Pensiero di fine anno dalla Danimarca


Lettera da Copenhagen di Luca Tornatore e degli altri attivisti ancora trattenuti nelle carceri danesi dalle giornate del Cop15. Da GlobalProject.

02 gennaio 2010 - 14:19

31 / 12 / 2009

C’è del marcio (non solo) in Danimarca. E’ un fatto assodato che migliaia
di persone siano state considerate, senza alcuna prova, una minaccia per la
società. Centinaia di queste sono state arrestate e alcune rimangono
tuttora detenute, in attesa di giudizio o sotto inchiesta. Tra loro anche
noi, i firmatari di questa lettera.Vorremmo raccontarvi la storia dal
peculiare punto di vista di chi ancora vede il cielo attraverso le sbarre.
Una riunione ONU di importanza cruciale è fallita a causa delle molte
contraddizioni e delle tensioni emerse durante COP15. La maggiore
preoccupazione dei potenti è stata la gestione del rifornimento energetico
nella prospettiva di una crescita infinita. Così è accaduto, sia nel caso
dei paesi sovra-sviluppati, come quelli dell’Unione Europea o gli U.S.A.,
sia nel caso dei cosiddetti paesi in via di sviluppo come la Cina o il
Brasile. Al contrario, centinaia di delegati e migliaia di persone nelle
strade hanno sottolineato quanto la logica della vita debba essere (ed in
effetti è) opposta a quella del profitto. Noi abbiamo affermato con forza
la nostra volontà di porre un freno alla pressione antropica sulla
biosfera. Una crisi del paradigma energetico è dietro l’angolo. Il
meccanismo della governance globale si è rivelato decisamente precario. I
potenti hanno fallito due volte. La prima nel raggiungere un accordo di
equilibrio interno. La seconda nel mantenere un controllo formale della
discussione.Il cambiamento climatico è l’estrema e definitiva espressione
della violenza del paradigma della crescita capitalista. In tutto il mondo
molte persone stanno esprimendo, con forza sempre maggiore, la loro
volontà di ribellarsi contro questa violenza. Lo abbiamo visto in
Copenaghen e assieme abbiamo visto la stessa violenza di cui sopra.
Centinaia di persone sono state arrestate senza alcuna ragione e senza
prove, magari per aver partecipato a manifestazioni pacifiche e legittime.
Persino semplici esempi di disobbedienza civile sono stati considerati come
una seria minaccia all’ordine sociale. In risposta noi chiediamo: Quale
ordine minacciamo e chi lo ha costruito? Si tratta di quell’ordine in cui
non siamo più padroni dei nostri corpi? Un ordine ben oltre i termini di
ogni ragionevole “contratto sociale” che saremmo disposti a firmare, dove i
nostri corpi possono essere presi, governati, costretti e imprigionati
senza alcuna prova certa di crimine. Si tratta di quell’ordine in cui le
decisioni sono sempre più protette da ogni conflitto sociale? Dove la
governance appartiene sempre meno alle persone, nemmeno attraverso il
parlamento? In verità, a governare al di sopra di ogni controllo sono
organismi non democratici come il WTO, il FMI e i vari G8, G22, G2, ecc.
Siamo costretti a notare come il teatro della democrazia crolli non appena
ci si avvicini al cuore del potere.Ecco perché pretendiamo che il potere
ritorni alle persone. Vogliamo il potere di decidere delle nostre vite.
Soprattutto, vogliamo il potere di contrapporre la logica della vita e dei
commons a quella del profitto. Forse tutto ciò è stato dichiarato illegale,
ma noi continuiamo a considerarlo pienamente legittimo. Visto che nel
teatro crollato non rimane alcuno spazio reale, abbiamo costruito la nostra
forza collettiva per prendere posizione sulla questione climatica ed
energetica. Questione che, secondo noi, comprende nodi critici di giustizia
globale, sopravvivenza del genere umano e indipendenza energetica. Lo
abbiamo fatto scendendo in strada con i nostri corpi.Noi preferiamo entrare
nello spazio chiuso del potere ballando e cantando. Avremmo voluto farlo al
Bella Center, per disturbare la sessione assieme a centinaia di delegati.
Ma siamo stati, come sempre, violentemente ostacolati dalla polizia. Hanno
arrestato i nostri corpi nel tentativo di arrestare le nostre idee. Abbiamo
messo a rischio i nostri corpi, tentando di proteggerli solo stringendoci
uno all’altro. Noi diamo valore ai nostri corpi: ci servono per fare
l’amore, per stare assieme e per goderci la vita. Essi contengono i nostri
cervelli, con idee e visioni brillanti. Contengono i nostri cuori pieni di
passione e di gioia. Ad ogni modo li abbiamo sottoposti al rischio di
finire rinchiusi in prigione. Ma quale sarebbe il valore dei nostri
pensieri e dei nostri sentimenti se i nostri corpi non si muovessero? Non
fare nulla, “lasciare che accada”, sarebbe la peggiore forma di complicità
con il business che ha voluto sabotare il meeting delle Nazioni Unite. Ci
siamo mossi al COP 15 e continueremo a farlo.

Proprio come l’amore, la disobbedienza civile non può essere raccontata.
Dobbiamo farla con i nostri corpi. Altrimenti non penseremmo davvero a
quello che amiamo e non ameremmo davvero quello che pensiamo. E’ così
semplice. E’ una questione di amore, giustizia e dignità.

Il modo in cui si è concluso il COP15 prova che avevamo ragione. Molti di
noi stanno pagando ciò che è inevitabile per una repressione ossessiva,
totale e pervasiva: la necessità di trovare un colpevole ad ogni costo o di
inventarselo (magari assieme al crimine). Siamo detenuti con accuse
evidentemente assurde che riguardano violenze mai avvenute, cospirazioni e
organizzazione di azioni contro la legge.

Non ci sentiamo colpevoli per avere espresso, in migliaia, la pretesa
dell’indipendenza delle nostre vite dal diktat del profitto. Se le leggi si
oppongono a questo, allora è stato legittimo violarle pacificamente (seppur
con determinazione). Siamo solo temporaneamente trattenuti, pronti a
navigare ancora con un vento più forte che mai. E’ una questione di amore,
giustizia e dignità.

Luca Tornatore
Natasha Verco – Climate Justice Action
Johannes Paul Schul Meyer
Arvip Peschel
Christian Becker
Kharlanchuck Dzmitry
Cristoph Lang
Anthony Arrabal

> Sull’arresto di Luca Tornatore leggi:  La Danimarca arresta la scienza

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