Siria / In rivolta contro Assad


Ripubblichiamo gli ultimi due reportage apparsi su NenaNews

28 marzo 2011 - 18:46

SIRIA: LATAKIA, NUOVO CENTRO DELLE PROTESTE
12 le vittime e oltre 150 i feriti delle manifestazioni organizzate sabato nel centro balneare, città di origine del clan Assad. Da giorni si attende un discorso alla nazione da parte del presidente, rimasto quasi in silenzio dall’inizio delle sommosse.

DI M.I.

Latakia, 28 Marzo 2011, Nena News – Latakia, il centro delle protesta degli ultimi giorni in Siria, e’ una citta’ molto diversa da Daraa, cittadina rurale al confine con la Giordania, da cui e’ partito il sommovimento nove giorni fa, a testimonianza della varieta’ sociale, culturale e religiosa del paese. Localita’ di villeggiatura balneare sulla costa mediterranea, Latakia e’ il principale porto commerciale del paese, oltre ad una maggioranza di sunniti vi abitano 450.000 alauiti, cristiani e drusi, tutte caratteristiche che le hanno procurato la fama di centro tollerante e di societa’ aperta.

Ma soprattutto, e’ la citta’ di origine del clan Assad, la famiglia che dal 1970, quando il giovane militare Hafez al Assad prese il potere all’interno del partito Baath, e dal 2000 con il figlio Bashar, attuale presidente, ha in mano il potere politico e militare in Siria. La famiglia Assad ha contribuito notevolmente alla prosperita’ della citta’, ma non tutta la minoranza ne beneficia. Il potere sembra essere concentrato nelle mani di alcune famiglie/clan alauiti, tra cui gli Assad ed i Makhlouf, di cui fa parte Rami Makhlouf, cugino del presidente, milionario proprietario della compagnia di telefonia mobile, che occupano i vertici dell’esercito e del partito Baath. Hani, borghese damasceno di ambiente cristiano, non e’ tra le migliaia scese in piazza a sostenere Bashar, ma esprime le preoccupazioni ed il pessimismo delle minoranze religiose e della borghesia per il futuro del paese di fronte alle rivolte di questi giorni: “Gli abitanti di Daraa sono determinati nella loro rivolta, ma per i vertici alauiti dell’esercito e della guardia repubblicana e’ una questione di sopravvivenza, se perdono il potere sono finiti, per questo sono disposti a combattere fino alla fine, ci potra’ essere tanta violenza e sangue. In Egitto la situazione era chiara, ma in Libia, Yemen e Siria, la situazione e’ meno chiara, ci sono piu’ parti e gruppi, non sai a chi credere, di chi fidarti. Io penso che questa rivolta di Daraa non porti da nessuna parte. Il governo ha promesso le riforme, e’ gia’ stato ottenuto un grande risultato. Diamogli del tempo. Guarda cosa e’ successo in Iraq dopo che si e’ sfaldato il regime del partito Baath. Non voglio che la Siria diventi un nuovo Iraq, con conflitti settari e fondamentalismo religioso.” L’esempio del destino del paese vicino e’ ben presente in Siria che ospita quasi un milione di profughi iracheni secondo l’Agenzia dell’Onu per i rifugiati.

Il presidente Bashar rimane popolare, in migliaia, e non tutti prezzolati, sono scesi in strada a Damasco in suo sostegno: larga parte della popolazione e’ convinta che sia l’unico che puo’ garantire la stabilita’ ed effettuare le riforme. Ma la repressione di questi giorni ed il tempo non giocano a suo favore. L’esempio tunisino ed egiziano dimostrano che se non incontrano risposte le rivolte aumentano.

Nel finesettimana, il governo ha liberato 260 prigionieri politici, molti islamisti ed alcuni curdi, in un ulteriore di gesto di riconciliazione. Insieme a loro anche l’avvocato Diana Jawabra e 15 manifestanti detenuti per aver chiesto il rilascio degli adolescenti arrestati per aver disegnato graffiti contenenti messaggi pro-democrazia.

