Poche persone all’anniversario della strage di via Gobetti


E i Sinti di Bologna, amici e parenti dei due nomadi uccisi dai fratelli Savi nel 1990, denunciano la minaccia di sgombero di un’area in cui vivono i famigliari di una delle vittime.

23 dicembre 2009 - 20:07

Le cerimonie che ricordano persone uccise sono solitamente momenti tristi. Il ricordo di Patrizia Della Santina e Rodolfo Bellinati (le vittime dei killer della Una Bianca al campo nomadi di Via Gobetti) che si è tenuto oggi pomeriggio all’Auditorium del Museo dell’Industria (a poche decine di metri dal luogo dove 19 anni fa ci fu l’assassinio) è stato molto di più triste di tutti gli altri anniversari.
Lo abbiamo scritto anche quando abbiamo parlato del 23 dicembre 1990: rispetto alle vittime di quel sanguinario “tiro al bersaglio” non c’è mai stata la stessa sensibilità che questa città ha prestato alle altre persone assassinate dalla banda dei fratelli Savi.
Oggi, nei pressi della ex Fornace Gallotti, erano presenti una piccola rappresentanza della Comunità dei Sinti di Bologna, alcuni membri dell’ANPI e delle Associazioni combattentistiche e dei deportati dei campi di concentramento nazisti, tre preti ed altri 6 o 7 cittadini che possiamo definire “politicamente attivi”.
Molto belle, come ogni anno, le parole di Monsignor Catti, il ricordo del giorno del funerale, con gli zingari arrivati da tutti Italia, con tanti fiori, strumenti, musica e canzoni.
Negli interventi dei sinti, il dolore per la perdita dei parenti o degli amici, il bisogno di essere considerati “sinti e italiani”, la richiesta alle istituzioni di un aiuto per una vera integrazione (che non c’è mai veramente stata) e per il superamento dei campi nomadi.
Parole che verranno portate via dal vento, dato che a rappresentare il Comune, la Provincia e la Regione, ufficialmente non c’era nessuno. I due consiglieri comunali presenti, erano lì perché abitano e operano politicamente al quartiere Navile.
Non sappiamo perciò chi raccoglierà la denuncia gravissima fatta dal Pastore della Comunità Evangelica Tzigana che ha raccontato come la famiglia di Rodolfo Bellinati che, nel corso di questi anni, si è comprata un pezzo di terreno (anche con i risarcimenti riconosciuti processualmente per l’uccisone del loro congiunto), presto sarà sgomberata. Certo, il terreno acquistato è agricolo, ma nell’area non sono state realizzate costruzioni: sono state messe roulotte e caravan per dar vita a un villaggetto a composizione famigliare. Si tratta di un modo concreto per superare il classico campo nomadi che al Comune di San Lazzaro non va bene.
Del resto, è stato raccontato che, in tutto il territorio provinciale, un’altra decina di gruppi di sinti sta vivendo situazioni simili a quella della famiglia Bellinati.
Alla fine degli interventi, un piccolo corteo ha portato una corona al cippo che ricorda la strage e quello che i pochi presenti hanno potuto vedere è che l’area di Via Gobetti dell’ex Fornace Gallotti (di proprietà dell’università), sgomberata con urgenza nel giugno 2006 dall’accampamento rom che era sorto, è ancora abbandonata come lo era dall’anno della strage della Uno Bianca.
Ormai tutti hanno scordato i titoli dei giornali di quei giorni: lo sgombero era stato fatto con tanta premura e tanta violenza distruttiva perché doveva partire subito il cantiere per la costruzione di una facoltà universitaria, altrimenti si avrebbe dovuto pagare un’esosa penale.
Forse, il modo migliore per riconoscere dignità e diritti agli zingari, ai nomadi, agli tzigani, ai sinti o ai rom sarebbe che i “sedentari” (così ci chiamano) la smettessero di raccontare balle come questa.

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