Spagna / Aquí comença la revolució


Dopo i contributi di Paolo e Federico, questa volta da Granada è Damiano di Bartleby a raccontare quanto accade ormai da giorni nelle piazze delle principali città spagnole.

23 maggio 2011 - 18:22

La Spagna: autorganizzazione come già altro

Nonostante le notizie fumose, minimizzate e ridotte al divieto della Junta electoral di manifestare nei giorni attigui alle elezioni, anche qui in Italia in molti non facciamo altro che parlare di quello che sta accadendo nelle piazze spagnole. Le notizie ci arrivano per vie traverse, nel senso che come in loco sono state organizzate le prime manifestazioni, ossia attraverso i social network (Twitter e Facebook), anche le informazioni verso l’estero sono veicolate dagli stessi canali, ma con la mediazione ulteriore degli “amici all’estero”: quelli che sono espatriati per vari motivi (studio, lavoro, incompatibilità con l’ormai insostenibile attacco tutto italiano all’intelligenza) e che i media amano racchiudere nella definizione dei “cervelli in fuga”.

Questi cervelli, lungi dall’essere mera merce, ci stanno raccontando cosa vedono con i loro occhi e sentono con le loro orecchie: ed ecco che i loro racconti somigliano molto a come ci immaginavamo quelle piazze prima che ci venissero descritte, e guarda un po’ sono anche molto simili a come ci è stata raccontata Piazza Tahrir allo stesso modo da chi l’ha vissuta.

La polizia si rifiuta (anche nel senso che ne è fisicamente impossibilitata) di sgomberare, tante sono le migliaia di persone che occupano le piazze: i numeri sono variabili, ma non si scende mai sotto le centinaia di persone che garantiscono un’organizzazione stabile. Questo significa garantire pasti, luoghi in cui dormire, telecomunicazioni (in tutte le piazze è stato montata la tecnologia Wi-Fi) e un’organizzazione capillare delle assemblee per permettere a tutti di esprimersi.

Questi elementi contrastano con il problema rilevato dalla maggior parte dei commentatori qui in Italia: cosa vuole questo movimento? Sembra a una prima analisi che non ci siano richieste concrete, e l’utilizzo come slogan diretto della parola indignazione non aiuta le valutazioni più prettamente politiche. Di contro, è vero che ci arrivano dalla Spagna le traduzioni di manifesti con precise richieste riguardanti la corruzione della politica, il welfare, le banche. Anche queste rivendicazioni paiono forse piuttosto generali.

Siamo convinti, però, che la potenza di questo movimento non stia, almeno per ora, nelle rivendicazioni: pensiamo che esista una potenza anche fuori da esse. Questa potenza è quella dell’autorganizzazione: le piazze dimostrano la capacità dei soggetti di produrre nuova organizzazione fuori dalle istituzioni, di garantire in qualche modo la propria vita già al di fuori dello status quo.

Le piazza di Spagna, in questo momento, ricordano La Comune: luoghi in cui le forme di vita “altre” sono già organizzate rispetto alla propria (fino a ieri) impossibilità d’espressione. Va da sé che la costruzione di rivendicazioni non può essere slegata dal processo, poiché ciò (ad esempio come accade spesso in Italia, la richiesta di “giustizia” generica e incondizionata secondo le lenti del sistema, ma ci arriviamo tra poco) minerebbe la costituzione di nuova istituzionalità, ossia la possibilità di superare l’evento verso un nuovo orizzonte del vivere comune. Costruzione, comunque, certamente legata a questa grande effervescenza e capacità di organizzazione che ci stanno insegnando gli spagnoli.

Aquí comença la revolució

“Compañeros aqui estamos haciendo la historia”,  si apre così l’assemblea generale del settimo giorno di protesta, il sesto di occupazione della piazza, il giorno del silenzio elettorale violato.

Il primo intervento annuncerà che a Hospitalet de Llobregat, un comune alla periferia di Barcellona, la piazza principale è stata occupata, è occupata anche Plaça de Sants, zona sud-ovest del capoluogo catalano.