Allo stesso tempo domenica due cittadini americani, tra cui uno studente di arabo, sono stati arrestati perche’ si trovavano in una manifestazione.

Le riforme annunciate ed i gesti del governo sono giudicate inadeguate dall’opposizione. Da due giorni si attende un intervento diretto di Bashar, che dall’inizio dei disordini non ha rilasciato alcuna dichiarazione ma ha lasciato parlare i suoi collaboratori, in cui potrebbe annunciare la fine della legislazione d’emergenza in vigore dal 1963, che permette arresti arbitrari, senza giudizio, tribunali speciali e vieta ogni manifestazione, un gesto estremamente significativo che potrebbe arginare il malcontento. Nel tanto atteso discorso alla nazione, Assad, potrebbe inoltre annunciare una “nuova legge sui partiti” e l’emendamento dell’articolo 8 della Costituzione, che definisce il Baath il partito unico.

Nel finesettimana, Latakia e’ stata la sede di manifestazioni contro il regime che hanno preso di mira la statua di Hafez al Assad e gli uffici del partito Baath, dato alle fiamme. Secondo l’agenzia di stampa governativa SANA cecchini avrebbero sparato dai tetti dei palazzi sulla folla dei manifestanti, anche la polizia ha aperto il fuoco in reazione, le vittime sono almeno 12, tra cui 10 delle forze dell’ordine e oltre 150 i feriti. .

Di nuovo, arrivo a Latakia stamattina (domenica NdR) con bus di linea. Entrando in citta’, si notano le prime forze di polizia e soldati dispiegati intorno ad un mezzobusto di Hafez al Asad. Non lontano si scorgono le carcasse di due macchine bruciate. Nel centro della citta’ molti negozi chiusi ma nel primo pomeriggio non e’ ancora deserta, qualche caffe’ e’ ancora aperto. Siedo in uno vicino all’incrocio tra Al-Quds street e la strada 8 marzo, dove giovani soldati sono posizionati ad ogni angolo dell’incrocio. Hanno in mano dei bastoni. Dopo qualche minuto arrivano altri due pullman carichi di soldati in divisa mimetica con bastoni e mitra che scendono e si incamminano lungo la strada.

Domenica mattina l’esercito e’ entrato a Latakia dopo i disordini del giorno precedente ed in previsione dei funerali delle vittime. Nelle strade centrali ci sono soldati ogni due metri.

Nel giro di dieci minuti le strade si svuotano, i pochi locali aperti abbassano le serrande. Uno spaventatissimo barista fa cenno di entrare nel caffe’ Orabi e mima il gesto del fucile. Qualche minuto fa un cecchino ha sparato da un tetto di una casa di fronte. I soldati dispiegati di fronte ad un ufficio governativo con l’immagine del presidente sono all’erta. Il cecchino e’ stato catturato, dice un altro giovane barista. Basma, ragazza di 26 anni, ingegnere, che sorseggia in caffe’ in compagnia del fidanzato, non ha dubbi: “Chi spara non e’ siriano. Viene da fuori, forse Libano, forse Arabia Saudita, lo diranno piu’ tardi nelle news. Vogliono creare un caos in Siria, vogliono il male del paese. Questa e’ una situazione eccezionale, a Latakia non ci sono problemi, viviamo in pace.” Il suo fidanzato, Issam, aggiunge: “E’ un ragazzino, sedici, diciassette anni, matto, mashnoun.” Che i sommovimenti siano provocati da elementi esterni interessati a far scoppiare scontri settari e destabilizzare la Siria e’ anche la tesi del governo espressa dalla consulente del Presidente Bashar Butherina Shaaban.

