Roma / Il summit dei bombardieri


Si incontrano nella capitale ventidue governi, sotto la presidenza di Italia e Qatar, alle prese con l’empasse nella guerra di Libia e le proprie ipocrisie

05 maggio 2011 - 11:36

di Michele Paris da Altre Notizie

Il secondo summit del Gruppo di Contatto Internazionale, impegnato nell’aggressione militare contro la Libia, si apre oggi a Roma per cercare di dare un nuovo impulso ad un’operazione che fatica a centrare gli obiettivi fissati dai paesi occidentali. Ospite di spicco dei lavori sarà il Segretario di Stato americano, Hillary Clinton, giunta già ieri sera nella capitale nel tentativo di potenziare la partecipazione italiana ad un conflitto che sta causando non poche spaccature tra gli alleati della NATO.

Il primo vertice tra i governi delle potenze occidentali e di alcuni paesi arabi che stanno appoggiando l’avventura libica era andato in scena lo scorso mese di aprile a Doha, nel Qatar. A presiedere questo secondo incontro, al quale parteciperanno le delegazioni di ventidue governi più quelle delle organizzazioni internazionali e dei paesi osservatori, saranno il Ministro degli Esteri italiano Frattini e il suo omologo del Qatar, Sheik Hamad bin Jassim bin Jabr al-Thani. Da parte sua, la Clinton vedrà successivamente, nel pomeriggio, il premier Berlusconi a Palazzo Chigi in un giro di colloqui che dovrebbe includere anche Napolitano e lo stesso Frattini.

Il vertice romano sulla Libia giunge in un momento molto delicato per i paesi aggressori, in evidente difficoltà e in disaccordo sulla condotta da tenere nell’iniziativa militare. Le divisioni all’interno dell’alleanza erano emerse già all’indomani della risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, approvata il 17 marzo, visto che la NATO è andata subito ben al di là del mandato che le era stato conferito.

La no-fly zone imposta alla Libia per difendere i civili, infatti, è stata ben presto superata da bombardamenti che nulla hanno a che vedere con l’impegno umanitario. Un’ulteriore prova di ciò si è avuta solo pochi giorni fa, quando un’incursione aerea ha colpito il complesso residenziale Bab al-Azizyah di Gheddafi a Tripoli, causando la morte del suo ultimo figlio, Saif al-Arab, e di tre giovanissimi nipoti.

Il tentativo del tutto illegale di assassinare il leader libico, peraltro già avvenuto una prima volta nelle scorse settimane, è la conferma che l’obiettivo della NATO va ben oltre le ragioni umanitarie a cui fa appello la risoluzione ONU. La pretesa di colpire esclusivamente le installazioni militari o le forze armate coinvolte nella repressione dei civili è stata completamente smentita, solo per citare i più recenti episodi, anche da due raid occidentali sulla sede della televisione di stato libica mentre Gheddafi stava parlando in diretta e, addirittura, su una scuola per bambini disabili.

Nonostante le smentite dei governi alleati e del comando NATO, è evidente che l’obiettivo principale dei bombardamenti rimane il cambiamento di regime e la rimozione di Gheddafi, anche tramite un assassinio mirato contrario al diritto internazionale. Oltre due mila incursioni aeree occidentali non sono state d’altra parte sufficienti all’esercito ribelle di stanza a Bengasi per condurre un’offensiva militare efficace contro le forze fedeli al rais. Uno scenario questo che suscita più di un dubbio circa l’effettivo sostegno raccolto nel paese da parte di un gruppo di ribelli formato per lo più da ex membri del regime, uomini della CIA ed estremisti islamici.

Di fronte ad un panorama simile, le questioni sul tavolo durante il summit di Roma saranno le stesse che sono rimaste irrisolte dopo il precedente incontro di Doha. Secondo la retorica ufficiale, la comunità internazionale dovrà cioè prendere iniziative per risolvere la crisi libica, continuando ad assicurare la protezione dei civili. In altre parole, dietro il paravento dell’intervento umanitario, si proverà ad aggirare nuovamente la risoluzione del Consiglio di Sicurezza così da consentire un impegno più incisivo della NATO in Libia, senza escludere l’invio di truppe di terra, cui si oppongono però ancora molti paesi.

