ascolta l’intervista all’avvocato Fabio Anselmo

17 ottobre 2009 - 21:01

aldro2jpegFerrara, via dell’Ippodromo. All’alba del 25 settembre 2005 il diciottenne Federico Aldrovandi era appena tornato da una serata al Link di Bologna. «Trascorsa la serata il gruppo era rientrato a Ferrara, tornati al punto di incontro dove i più avevano lasciato le macchine o i motorini. Federico era a piedi. […] I ragazzi hanno raccontato che gli hanno offerto un passaggio ma Federico non aveva voglia di rientrare subito. Sarebbe tornato a piedi. Era vicino a casa…». E’ la madre di Federico, Patrizia Moretti, a raccontare i fatti, nel primo articolo di un blog aperto tre mesi dopo, il 2 gennaio. Federico non può: sulla strada di casa, viene fermato da una pattuglia della polizia di Stato. Solo alle undici di mattina Patrizia verrà informata della sua morte.
«Hanno detto che non voleva farsi prendere. Che ha lottato ed è salito anche in piedi sulla macchina della polizia. I medici hanno riferito che aveva lo scroto schiacciato, una ferita lacero-contusa alla testa e numerosi segni di percosse in tutto il corpo. […] La polizia mi raccontava che era drogato. Che si era fatto male da solo. Che tutto questo era successo perché era un povero tossico e noi sfortunati…». Sono sole le prime di una serie di falsità che Lino Aldrovandi e sua moglie dovettero sentirsi per mesi, anni, dai poliziotti prima e dai loro avvocati dopo. Una coperta di reticenze e depistaggi voleva negare per sempre la verità sulla morte di Federico.
Sicuramente c’è stato chi ha cercato di impedire che questa coperta fosse mai squarciata e probabilmente il caso sarebbe stato archiviato come una morte per overdose se non fossero intervenute reti di comunicazione indipendente che diffusero e amplificarono la voce di Patrizia Moretti. La lettera fu ripubblicata da Indymedia, rimbalzò di blog in blog, l’emittente antagonista Radio Onda d’Urto di Brescia si interessò al caso, e poco dopo il quotidiano del Prc Liberazione, il sostegno di reti associative e movimenti portò in piazza quella parte di città e di paese che non voleva piegarsi all’indifferenza. Presto non fu più possibile insabbiare, anche l’informazione mainstream fu costretta a volgere il suo sguardo alla Questura di Ferrara.

Per chi non aveva interessi da proteggere il sospetto che lì qualcuno stesse giocando molto sporco fu immediatamente evidente: troppe le omissioni, le incongruenze, le cancellature e le correzioni nei documenti che attestano le prime fasi d’indagine.

L’ipotesi che la polizia, indagando su sé stessa, non mirasse altro che a chiudere ogni cosa prima possibile e nel modo a sé più favorevole, potrebbe essere oggetto di discussione di un nuovo processo, se a conclusione della cosiddetta inchiesta Aldrovandi-bis, stralciata in itinere dal procedimento principale, il gup estense disporrà il rinvio a giudizio.

Il processo principale si aprì invece nell’ottobre 2007, per concludersi lo scorso 6 luglio con la condanna in primo grado a tre anni e sei mesi per eccesso colposo dei quattro poliziotti che provocarono la morte di Federico.
Con il nostro quotidiano online abbiamo cercato di mettere a disposizione, per tutta la durata del processo, il nostro sguardo dal basso di medium autogestito e partigiano, convinti dall’inizio che la ricerca della verità raramente interessa la giustizia di stato, soprattutto quando deve riconoscere che quell’alba a Ferrara, come un luglio a Genova, come troppo volte in troppe città, la Polizia ha assassinato.

Con questo numero speciale ripercorriamo questi quattro anni, le prime testimonianze, gli attacchi alla stampa, il processo, la sentenza.

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Per tenere alta l’attenzione sulla morte di un ragazzo che oggi avrebbe tutto il diritto di godersi i suoi ventidue anni, non fosse stato per la brutalità di quei servitori dello stato che gli hanno rubato la vita. Ci accompagnano le vignette de La zona del silenzio, graphic novel realizzato da Checchino Antonini, giornalista di Liberazione, e Alessio Spataro. Antonini, tra i primissimi giornalisti ad occuparsi della morte di Aldro, continua a portare in giro per l’Italia una storia che ci parla dell’importanza dell’informazione indipendente (non mi convince ma non mi viene in mente altro…) per illuminare le tantissime “Zone del Silenzio” che costellano il passato e il presente del nostro paese . A tutti coloro che non si sono piegati al silenzio va la nostra gratitudine, ed in particolare ad Antonini per il preziosissimo lavoro e per il contributo che ha voluto inviarci per questo speciale all’indomani della pubblicazione delle motivazioni della sentenza del 6 luglio.