All’inizio dei disordini, in seguito a quanto avvenuto a Daraa, la versione diffusa dal regime, riportava, tra gli accusati principali delle sommosse, il nemico storico, Israele; il presunto coinvolgimento dello Stato israeliano nelle proteste era stato riportato anche dal giornale online Alwatan, che ha diffuso la notizia che alcuni palestinesi sarebbero stato accusati di essere sobillatori; mentre Ahmad Jabri del PFLP- CG ha smentito.

A Latakia, ben visibile dal lungomare “la corniche”, si trova un campo di rifugiati palestinesi ma il tassista che lo indica afferma che non ci sono problemi con i palestinesi.

Da dentro il caffe’ si puo’ vedere il tetto del palazzo da cui il cecchino ha sparato qualche minuto prima. Il bar di fronte, aperto fino a dieci minuti prima, ora e’ chiuso. Tutti guardano verso i tetti.

Dopo circa un’ora nel caffe’, il barista sembra meno terrorizzato e per strada iniziano ad affacciarsi le prime persone. Ci si puo’ avventurare fuori. Le strade principali che vanno verso la rotonda dove si trova la statua di Hafez Al Asad, che sabato i manifestanti hanno tentato di buttare giu’, sono piene di soldati. Nella piazza le vetrine di un locale bruciate, per terra pietre e sassi, segni degli scontri del giorno precedente. L’aria si taglia con un coltello.

Fuori dal centro la citta’ e’ deserta, negozi serrati, gli abitanti chiusi in casa ad ascoltare le notizie. La receptionist dell’albergo assicura che i problemi in citta’ sono gia’ finiti ma invita a non andare in citta’ dopo il calare del buio. Nena News


DARAA, LA SCINTILLA DELLA PROTESTA
Questa cittadina conservatrice e tradizionalista a ridosso del Golan e vicina al confine con la Giordania, e’ da otto giorni l’epicentro della protesta contro il regime di Bashar Assad

REPORTAGE DI M.I.

Daraa (Siria), 26 marzo 2011, Nena News – Da questa cittadina rurale, a maggioranza sunnita tradizionalmente conservatrice e con tradizioni tribali al confine con la Giordania, invece che dalla Damasco della borghesia e dell’intellettualita’, e’ partita la scintilla della rivolta che si sta propagando ad altre aree del paese. A Daraa anche oggi, per l’ottavo giorno consecutivo i cittadini sono scesi in piazza e queata citta’ ha pagato il piu’ alto tributo di sangue: secondo fonti mediche dall’inizio della rivolta le vittime uccise dalla polizia sarebbero almeno 40, secondo attivisti e residenti arrivano a 250.

Nel tentativo di calmare la tensione, le forze di sicurezza, intervenute pesantemente negli scorsi giorni, sono ora stazionate fuori dal centro abitato. Ma continuano a non lasciare entrare in citta’ i giornalisti. Anche oggi chi ha tentato e’ stato respinto. Per questo si tenta di partire da Damasco con un pullman di linea con la scusa in caso di dirigersi a Bosra, vicina localita’ turistica dove si trovano i resti di un anfiteatro romano. Avvicinandosi a Daraa il traffico si fa sempre piu’ rado ed il paesaggio piu’ verde, con campi di ulivi, grano e greggi di pecore. La terribile siccita’ che da 5 anni colpisce la Siria ha provocato il trasferimento di migliaia di persone dall’est desertico verso aree agricole, come Daraa, appesantendo le condizioni economiche dei residenti, ed anche questa ragione e’ alla base della protesta.

