Rimini / Hello, I’am precarious – Rompere la gabbia?


Un’installazione visiva e performativa sul precariato nei call center. A Rimini, Palazzo del Podestà, dal 2 al 6 gennaio’011. Idea e allestimento di Elena Pasini in collaborazione con Lab. Paz Project e Yes we cash.

28 dicembre 2010 - 19:44

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Premessa

Siamo immersi nella comunicazione e perennemente connessi, perciò i dirigenti di un’importante azienda di marketing ci hanno contattato per lavorare in un nodo della produzione odierna: il Call Center; le nostre relazioni sociali sono divenute produttive, le nuove paurehanno generato il consumo.

Ma ora intendiamo produrre una rappresentazione multipolare, che si possa ispirare in modo libero al luogo di concentrazione dei lavoratori del marketing, dove vengono educati e disciplinati i precari. Dove il turnover è altissimo, e la maggior parte dei lavoratori migrano da un luogo di lavoro all’altro.

L’arte cooperante

«Solo i migliori fanno progressi, gli artisti fanno capolavori …

non dimenticarti mai chi sei, con affetto».

In questo post-it affisso sulle bacheche di un Call Center, si chiede ai lavoratori di far cose fantastiche per la propria Azienda-Divinità, essendo capaci di prestazioni da artisti; ma in quel luogo per vincer premi e per non esser eliminati, siamo provati psicologicamente, siamo irregimentati, posti l’uno contro l’altro, giungendo al pianto durante la riunione-processo. L’ansia è perennemente alta, ogni mese la mannaia colpisce l’anello debole: il telefonista meno produttivo.

Ma nella rappresentazione desideriamo utilizzare la nostra arte per strappar centimetri di liberazione, nel dispiegar il nostro lavoro cooperante e realizzar istanti di gioia collettiva, grazie alla nostra capacità di crear in autonomia.

Abbiamo bisogno di tutto il nostro genio artistico, non tanto per trasferire su tela lo sfruttamento degli eleganti precari, con barba curata ed il trucco da copertina, bensì per trasmettere in modo multipolare le sensazioni emanate dalla gabbia in cui un’operatrice è obbligata a sorrider, per contratto e per mancanza dei denari, quando è all’interno della catena del marketing.

L’installazione

Costruiremo tre ambienti in cui proiettare le nostre sensazioni raccolte all’interno del Call Center.

«L’ufficio è piccolissimo, le postazioni di combattimento sono la metà di un banco di scuola, divise da pezzo di compensato. Danno sul muro, ovviamente ci sono gli immancabili cartelli motivazionali»

1° Ambiente: Nell’area più fedele al luogo rappresentato riprodurremo i telefoni, utilizzati per chiamare e trasmettere alle casalinghe un senso di malattia proveniente dagli acari presenti nel loro letto. Sul tavolo nero ci saranno gli specchi, attraverso cui i controllori si accertano del perpetuo sorriso impresso sul volto della nostra collega, intenta a fissar gli appuntamenti per il piazzista, per consentirgli di arar il pavimento del soggiorno di una sventurata signora, magari parente del medesimo. Collocheremo sulla parete i post-it delle motivazionali, per alimentare la Fede. I post-it disegneranno la sagoma di un essere umano, capace di riempir la propria vita ed il proprio immaginario con le sole suggestioni emanate dai Sacerdoti Aziendali.

2° Ambiente: Nella seconda sezione collocheremo in modo confuso i pezzi del puzzle del XXI° secolo. Abbiamo osservato il mutamento dei volti delle telefoniste, sempre più simili al modello mostrato dal supervisor. L’immaginario del marketing, l’estetica del piazzista ed il sorriso all’interno della gabbia della precarietà sono mutazioni che si palesano sull’Altare della Fede Aziendale, capaci di apparire oltre i confini dell’orario di lavoro. Sulle nostre mani vi è una vecchia bobina di un film. È il frutto della nostra intenzione di fotografare il movimento: sia la perdita di sogni che i ghigni post-umani sui volti plasmati dai Sacerdoti Aziendali. Ed in mezzo semplici volti deformati, troppo consueti per attrarre l’attenzione degli spettatori ?

3° Ambiente: Nell’ultima sezione proietteremo la condizione di chi, per necessità di denaro, si trova bloccato nella gabbia, privo di aria e luce. Si riprodurranno i suoni, i rumori, il vociare delle telefonte, un mix sonoro che costruisce il confine più o meno tangibile del lavoro nel call center, che nessuno è capace di immaginare.

Il viaggio

Determinati Call Center possono sembrar luoghi unici, isole/carceri in cui ognuno permane bloccato e ghettizzato nella propria gabbia, ma noi pratichiamo l’arte collettiva per veleggiar in mare aperto.

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