> Ascolta o leggi l’intervista all’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Aldrovandi
è qui riportata la versione integrale, più lunga di quella stampata sullo Speciale

Zic: La vicenda processuale Aldrovandi è iniziata con una messa in stato d’accusa, in primo luogo, di uno stile di vita che si voleva attribuire a Federico, improntato sullo stereotipo del ‘frequentatore dei centri sociali’ che fa uso di droghe e incapace di badare a sè. Quanto ha influito questo genere di atteggiamento sullo svolgimento del processo?

Fabio Anselmo: Tantissimo. Come sapete, la strategia difensiva degli imputati ha individuato nell’assunzione di droga la causa del decesso di Federico. Chiaramente, questa tesi ha avuto un impatto notevole sul processo: tutti i comportamenti di Federico ricostruiti dagli imputati e dalla difesa sono stati stravolti. Ad esempio, le sue urla sono state interpretate come le urla di un indemoniato violento che agiva sotto l’effetto delle sostanze stupefacenti e non come l’espressione della sofferenza determinata dalle violenze cui il ragazzo era sottoposto. Ma, a ben vedere, il tentativo di criminalizzazione dello stile di vita di Federico inizia da subito. Le prime ipotesi offerte alla stampa e alla famiglia dal domenicale della questura parlano, infatti, di morte per overdose. A ben vedere, parlare di overdose non implica solo l’assunzione di droghe, ma anche l’attribuzione dell’etichetta di tossicodipendente a chi sia morto in queste circostanze. E, con essa, si crea un certo clima di demonizzazione che potrebbe ostacolare una più serena e ponderata ricostruzione dei fatti. Tuttavia, i traumi presenti sul corpo del ragazzo sono decisamente incompatibili con la tesi del malore

Come ha interpretato il ricorso alla poco scientifica ipotesi della Excited Delirium Syndrome?

Mi sono arrabbiato molto durante l’arringa difensiva perché ci siamo resi conto che la tesi sostenuta dai consulenti della difesa citava della letteratura scientifica che dice esattamente il contrario di quello che avrebbero dovuto sostenere gli avvocati difensori. Ce ne siamo accorti attraverso le traduzioni di tutti gli articoli in inglese. Aggiungo che studiando questi articoli sono emerse delle considerazioni e delle conclusioni compatibili con le nostre tesi scientifiche.

Alla luce dei fatti, come giudica l’istituto del fermo di polizia nell’attuale regolamentazione normativa? Non sembra essere uno strumento rischioso, che lascia il fermato nella completa disposizione delle forze dell’ordine?

Io non credo che questo sia il problema vero perché operare in strada è difficile. Piuttosto, ciò che è pericoloso e che è tipico della situazione italiana è il processo sperequato perché un imputato che abbia una posizione di potere derivante dalla politica, dalla divisa o da una situazione economica florida ha la possibilità di influenzare il procedimento in maniera sicuramente molto più energica ed efficace di una persona normale. Non parliamo poi dei poveri disgraziati che incappano nel procedimento penale e che non hanno mezzi economici. Io penso che sia questo il problema. L’anomalia del processo Aldrovandi è data dal fatto che la polizia si sia schierata compatta a sostegno di chi è stato messo sotto accusa. Io non ritengo questo un fatto accettabile per uno stato democratico che deve richiedere imparzialità anche quando sono coinvolti degli esponenti della polizia. Ad esempio, noi abbiamo assistito all’intervento dei sindacati che è stato pressante e talvolta, secondo me, anche minaccioso: quando si hanno duecento – trecento agenti e i sindacati di polizia che sostengono la correttezza dell’operato dei quattro imputati e definiscono calunniatori gli avvocati, i giornalisti e tutti gli individui che accusano i poliziotti in servizio quella mattina, è chiaro che vengono a mancare le condizioni di serenità necessarie per lo svolgimento delle indagini e del processo. Ad esempio, chi abbia assistito ai fatti sarà difficilmente disposto a testimoniare perché si sentirà dare del calunniatore dalla polizia stessa. Questi articoli e tutte le altre manifestazioni di pseudo-solidarietà offerte ai quattro imputati non hanno fatto altro che far sapere a tutti che qualsiasi idea differente contrasta con le posizioni di tutta la polizia. Il problema, quindi, non è il fermo, ma ciò che accade dopo. Questo non è degno di una stato democratico.

