Siria / Un anno di sangue, dalla #SyrianRevolution alla guerra civile


Dodici mesi fa la primavera araba arrivava a Damasco, ma Assad è ancora al suo posto. Oltre ottomila oppositori sono morti, ormai si fronteggiano due eserciti contrapposti

15 marzo 2012 - 17:15

Era il 15 marzo 2011 quando poche decine di manifestanti scendevano in strada a Damasco per chiedere maggiore libertà, dando inizio a una delle più lunghe e sanguinose rivolte della primavera araba. Ma mentre in Tunisia, Egitto, Libia e Yemen dittatori longevi hanno perso il potere, in Siria il quarantaseienne Assad è rimasto al suo posto dispiegando contro i ribelli carri armati, truppe d’elite, artiglieria. Ottomila, secondo le Nazioni Unite,  le vittime della ferocia del suo esercito.

Lo scorso gennaio  i combattenti ribelli riuscirono a prendere il controllo della periferia orientale della capitale e di gran parte della città di Homs, la terza del paese. Ma le forze di sicurezza hanno in entrambi i casi ristabilito il controllo governativo, smentendo chi prevedeva una caduta imminente di Assad. A Homs ci è voluto un mese di assedio e sanguinosi bombardamenti.

A un anno dalle prime manifestazioni, Assad è dunque ancora al potere. L’opposizione, per quanto si sia data un organo di rappresentanza (il Consiglio Nazionale Siriano) e un esercito formato principalmente da disertori di quello governativo (Il Libero Esecito Siriano), sconta le divisioni tra poteri locali, molti ufficiali non rispondono di fatto ai propri superiori. La comunità internazionale, da parte sua, è profondamente divisa sul da farsi, e non sembra che la chiusura di alcune ambasciate, tra cui quella italiana, possano cambiare granché.

Assad invece può farsi forza dei veti garantiti da Russia e Cina nel consiglio di sicurezza Onu a qualsiasi risoluzione che ne condanni l’operato. In Medio Oriente, ha dalla sua parte gli Hezbollah libanesi e il regime iraniano. Nel paese, la comunità alawita continua a sostenerlo, mentre altre minoranze confessionali, come cristiani e drusi, non hanno aderito ad una ribellione guidata principalmente da musulmani sunniti.

Nessuno è in grado di prevedere quale sarà il destino della Siria. Non c’è dubbio però che quella che avevamo conosciuto un anno fa come #SyrianRevolution, sommossa nata tra blogosfera e social network in modo non dissimile da quelle di altri paesi arabi, dopo mesi di brutale repressione di regime e migliaia di morti, è ormai apertamente una guerra civile.

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