L’altra questione urgente è poi quella degli aiuti da far pervenire in qualche modo ai ribelli. Anche in questo caso si è già ampiamente trasgredito al mandato ONU, con vari paesi che stanno fornendo armi e contributi finanziari agli insorti, violando la prescrizione di non schierarsi a fianco di una delle due parti coinvolte nel conflitto in corso.

Il denaro da far pervenire a Bengasi, una volta trovato un meccanismo per superare gli ostacoli legali, dovrebbe provenire dai fondi esteri della famiglia Gheddafi già congelati da molti paesi e dalla vendita del petrolio estratto dai pozzi della Cirenaica e per il quale il Qatar si è offerto di agire da intermediario.

Le pressioni su Gheddafi proseguono poi anche sul fronte diplomatico. Proprio un paio di giorni fa, il primo ministro turco, Recep Tayyip Erdogan, ha infatti chiesto ufficialmente al leader libico di farsi da parte per evitare ulteriori spargimenti di sangue. L’appello di Erdogan rappresenta una svolta significativa, dal momento che la Turchia era stata una delle voci più moderate nella NATO ed aveva cercato di promuovere una soluzione concordata della crisi.

L’inversione di rotta della Turchia è arrivata in seguito alle pressioni esercitate dagli stessi rappresentati del governo provvisorio libico che da tempo accusavano Ankara di fare il doppio gioco nei confronti di Tripoli e di frenare l’azione militare della NATO.

Un cambio di marcia nell’impegno in Libia sarà verosimilmente richiesto da Hillary Clinton anche al governo italiano. Il coinvolgimento del nostro paese ha in ogni caso già subito un’accelerazione con la recente decisione di partecipare ai raid aerei. In precedenza, inoltre, l’Italia era stata il terzo paese – assieme a Francia e Qatar – a riconoscere ufficialmente il governo provvisorio dei ribelli libici.

Come ha affermato il ministro Frattini ieri alla Camera, in riferimento ai bombardamenti italiani nella ex colonia nordafricana, “non potevamo stare a guardare”; non certo per fermare un massacro di civili la cui portata è ancora tutta da verificare, quanto per non perdere terreno nei confronti di Stati Uniti, Gran Bretagna e, soprattutto, Francia in un’eventuale spartizione delle ricchezze energetiche libiche una volta caduto il regime di Gheddafi.

Il governo Berlusconi sembra poi aver superato le divisioni interne con l’approvazione alla Camera di una mozione che dovrebbe fissare dei paletti all’impegno in Libia. La messinscena della maggioranza era scaturita dalle perplessità della Lega Nord sulla partecipazione ai bombardamenti degli aerei da guerra italiani.

I dubbi dei leghisti, peraltro, non derivavano da scrupoli morali o umanitari, bensì dal timore di nuovi possibili sbarchi sulle coste italiane. Il via libera ai raid da parte della Lega doveva essere perciò vincolato a una data precisa per la fine delle ostilità in Libia.

Nella mozione di maggioranza si chiede così al governo italiano di stabilire assieme agli alleati e alle organizzazioni internazionali un termine temporale certo delle operazioni militari contro il regime di Gheddafi. Nonostante i consueti toni trionfalistici dei leader di maggioranza sulla coesione del governo, la mozione appena approvata non ha in realtà alcuna rilevanza, tanto che la possibilità di fissare una data alla fine dei bombardamenti è stata respinta dallo stesso Frattini alla vigilia del voto alla Camera.

La NATO, inoltre, ha fatto sapere chiaramente che non esiste al momento alcuna possibilità di concordare uno stop all’aggressione militare alla Libia. La fine degli attacchi arriverà infatti solo una volta ottenuta l’eliminazione di Gheddafi e l’instaurazione di un governo fantoccio pronto ad assecondare gli interessi strategici dei paesi occidentali e dei loro alleati nel mondo arabo.

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