A tre km dalla citta’ s’incontra un appostamento di soldati ma senza blindati, lasciano passare il pullman senza effettuare alcun controllo. Appena giunti alla stazione dei pullman di Daraa, Basil, l’autista, si sente al sicuro e non ha piu’ inibizioni: “A Daraa hanno ucciso 250 persone. Bisogna dire al mondo quello che vedete. Good luck, you are my best friends”. Lungo la strada principale manifesti di Bashar Al-Asad, il presidente, stracciati: una scena inimmaginabile solo due settimane fa, prima che il muro della paura venisse squarciato anche purtoppo con il sangue delle vittime di Daraa. Il tassista mostra la sede del ministero di giustizia, uno dei simboli del potere e della corruzione incendiato dai manifestanti domenica scorsa insieme con la sede dal partito Baath, al potere dal 1963, e con gli uffici della compagnia telefonica di Rami Makhlouf, milionario cugino del presidente. Prima tappa in un ristorante in via Ananu, strada che ora i residenti di Daraa vogliono intitolare a Mahmoud Jawabra, la prima vittima, il primo martire “shahid” (martire) della rivolta. Nel giro di qualche minuto si raccoglie intorno una piccola folla che vuole parlare, raccontare, far sapere. Samer, 32 anni, lavora nel ristorante di fronte ma da una settimana ha chiuso per partecipare alla rivoluzione, thawra. “Noi chiediamo hurryat, liberta’. Vogliamo vivere senza la paura di essere sempre controllati. Non si possono arrestare 20 ragazzini perche’ hanno scritto dei grafiti contro il governo. Una settimana fa siamo scesi in piazza come in Tunisia ed in Egitto per chiedere hurryat, liberta’ e la fine della corruzione. La polizia ha ucciso 4 di noi. Il giorno dopo ci sono stati i funerali, di nuovo hanno sparato, altre vittime. Qui c’e’ la rivoluzione, fai foto, mostralo. Hanno bloccato internet, i cellulari non funzionano, per comunicare dobbiamo utilizzare i numeri giordani.” Improvvisamente tutti escono in strada, sfila un piccolo corteo, un centinaio di persone, soprattutto giovani, le uniche due donne presenti non portano il velo. Tanti mostrano il segno V della vittoria con le due dita. Dicono di fare foto, di non avere paura, a Daraa non c’e’ piu’ la polizia segreta, mokhabarat. “Festeggiamo la vittoria della rivoluzione. Ora dobbiamo andare avanti. E da Daraa la rivolta deve trasmettersi alle altre citta’ della Siria” continua Samer.

“Chiediamo democrazia, il Baath e’ l’unico partito al potere da 50 anni. Maher al Asad, fratello del presidente e capo delle guardie presidenziali, ha detto che vuole fare di Daraa la nuova Hama”, riferendosi alla citta’ sede rivolta islamista che Hafez al Asad, padre di Bashar, ha represso con un massacro nel 1982. “Bashar al-Asad deve andare via”, dice Abdelkarim, l’anziano gestore del ristorante, che vuole assolutamente offrire il te’. Segno che mentre all’inizio delle contestazioni il popolare presidente non era un obiettivo, dopo questi morti le richieste, a Daraa, sono cambiate. Eyal, una delle vittime di questi giorni, lavorava qui. Abdelkarim ha fretta di chiudere per andare alla manifestazione.

Verso il centro si passa il viale dove sono state uccise le prime vittime. Tutti i negozi sono chiusi, tutta la citta’ sembra partecipare compatta alla rivolta. La moschea Omari e’ un vecchio edificio di pietre nere nel centro storico. Qui nelle prime ore di mercoledi’ la polizia ha tentato di irrompere all’interno dove si trovavano i manifestanti ed ha ucciso sei persone, tra cui un medico. La TV di Stato ha affermato che “sono state gang armate” ad aprire il fuoco per prime e che “la rivolta e’ stata istigata da sobillatori”. Intorno alla moschea si e’ gia’ radunato un gruppo di uomini, dentro si prega per l’ultima vittima, l’ultimo martire, ucciso questa mattina nel suo letto. Non ci sono altre donne, bisogna coprirsi il capo. La bara e’ pronta, il corteo sta per sfilare mentre il padre della vittima urla la sua rabbia. I manifestati invitano a partecipare al funerale, a fermarsi per la notte. Daraa ha un disperato desiderio e bisogno di mostrare al mondo la sua “rivoluzione”. Nena News

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