Incapace di sostenere le troppe visite,  il blog non ha retto ed è stato aperto un sito.

Ma questo non basta di certo: diversi interventi dicono che ,  per andare avanti bisogna estendere ancora di più la protesta, bisogna “generalizzarla”, raggiungere  facoltà e luoghi di lavoro, bisogna parlare a più persone possibili  dagli studenti ai migranti (che tra l’altro ormai intervengono numerosi).

Intanto i principali periodici catalani riportano sulla versione on-line che los indignados hanno deciso di continuare le protesta oltre il giorno delle elezioni e convocare un grande corteo per il 15 di Giugno che termini sotto il parlamento della regione autonoma. Fa effetto notare che poche ore fa la notizia fosse la  decisione del potere costituito a proposito delle manifestazioni non autorizzate, ora i ruoli sono invertiti: sono le manifestazioni non autorizzate a decidere.

Nessun politico, a maggior ragione in campagna elettorale, ha ancora avuto il coraggio di confrontarsi con le questioni poste dalla rivolta spagnola e non ci interessa l’effetto che questo possa avere sul voto.

Ci chiediamo piuttosto fino a che profondità è arrivata la voragine che questo movimento ha aperto nel pensiero unico neoliberista, nell’idea che il progresso ci abbia condotto alla fine della storia, alla espressione più alta possibile della democrazia ;  una voragine che nessuno ha potuto e neanche tentato di colmare in questi giorni. Mandare la polizia ancora (ricordiamoci la violenza delle azioni repressive durante la  prima notte di protesta) avrebbe significato allargare ancora di più questa voragine.

“Questo non è un accampamento è una città”si sentiva dire al microfono, ed è costruendo una  città dentro la città,  (per essere precisi,  in questo momento sono circa una trentina in tutta Spagna) istituzionalizzando l’autogestione e la decisione collettiva che si è dimostrato quanta potenza costituente e innovatrice possa  sviluppare un movimento.

Probabilmente sia i banchieri che i governanti si sono accorti che c’è qualcos’altro che pretende di decidere in questi giorni.  “Error del sistema, reiniciando” diceva un cartello illuminante.

Eppure Jordi Hereu, alcalde uscente, nonché candidato del Partito Socialista Catalano ha chiesto ai manifestanti di votarlo “perché l’indignazione non ha mai portato a nulla di positivo se conduce alla passività” .

Innanzi tutto se vincerà, come sembra probabile, lui e i suoi colleghi potranno misurare la passività delle assemblee di quartiere che dalla prossima settimana si riuniranno a parlare di servizi, welfare e partecipazione.

Inoltre ci sembra che se c’è una cosa che questo movimento ha già dimostrato è  proprio che l’indignazione può portare all’ esercizio collettivo di potere. E che quello che è successo qui può risuccedere altrove, in ogni momento.

Esta me parece realdad

Granada è una città piccola, rispetto alle altre città spagnole e ha qualche caratteristica che la può raffrontare a Bologna:

– la presenza di settantamila studenti (diecimila stranieri)

– una vita sociale molto attiva, specialmente dal giovedì al sabato in alcuni quartieri (Plaza de Toros, che è vicino al campus universitario di Cartuja, e il Centro, pieno di locali e dove l’afflusso turistico è impressionante)

– Il tentativo, riuscito, di canalizzare la vita sociale, eliminarla dalle strade e portarla nei locali. (Questa cosa, che a Bologna viene tentata spesso, ma mai del tutto riuscita, qui ha avuto successo).

Nonostante questo, nella serata di sabato 21 maggio la Plaza del Carmen era ancora una volta piena.

Quando, arrivato qui, ho chiesto se ci fossero gruppi o collettivi politici interessanti mi è stato risposto “No, hay demasiada cerveza”.

