Processo Aldrovandi, il pg: “In quattro contro un inerme, una situazione abnorme”


Durissima requisitoria in corte d’appello: niente proverebbe la versione della difesa, gli imputati avrebbero più responsabilità di quanto riconosciuto nella sentenza di primo grado

01 giugno 2011 - 21:08

Anche prendendo per buoni i racconti dei poliziotti che descrivono Federico come un forsennato in preda a furia incontenibile, “era questo l’unico modo per ridurlo all’impotenza?”, chiede retoricamente il procuratore generale all’udienza di oggi del processo di appello.

Occorreva piuttosto “far intervenire il personale medico”, che invece fu chiamato con notevole ritardo, quando Federico “era già a terra immobile”. Dunque ”c’ è comunque responsabilità degli imputati: non era quello il modo di affrontarlo”.
“Non posso non tenere conto di questa mancanza di saggezza di persone adulte”, rincara la dose il procuratore, “La differenza tra gli adulti e un diciottenne sta nella maturità, e gli imputati non l’hanno dimostrata”. Perchè, per il magistrato, si è trattato di ”una situazione abnorme: quattro persone che ne affrontano una inerme”.

Insomma, una “notevole e imponente serie di elementi” a sostegno della colpa dei quattro poliziotti imputati, tra cui i manganelli rotti, le ferite compatibili ai colpi di sfollagente, aver chiamato solo molto tardi il 118, e non ultima una frase detta al centralinista della questura da uno degli imputati: “lo abbiamo bastonato di brutto”. Nessuna prova, d’altro canto, confermerebbe la versione della difesa: nessuna traccia di sangue dimostrerebbe che Federico, quella tragica mattina del 25 settembre 2005, sbattesse la testa contro i pali di via dell’Ippodromo, come più volte sostenuto dai poliziotti, l’assenza di ammaccature sul cofano della volante su cui sarebbe saltato, i bassi tassi di alcol e droghe rilevati dagli analisi.

Il pg, secondo cui si sarebbe anche potuto parlare di “dolo eventuale” (ovvero del fatto che gli imputati fossero consapevoli di poter uccidere Aldro e che accettassero questa possibilità), arriva a proporre una propria ricostruzione dei fatti: i poliziotti avrebbero voluto portare forzatamente Federico, che era senza documenti, in questura. Una prospettiva che avrebbe spaventato il giovane, che avrebbe poi dovuto dare spiegazioni ai genitori, portandolo così a una reazione a seguito della quale sarebbe iniziato il pestaggio.

In mattinata c’era stato il confronto tra l’ex consulente delle parti civili Gustavo Thiene, la cui ipotesi sulle cause del decesso sono state accolte dalla sentenza di primo grado, e quello nominato dalla difesa Claudio Rapezzi. Secondo il primo, nulla nelle immagini del cuore del ragazzo proverebbe la tesi della “sindrome da delirio eccitato” sostenuta dai legali della difesa. Il secondo ha riproposto la tesi dell’arresto cardiaco connesso all’assunzione di stupefacenti.

Si tornerà in aula lunedì 6, per le richieste del pg e le arringhe della difesa

> Vai allo speciale: “Federico Aldrovandi ucciso dalla polizia senza una ragione“, con le cronache di tutta la lunga vicenza giudiziaria

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