Roma / Corteo degli operai Alcoa, cariche e scontri


La manifestazione è sfociata in un presidio permanente sotto al Ministero per lo Sviluppo economico, mentre dentro si incontravano sindacati e proprietà, decidendo di rallentare lo spegnimento dell’impianto. Imponente il dispositivo di polizia.

10 settembre 2012 - 23:14

E’ stata una lunga giornata di lotta per gli operai dell’Alcoa di Portovesme, iniziata presto e finita con una sola certezza: ci sarà da lottare ancora. I sindacati sono usciti dal negoziato con la proprietà e il governo a tarda sera con l’impegno dell’azienda a rallentare il processo di spegnimento degli impianti. Il tutto in vista di una futura, ipotetica rimessa in moto, sotto una nuova proprietà. Un “risultato” che gli operai giunti a Roma dal Sulcis hanno rigettato, contestando i rappresentanti sindacali.  E la protesta si è protratta ancora fino alle 22.40 sotto al Ministero dello Sviluppo economico al grido di “Noi da qui non ce ne andiamo”.

La giornata era iniziata stamattina alle 10. Giunti a Roma per provare ancora una volta a difendere lavoro e salario dalla chiusura degli impianti, con sindaci e sindacati al seguito, gli operai sardi hanno puntato dritti in corteo al Ministero dello Sviluppo economico. Dove su invito del ministro Passera (assente fino al tardo pomeriggio), si sono appunto riuniti dalle 12 i vertici dell’azienda e i sindacati, insieme a Regione e Provincia, per discutere le possibilità di sopravvivenza dello stabilimento sardo dell’alluminio.

Più di 500 i partecipanti al corteo, mentre un altro spezzone della protesta era in presidio a Portovesme davanti all’azienda in sciopero. Slogan diretti (“Disposti a tutto” ) e la volontà dichiarata di mettere in atto tutte le forme di pressione possibili. D’altronde, ormai i tempi sono quelli dell’urgenza: la proprietà americana ha confermato oggi di voler procedere all’arresto degli impianti. Dall’altra parte, un dispositivo di polizia di proporzioni imponenti, con circa un migliaio di agenti a presidiare il percorso da piazza della Repubblica al Ministero. Quando i lavoratori e le lavoratrici, in arrivo nei pressi di via Molise, hanno provato ad accelerare il passo per uscire dal percorso bloccato e manifestare nel centro di Roma, è stato chiaro che su questo punto la Questura non era assolutamente disposta a fare sconti. Chiusi gli accessi a via Veneto e piazza Barberini, con blocco permanente; numerose guardie anche a proteggere le porte dello stesso Ministero, dove i manifestanti avrebbero chiesto in mattinata di far entrare una delegazione, richiesta non accolta.

Davanti al palazzo sono partite le differenti azioni di protesta, dai caschetti sbattuti in terra come tamburi alla “consegna” di tondini e lastre d’alluminio rovesciati in terra sotto le mura del dicastero, all’uso di petardi e ai fumogeni. Le cariche sono arrivate a fine mattinata, come risposta a un tentativo degli operai di forzare il blocco di polizia. Da lì in avanti ancora cariche, e lanci di bottiglie di plastica contro le forze dell’ordine. Il responsabile per il lavoro del Pd Fassina, di passaggio al ministero, è stato contestato e allontanato da alcuni manifestanti. Nel pomeriggio il presidio è andato avanti, con un orecchio teso alle stanze dell’incontro, e con slogan contro il governo e ancora atti di protesta simbolica.Verso sera sono andati in fiamme per protesta una divisa da lavoro dell’Alcoa e alcuni cassonetti.  A fine giornata sono due i manifestanti feriti, mentre le forze dell’ordine fanno sapere che avrebbero in tutto 14 feriti tra le loro fila, tra agenti, ispettori e dirigenti.

Dopo lunghe incertezze, a tarda sera l’esito: lo spegnimento delle celle, ormai già in atto, “procederà in modo più graduale di quanto originariamente programmato dalla società”, si concluderà il 30 novembre (e non  più il 15 ottobre), e sarà attuato in modo da garantire comunque una veloce rimessa in funzione. Questi gli impegni “strappati” ad Alcoa. Per quanto riguarda le proposte di acquisto dello stabilimento, che sarebbero state avanzate dalle multinazionali Klesch e Glencore, la situazione resta invariata. Si resta in attesa che si palesino, con il governo che continua ad “auspicare che si arrivi rapidamente ad una positiva conclusione”. Intanto, per i lavoratori dell’indotto comincia la cassa integrazione.

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