Inutile dire che alcuni gruppi c’erano e che alcune mobilitazioni erano in atto, ma erano molto disarticolate tra loro. Il 17 marzo 2011 c’è stata una mobilitazione dal nome “Hartos della città Hurtada”, letteralmente “Stanchi della città rubata”. Hurtado però è anche il nome del sindaco di Granada che ha imposto l’Ordinanza Civica. Il 29 settembre tutta la Spagna, e Granada con essa, aveva partecipato alla Helga General, allo sciopero generale, che viene riproposto in questi giorni, sebbene con modalità diverse (il movimento è asindacalista e uno sciopero generale viene convocato dai sindacati…ancora non se ne parla nel concreto ma vedremo come si evolve la situazione). L’anno precedente ci sono state manifestazioni contro il Plan Bolonia (Bologna Process). Delle proteste universitarie, quest’anno, non sembra essercene traccia.

Oltre a questo segnaliamo anche la presenza di alcune case occupate, costantemente sotto minaccia di sgombero. Si tratta di un problema molto sentito che collega direttamente il problema dei diritti base a quello economico. Uno dei problemi maggiori in Spagna è il “desahucio”: la gente ha chiesto mutui per la casa (dieci anni fa in tutta Spagna c’era il boom dell’edilizia), ma con l’arrivo della crisi non ha più potuto pagare. Le banche hanno pertanto ipotecato le case, cacciato, letteralmente, chi ci viveva continuando comunque a pretendere il pagamento del mutuo.

I gruppi di lavoro sono costanti, la piazza è riempita da cerchi di persone che dibattono attorno a temi specifici. Ne segnaliamo tre. Il primo è il gruppo che si occupa della diffusione.

La diffusione funziona in diversi modi, il primo è attraverso internet. Ieri si è sperimentato l’uso di Twitter anche per divulgare l’assemblea, gli interventi vengono riproposti in Twitter e commentati. E’ evidente che anche in assemblea gli interventi vengono ripresi. Ci permettiamo di aggiungere un solo elemento: Twitter consente al massimo l’utitlizzo di 160 lettere. Questo non vuol dire che in così poco spazio si riassumono interventi lunghissimi. Tutti gli interventi dell’assemblea durano al massimo tre minuti e devono avere contenuti diversi da quelli precedenti, in caso contrario le persone dell’assemblea chiedono, con un gesto preciso, che cambi il turno di parola.

La diffusione funziona anche tramite volantinaggio e qui emerge l’elemento che già avevamo presentato, ossia il carattere urbano della protesta. I gruppi di “difusiòn fisica” si dividono per “barrio” (quartiere) e “facultad”. Anche le facoltà sono come di quartieri, esistono infatti tre campus in tre diverse zone della città.

Da specificare che diversi interventi segnalavano la necessità di entrare in contatto con tutti i quartieri, in particolar modo alcuni periferici. Ci sono quartieri di Granada, principalmente abitati da marocchini, che vivono in condizioni di degrado delle infrastrutture. In questi quartieri alcuni autobus notturni devono circolare scortati per il timore di attacchi o sassaiole. In diversi casi dall’assemblea si sottolineava il dovere di favorire la partecipazione di questi quartieri.

A questo proposito segnaliamo anche un altro livello di diffusione: in tutto il mondo ci sono circa 220 accampate. Si è proposto, dal palco, di creare una rete mondiale della accampate.

Il secondo gruppo da segnalare è il “taller moderator”, dove si insegna, letteralmente, come moderare. L’attività di moderazione è ciò che sta mantenendo in piedi le assemblee in questo momento. Più volte capita che una persone venga interrotta durante l’intervento per violare le regole dell’assemblea, che sono la non ripetitività e la coerenza col punto in questione. All’interno di questo “taller” si è anche costruito l’ordine del giorno dell’assemblea serale, operazione quasi impossibile vista la presenza di almeno 100 persone che costringeva i moderatori a ripetere che andavano fatte proposte sul tema.

