“Prima le donne e i bambini (ma con riserva)”


Mentre i diritti diventano merce, “escludere i figli dei migranti irregolari si rivela un utile diversivo: facciamo fuori loro, intanto, mentre nel silenzio facciamo fuori tutti.” Comunicato del Coordinamento Migranti di Bologna e Castel Maggiore.

08 aprile 2010 - 19:14

Ecco che, fingendo di applicare in modo neutrale la legge, il comune commissariato di Bologna decide senza troppi complimenti che a pagare i costi della crisi sono, per primi, i bambini e le donne migranti. Da oggi i figli di migranti irregolari rischiano di non avere più accesso agli stessi diritti degli altri bambini, e così uno dei fiori all’occhiello del welfare emiliano, gli asili nido, diventa privilegio di alcuni, mentre altri dovranno portare sin dall’infanzia il marchio della clandestinità. Alla faccia dei diritti dell’infanzia. D’altra parte, da tempo il fiore all’occhiello è appassito: che gli asili siano un privilegio di pochi non è certo una novità. Per prime se ne sono accorte quelle donne, migranti e non, costrette a lasciare il lavoro in mancanza di servizi per l’infanzia adeguati a sostenerle, o che pagano con il loro salario il salario di una donna migrante perché posti negli asili non ce ne sono abbastanza.

Non si tratta solo di Bologna: abbiamo già sentito di bambini lasciati senza cibo perché i genitori non possono pagare la retta, oppure senza sedie e banchi perché gli asili non hanno soldi. Nella crisi, a pagare sono per primi i figli di chi la crisi la subisce: cassintegrati, licenziati, madri sole, precari, italiani, migranti, regolari e irregolari. Mentre i diritti sono una merce per chi li può comprare, escludere i figli dei migranti irregolari si rivela un utile diversivo: facciamo fuori loro, intanto, mentre nel silenzio facciamo fuori tutti. Ai genitori italiani si vende l’illusione che, escludendo i migranti, i loro figli saranno tutelati, così come ai lavoratori italiani si vende l’illusione che, espellendo i migranti, il loro lavoro sarà salvaguardato.

Questa vicenda, nella sua gravità, mostra di nuovo che il razzismo istituzionale sancito dalla Bossi-Fini e dal pacchetto sicurezza e reso ogni giorno operativo da una miriade di provvedimenti amministrativi è una delle risposte principali alla crisi. E la crisi non è passata, ma colpisce migliaia di uomini e donne che si misurano con licenziamenti, cassa integrazione, sfratti. Chi perde il lavoro perde il permesso di soggiorno, i permessi di chi ancora riesce a rinnovare giacciono per mesi negli uffici stranieri della questura, e chi è in attesa di rinnovo perde ogni possibilità di trovare un lavoro che è già difficile avere. A monte la legge Bossi-Fini condanna alla clandestinità; a valle, il comune di Bologna ne approfitta per risparmiare qualche soldo sulla pelle dei bambini e delle donne.

Sia chiaro: che il comune di Bologna sia commissariato non può servire da alibi. Non ci interessano le condanne di facciata, e non accettiamo che si invochi la legalità quando persino la Prefettura di Torino ha dato della legge un’interpretazione estensiva, considerando gli asili alla pari della scuola dell’obbligo ed escludendoli così dall’applicazione del pacchetto sicurezza. Perciò vigileremo affinché le forze politiche che oggi condannano il commissario non permettano, nei comuni nei quali governano, alcuna distinzione nell’accesso agli asili. Perciò dopo gli scioperi del lavoro migrante e le grandi manifestazioni che li hanno sostenuti il 1° marzo, non solo a Bologna, torneremo ancora in piazza. Il 18 aprile a Castel Maggiore e il 16 maggio a Bologna i migranti prenderanno ancora parola contro ogni forma di razzismo istituzionale, per il congelamento dei permessi, il blocco immediato delle espulsioni, una regolarizzazione slegata dal lavoro e dal salario.

Coordinamento Migranti Bologna e Provincia
Coordinamento Migranti Castel Maggiore

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