In linea con questo ragionamento possiamo riferirci alla prima parte della vicenda, quando, cioè, la polizia fu chiamata ad indagare su sé stessa…

E’ tutta l’espressione della stessa patologia cioè il problema è che manca un criterio di responsabilizzazione serio ed efficace. Nel momento in cui manca un criterio di responsabilizzazione non c’è più la possibilità di far si che coloro che hanno un determinato potere siano chiamati a rispondere in maniera serena dei loro eventuali errori. E’ chiaro che così s’innesca un sistema d’impunità, protezioni e tutele che nuoce alle istituzioni preposte a far chiarezza sui fatti. Se avessimo un criterio più rigoroso per capire dove gli agenti sbaglino in occasione di un fermo di polizia, è chiaro che certi errori certi vizi e abusi si manifesterebbero in misura minore. Se, viceversa, quando succedono cose di questo genere assistiamo ad una reazione compatta del corpo che difende i suoi membri secondo una logica corporativa anche di fronte all’autorità giudiziaria, ecco che questa sensazione di impunità si ripercuote sul processo e sul dovere quotidiano di chi fa il processo

A Bologna il Resto del Carlino è definito dalla vulgata la velina della questura. alla luce della vicenda processuale Aldrovandi possiamo parlare di atteggiamento da velina della questura. di certa stampa, anche nel criminalizzare la figura di Federico?

Noi, come avvocati, siamo entrati più volte in polemica con i quotidiani, ma devo riconoscere questo: non era semplice qui a Ferrara, non parlo di Bologna perché non so cosa abbia pubblicato a Bologna, so che a Ferrara non era semplice perché comunque io mi sono trovato ad essere indagato con tutti i direttori dei giornali, quando avevamo preannunciato la presentazione delle conclusioni della nostra consulenza sono arrivati da parte della procura di Ferrara non avvisi di garanzia ma richieste di identificazione per dire “ti sottoponiamo alle indagini” a tutti quelli che avevano scritto sul caso Aldrovandi. Questo è un fatto particolarmente grave, tant’è che poi si è tenuto a Ferrara un convegno dove si è parlato di questo tipo di atteggiamento.

Devo, inoltre, dire che il Resto del Carlino è stato il primo qui a Ferrara a dare voce ad un’ipotesi diversa da quella dell’overdose, uscendo con un articolo in maniera anche un po’ improvvida devo dire, perché quel momento necessitava di più cautela. Poi è chiaro che in una città di provincia piccola come questa certi problemi si manifestano, però c’è stata anche una forma di pressione molto forte, anche su tutti gli organi di stampa, secondo il mio modesto parere, perché le querele sono fioccate e i fascicoli sono stati aperti. Insomma il clima non era proprio quello che consentiva a noi avvocati o anche ai giornalisti di lavorare serenamente.

La difesa dei quattro poliziotti farà ricorso in appello. Cosa si aspetta da un eventuale processo d’appello e dall’inchiesta bis?

Dal processo d’appello ovviamente io aspetto la conferma della sentenza di primo grado, questo è pacifico, e sono fiducioso che ciò accada. per quanto riguarda l’inchiesta bis, noi teniamo molto all’inchiesta bis. quasi più del processo principale, dico quasi perché ovviamente il processo principale è importantissimo, però l’inchiesta bis per me non è meno importante del processo principale, perché è qui che si è consumato un vero e proprio tradimento allo stato da parte degli agenti che hanno ciecamente difeso l’operato dei poliziotti coinvolti nei fatti del 25 Settembre 2005.

…e poi l’omissione di atti… la falsificazione…

Certo, parlare di overdose, di malore, quando si vedono le foto di Federico Aldrovandi fa un certo effetto. Qualsiasi agente chiamato ad intervenire in situazione di questo genere non poteva chiudere gli occhi e pensare che si fosse trattato di un malore. Lasciamo stare le risultanze medico legali che poi ci sarebbero state a distanza di mesi, lasciamo stare queste, ma tu vedi un corpo così, vedi delle ferite, vedi del sangue, delle ecchimosi, delle lesioni, due manganelli rotti, non puoi pensare che sia morto pacificamente per overdose e o per malore. Mi sembra veramente un voler chiudere gli occhi.

> Vai alla feature su Federico Aldrovandi

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