Il terzo gruppo è quello delle proposte politiche ed è quello che sta dando una marcia in più all’assemblea. L’attività di raccolta, catalogazione e raggruppamento delle proposte dura da due giorni, nonostante questo dal palco dell’assemblea ieri si è stato possibile leggere un foglio con 40 rivendicazioni di livello politico ed economico. Si tratta di proposte che devono essere dibattute, pertanto alcune di queste possono essere in contrasto tra loro (scioglimento del parlamento e correzione della legge elettorale, per esempio). L’organizzazione della discussione su queste proposte è ancora da costruire.

Nonostante ciò l’assemblea ieri ha proposto la discussione su sette temi: 1. la riforma del lavoro, 2.la forma delle pensioni, 3. la casa e l’ipoteca, 4. processi costituenti e riforma della costituzione, 5. l’ordinanza civica di Granada, 6. il potere di decisione dell’assemblea (la possibilità di demandarlo ai gruppi), 7. la garanzia dei diritti basici.

La prima parte della discussione è ruotata attorno al concetto di “realtà”. Molti interventi erano provocatori “questa non è la realtà”, oppure “noi stiamo costruendo un mondo che non possiamo gestire, nessuno ci ascolterà, abbiamo bisogno di formare un partito”, oppure ancora “dobbiamo parlare di più coi lavoratori, questa non è la vita reale”.

La discussione sul tema si è interrotta con un intervento che riportiamo possiamo riassumere così: “La lotta contro il “desacio”, è realta. Così come lo è pretendere una riforma del lavoro, una riforma dei salari e un tetto salariale. Questa assemblea è la realtà”.

Le discussioni dell’assemblea sono poi preseguite attorno ai sette punti individuati, fino alle 2:30 del mattino

(Aggiungo in coda una nota che è dovere segnalare. Poco prima di essere andarmene è successo un fatto particolare. Durante un turno di parola ci sono stati due interventi di fila molto in contrasto con l’assemblea. Il primo comparava la piazza al 1984 di George Orwell e consisteva nel domandare se veramente la piazza voleva un mondo che assomigliasse all’unione sovietica. Il secondo intervento era più diretto e seguiva il primo accusando uno degli organizzatori di essere di un partito politico, tutta l’acampada in realtà era strumentalizzata e che le persone del partito erano in tutti i gruppi di lavoro. La persona accusata si è alzata ammettendo di essere di un partito e in lista elettorale.

Aggiungo solo per dovere di completezza della cronaca che la persona è in un partito (non so quale) è che è il numero 26 di una lista elettorale. Aggiungo anche che mi è capitato di parlare con questa persona e soprattutto di vederla in assemblee più ristrette in cui il comportamento è stato assolutamente conforme a quello di altri. Aggiungo infine, elemento più importante, che secondo i “mìnimos” l’assemblea è “apartidista”, ma specifica che chiunque può partecipare a titolo personale.

Tralasciati gli elementi tecnici e bypassabili c’è un elemento che conta maggiormente, ossia che è impossibile catalizzare le decisioni di queste assemblee, i processi sono assolutamente trasparenti e, quello che è più importante, partecipati. La catalogazione delle proposte politiche di rivendicazione (il momento in cui maggiormente potrebbe influire le decisioni dell’ “acampada”) è stata fatta da centocinquanta persone divise in otto gruppi. Le proposte sono state catalogate da otto gruppi per un totale di centocinquanta persone. Ci sarebbero altri dati da aggiungere, ma il problema è uno ed è politico. Questi movimenti ci insegnano che non ci sono portavoce. Ci sono persone fondamentali, che lavorano più di altri, ma la grandezza di quello che succede nelle città di Spagna, nel Maghreb e a Londra nell’autunno passato ha a che fare con masse che si sono autorganizzate e che per ti versi sarebbero difficili di governare.

Questa precisazione si è resa doverosa dato che da più parti si inizia a insinuare che alla base delle manifestazioni ci siano gruppi minoritari della sinistra istituzionale)

> Vai ai precenti contributi di Paolo e Federico: 12

Tweet about this on TwitterShare on FacebookShare on LinkedInShare on Google+Share on Tumblr


Articoli correlati